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Verso le primarie

Usa, Donald Trump ha vinto le elezioni (almeno quelle dei gadget)

Donald Trump

Donald Trump, fresco di firma del pledge (il giuramento di fedeltà stipulato con i Repubblicani, con reciproco beneficio), vola nei sondaggi. Ha staccato di 22 punti Jeb Bush, e non è difficile capire perché. Sta conquistando gli elettori con un connubio di prorompente concretezza e possenza che i suoi competitor non hanno. Ne ha dato prova anche ieri, sfoderando una fulminante battuta nel corso di un’intervista con Hugh Hewitt. Quest’ultimo, per metterlo in difficoltà sulla politica estera, gli ha chiesto: «Sa la differenza tra Hamas e Hezbollah?». Risposta: «La saprò al momento opportuno». Superlativo. La parola migliore per descrivere Trump è «smart», cioè intelligente e veloce. Tanto da lasciare al palo gli altri candidati alla presidenza. Perfino negli aspetti apparentemente collaterali come il merchandise elettorale. Comparando i gadget dei vari candidati, la differenza salta all’occhio.
Hillary Clinton è scesa in campo sfoderando l’etichetta della donna alla guida dell’America. Beh, forse c’è un refuso. Pare più la «prima nonna Presidente». Il suo slogan è «Ogni giorno gli americani hanno bisogno di un campione. Io voglio essere quel campione». Che suona come l’incipit del noto pippone sulla gazzella che ogni giorno si sveglia in Africa, unito alla mistica del campione, che era sparita dai tempi di Rocky Balboa. Ci aspettavamo, tra i suoi gadget ufficiali, la coppetta mestruale che fa tanto donna dem.

Invece, c’è lo zainetto da donna/nonna scout. Un’imitazione blu del Napapijri dentro cui portare, suggerisce la descrizione, «le felpe di Hillary». Negli Stati Uniti più che altrove galoppano donne, Ceo o comunque boss, di qualunque origine. Che dovrebbero farci con zainetto e felpa? Una come Oprah Winfrey glielo tirerebbe in testa, lo zainetto. E chissà cosa farebbe una Ceo col cuscino da divano della Clinton, con la scritta ricamata, a punto croce, «Il posto di una donna è nella Casa Bianca», il quale vorrebbe ribaltare il cliché che il posto della donna sia in casa, e Hillary la Wonder Woman che la tira fuori. Alla sezione t-shirt, troviamo a indossarle modelle di ogni razza (c’è persino una neonata asiatica), allo scopo di garantirsi il voto di tutte le minoranze. Solo due sono bianche: una è sovrappeso, l’altra è normopeso, ma con capelli mascolini e occhiali da vista modello esordio di Arisa, icona perfetta di lesbica integrata.

Il Premio Captatio Benevolantiae Assoluto va alla t-shirt rossa che ricorda la finta camicia di Totò cameriere in Miseria e nobiltà, composta solo da colletto, un pezzo di petto e i polsini. Sopra, c’è tratteggiata in nero una giacca. L’avvocatessa Hillary sa bene che la giacca è il requisito minimo, insieme con una freddezza disumana, per farsi strada nella professione in Usa, se sei donna. Ma lei corteggia le poveracce che della giacca si possono permettere solo il disegno. Pure i modelli maschi nel sito della Clinton, sono dei racchioni: perché l’elettrice «brutta, sporca e cattiva» di Hillary possa guardare il marito rospo e sdentato mentre spolvera il secchione dei rifiuti in cui abitano e identificarsi di più. Comico il rullo di adesivi propagandistici blu: a prima vista sembra un rotolo di carta igienica che, almeno, sarebbe stato utile. Patetico il grembiule da grigliata Grillary Clinton, accanto al quale c’è la Grillary Spatola. E lo stappabottiglie blu, per tutte le birre che il maschio schiavizzato al barbecue (a meno che non sia gay, s’intenda) si dovrà bere per resistere. Ma il non plus ultra è il cordoncino da infilarsi attorno al collo con moschettone pendente. Dovrebbe essere un «portachiavi da collo». A parte che bisogna essere un po’ rincoglioniti per mettersi le chiavi al collo, lo stravagante cappio può essere utilizzato per attaccarsi una pietra al collo e buttarsi a mare con successo, in caso di sconfitta elettorale.

I gadget di Marco Rubio sono paccottiglia banale, ma emerge la polo. Solo perché si chiama «Marco polo»... Con Jeb Bush tocchiamo un livello pure più basso. Figlio di George W. H. e fratello di George W., ci si aspettava da lui il cavallo Corro per Jeb, lo stivale texano Calpesto per Jeb. Ma Jeb deve avere ereditato la variante fricchettona del dna Bush, infatti ha coniato la «Guaca Bowle», la ciotola da guacamole, un disperato tentativo di guadagnarsi il voto latino. Non c’è nemmeno il suo nome sopra: che cacchio di gadget elettorale è, se non serve a far circolare il nome del candidato? Il balbettio del suo slogan, «Sono Jeb Bush e sto chiedendo il tuo supporto», mi ha ricordato quando salivo le scale della Facoltà di Lettere e un debosciato domandava: «Scusa, hai cento lire?».

Con Trump, invece, partiamo per l’ultraterreno. La sua gadgettistica (la più a buon mercato di tutte) rispecchia perfettamente lo slogan «Make America Great Again». E il suo desiderio di ripristinare l’ordine. Niente pacchianate o pagliacciate. Niente «narrazioni» e «storytelling» per far identificare chicchessia. Ci sono oggetti sobriamente propagandistici, e perfino utili. A soli 8 dollari, ecco il minimegafono bianco, per gridare il suo nome senza scomporsi e riutilizzabile in altri contesti. A 30 dollari, due eleganti cornici da targa per auto. Chapeau, Donald.

Piccola postilla. Tra i vari gadget non ufficiali dei candidati, si trova pure la tshirt che raffigura Bill Clinton con un tubino rosa. Come a dire: se vincesse Hillary, Bill sarebbe una perfetta first lady.

di Gemma Gaetani

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