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Stop alle sanzioni

E' caduto il muro con l'Iran
Cosa cambia adesso per l'Italia

E' caduto il muro con l'IranCosa cambia adesso per l'Italia

La flotta di petroliere iraniane alla fonda davanti allo stretto di Hormuz sta già scaldando i motori prima di intraprendere il viaggio verso l' India e le rotte d' Oriente, la prima mèta del tesoro che esce dal sottosuolo degli altipiani persiani: le riserve di gas più ricche del mondo (il 18,2% del totale), le quarte di petrolio (il 9,2%). La partenza della flotta ormai, è questione di ore, massimo pochi giorni, giusto il tempo necessario per recepire in tutte le sedi diplomatiche il giudizio dell' Aiea, l' agenzia internazionale sul nucleare delle Nazioni Unite, ha confermato che Teheran ha tenuto fede agli impegni sottoscritti nello scorso luglio sul nucleare. Nell' attesa, a sancire l' accordo ci ha pensato l' annuncio dello scambio di prigionieri tra Washington e Teheran: nel pomeriggio di ieri è stata annunciata la liberazione del giornalista Jason Rezaian del Washington Post, scarcerato in Iran, assieme ad altri tre cittadini, mentre gli Usa rimettevano in libertà diverse presunte spie della potenza sciita.

Ancor prima dell' annuncio ufficiale è iniziata la grande corsa ad aggiudicarsi le posizioni migliori. Si muovono i francesi, decisi a ribadire nell' automotive la leadership di Renault e Peugeot in un mercato che fino al 2011, prima dell' embargo, valeva 1,5 milioni di vetture vendute all' anno e che promette di salire in poco tempo fino a 2 milioni, per recuperare il tempo perduto e rinnovare un parco veicoli (14 milioni) vetusto più che vecchio. Anche gli inglesi ed i tedeschi hanno già inviato qualificate missioni diplomatiche con ricchi cataloghi di offerte che vanno dall' aeronautica alle ferrovie, uno dei settori strategici agli occhi di Teheran.
La fretta è giustificata: almeno per qualche mese le aziende Usa, l' ex "grande Satana" odiato dagli eredi di Khomeini, resteranno fuori dai grandi giochi ancora per qualche mese.

È l' Italia, però, il Paese in pole position per accaparrarsi una fetta rilevante delle possibili spese di Teheran: 15 miliardi per ammodernare la rete ferroviaria, almeno 35 per aggiornare le strutture turistiche e le infrastrutture viarie in stato di abbandono, più nove aeroporti internazionali e 400 aerei. La posizione di eccellenza del Bel Paese è confermata dalla prossima visita ufficiale Roma del presidente Hassan Rohani, il conservatore moderato che ha scelto l' Italia per raccogliere, il 25 gennaio, i primi frutti dell' apertura all' Occidente.

Una scelta che affonda nella storia: ancor oggi negli uffici di Teheran della compagnia petrolifera di Stato, campeggia una gigantografia di Enrico Mattei, il creatore della moderna Eni che ruppe il cartello delle sette sorelle offrendo contratti più vantaggiosi all' Iran dello Scià. Un legame che ha retto anche negli anni più bui, grazie soprattutto agli sforzi delle piccole e medie imprese del Bel Paese che, stringendo i denti, hanno tenuto posizioni preziose in un mercato che, in tempi di vacche magre pr il commercio internazionale, promette di essere uno dei più interessanti.

L' Iran, secondo solo all' Egitto con i suoi 77 milioni di abitanti, ha diversi punti di forza: una popolazione giovane (due cittadini su tre sono nati dopo il 1985) mediamente istruita, una forte scolarizzazione femminile (la maggioranza dei laureati è donna) ed un reddito pro-capite di 7.200 dollari, relativamente alto per l' area mediorientale. Il punto debole è il tasso di disoccupazione del 24%.

Ma, soprattutto, contano le potenzialità dell' industria petrolifera che potrebbe assorbire investimenti per almeno 200 miliardi di dollari per riportare il settore, spesso fermo alla tecnologia precedente la rivoluzione, al passo con i tempi. Ma qui s' introduce la grande incognita. Cosa comporterà il rientro di Teheran nei grandi giochi dell' oro nero? La conseguenza più immediata saranno nuove pressioni sui prezzi, precipitati venerdì a 29 dollari nell' attesa delle spedizioni del greggio iraniano lungo la rotta dello stresso di Hormuz da cui transita circa il 40% del petrolio mondiale. Del resto, non è difficile collegare l' offensiva produttiva dell' Arabia Saudita e di altri membri dell' Opec, tra cui l' Iraq, con la volontà di sbarrare la strada alla ripresa dei commerci iraniani. Ma il dumping avrà effetti limitati: l' Iran, che ricava l' 80% delle entrate dall' export di petrolio (per ora 500 mila barili in più, ma nel 1979 la cifra era dieci volte di più) ha necessità di colmare il gap (5 miliardi di dollari al mese in meno) accumulato durante il braccio di ferro degli ultimi anni.

Per questo, al di là delle inevitabili difficoltà e delle incognite geopolitiche, la carta iraniana promette di essere una buona, se non ottima notizia per il made in Italy, sceso, causa le sanzioni, ad un saldo attivo di 1,6 miliardi nel 2014 (contro +7,2 miliardi nel 2012): secondo la Sace la fine delle sanzioni a Teheran potrebbe portare a un incremento dell' export italiano nel Paese di quasi 3 miliardi di euro nel quadriennio 2015-2018, con le migliori opportunità nei comparti della meccanica strumentale, dell' oil and gas e dei trasporti.

di Ugo Bertone

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Commenti all'articolo

  • villiam

    18 Gennaio 2016 - 11:11

    la più grande cazzata dell'abbronzato non aveva fatto abbastanza danni ??????????operazione per mettere in difficoltà putin ,ma sono convinto che obama si è tirato la zappa sui piedi ,del resto il suo mandato lo mette fra i peggiori presidenti degli stati uniti!!!!!!!!!

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  • wilegio

    wilegio

    17 Gennaio 2016 - 15:03

    C'è poco da stare allegri! Quelli sono guerrafondai cronici e non pensiate minimamente che il nucleare lo vogliano usare solo per scopi civili! Li voglio veder bellini gli illuminati occidentali quando aggrediranno Israele, amico storico degli usa!

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