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Operazioni pericolose

Libero lo aveva detto: "Prima di fare la guerra in Libia liberiamo gli ostaggi italiani"

Libero lo aveva detto: "Prima di fare la guerra in Libia liberiamo gli ostaggi italiani"

Fausto Piano e Salvatore Failla sono stati uccisi in Libia, usati come scudi umani dai terroristi islamici. Erano stati rapiti nel luglio 2015 insieme a Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, ancora in mano agli islamisti. I quattro erano dipendenti della stessa società di costruzioni, la Bonatti. La morte dei due italiani è arrivata soltanto due giorni dopo all'annuncio del governo, che si è detto pronto a prendere il comando delle operazioni in Libia contro i jihadisti. E soltanto ieri, mercoledì 2 marzo, su Libero avevamo rivolto un appello: "Prima di sparare in Libia liberiamo i nostri rapiti". Ma è troppo tardi. Di seguito, vi riproponiamo l'articolo di Gianandrea Gaiani.

«Siamo pronti come coalizione a rispondere alle richieste di sicurezza di un governo libico di unità nazionale e l’Italia è pronta a guidare la missione». Lo ha affermato ieri a New York il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, in una conferenza stampa dalla sede della rappresentanza italiana alle Nazioni Unite. Il ministro ha aggiunto che «ci sono piani molto avanzati ma il governo libico di unità è la chiave di tutto».

L’esecutivo guidato da Fayez al-Sarraj non ha però ancora avuto la fiducia dal parlamento di Tobruk mentre le milizie islamiste che controllano Tripoli non vogliono né il nuovo governo né le Nazioni Unite nella capitale libica. La missione a guida italiana resta quindi appesa a mille incertezze ma in ogni caso non vedrà un impegno bellico contro lo Stato Islamico. Gentiloni ha infatti ribadito che si tratterà di «missioni di sostegno alla sicurezza mirate e richieste direttamente dal governo libico» cioè soprattutto addestramento e supporto tecnio.

Nessun blitz contro lo Stato Islamico però perché, ha ricordato Gentiloni, «è impossibile escludere una minaccia terroristica, ma se qualcuno cerca di giustificare con tale minaccia spedizioni nel deserto questo non collima con quanto pensa il governo italiano».

A rendere cauta la posizione di Roma nei confronti di un’azione bellica in Libia contribuiscono non sono le valutazioni politiche che hanno finora evitato l’uso della forza anche in Iraq ma forse anche le incertezze legate alla sorte dei quattro tecnici della ditta Bonatti sequestrati il 20 luglio scorso in Tripolitania, nei pressi di Sabratha, non lontano dal terminal dell’Eni di Melitha dove lavoravano.

Di Filippo Calcagno, Salvatore Failla, Fausto Piano e Gino Pollicardo, non si sono più avute notizie da fonti ufficiali italiane mentre le autorità del governo di Tripoli avevano fatto trapelare che il sequestro era stato compiuto da una milizia tribale allo scopo di ottenere un riscatto.

«Ma non era una vicenda già risolta? Ah no? Debbo controllare allora» rispose a fine dicembre Jamal Zoubia, direttore del Dipartimento mass media del governo di Tripoli a Lorenzo Bianchi del Quotidiano Nazionale che chiedeva informazioni. Se a Tripoli hanno altro a cui pensare e probabilmente non hanno interesse ad aiutare l’Italia che non ha sostenuto il governo islamista guidato dai Fratelli Musulmani, dopo sette mesi non si può escludere che gli italiani siano stati “venduti” ad altre bande considerato che a Sabratha l’Isis dispone di un campo d’addestramento in cui sono stati addestrati migliaia di jihadisti tunisini e algerini e che è stato recentemente il bersaglio di un raid aereo americano.

I quattro italiani vennero sequestrati mentre rientravano a Melitah dalla Tunisia, non lontano da dove nel novembre scorso vennero rapiti due funzionari dell’ambasciata serba in Libia, uccisi poi per errore dalle bombe dei cacciabombardieri F-15 americani il 21 febbraio. Secondo l’intelligence serba i due erano nelle mani di una banda criminale, guidata da Ahmed Abashi e dedita al traffico di immigrati. Secondo i serbi Abashi non sarebbe un membro dell’Isis anche se collabora strettamente con l’organizzazione al punto che i suoi ostaggi erano detenuti nella base dello Stato Islamico.

di Gianandrea Gaiani

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