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La strategia

Il piano dell'Italia per fare la guerra verra in Libia senza mandare soldati

Il piano dell'Italia per fare la guerra verra in Libia senza mandare soldati

Comandare le milizie libiche: questa l’essenza della strategia militare - e quindi politica - sviluppata già da mesi dal governo italiano. Risulta a Libero da fonti certe, che da tempo Roma ha consolidato un rapporto diretto non solo con i partiti e i leader politici libici di Tripoli e Tobruk, ma anche con un nucleo consistente di leader militari delle milizie. Se e quando il governo sponsorizzato dall’Onu di Fayez al Serray otterrà la fiducia dal Parlamento di Tobruk, un consistente «esercito di terra» è disposto a combattere per imporre la sua sovranità effettiva. Se nessun governo libico unitario legittimato dal Parlamento di Tobruk, chiederà alla Forza multinazionale di intervenire militarmente, questa si disporrà, come già oggi, su una linea di presenza lungo le coste. Una sorta di «catena di forte presidio» disposta sul mare, in attesa di uno sbocco politico a terra.

Chi pensa che l’Italia «andrà alla guerra», non coglie nel segno. Non esattamente, quantomeno. Oggi infatti - questo è il nucleo della strategia messa a punto da Marco Minniti, dai vertici della Difesa e dai Servizi - una «massa critica» di decine di migliaia di miliziani armati libici - quasi la metà dei 120.000 stimati - è disposta a concordare un piano di contrasto contro l’Isis sotto il comando della Forza multinazionale del generale italiano Paolo Serra. Un esercito di terra di eccellente professionalità (non l’armata Brancaleone che si sollevò contro Gheddafi), con una solida motivazione politica e ottime e concrete ragioni militari per porsi sotto il comando della Forza multinazionale.

Dunque, i combattimenti di terra saranno essenzialmente a carico delle milizie libiche. Queste, oltre a partecipare del processo politico unitario a cui lavora Roma, hanno solide ragioni militari per operare sotto la copertura della Forza multinazionale. Innanzitutto potranno usufruire di un comando strategico, di piani di battaglia frutto della alta professionalità dei generali europei, che li sottrarrà alla dinamica delle operazioni estemporanee sinora condotte. Ma soprattutto, i miliziani potranno usufruire in combattimento di quanto è loro mancato negli ultimi 4 anni: una consistente copertura aerea, l’intervento di stormi di elicotteri da combattimento Apache, una efficiente rete di individuazione satellitare e di comunicazioni, e anche di raid mirati di commandos italiani ed europei in una logica di go-and-back, in operazioni mirate per acquisire target, poi lasciati al presidio dei libici.

Questo non vuol dire che i nostri militari non parteciperanno alla guerra all’Isis. Lo faranno e rischieranno. Ma in posizione di supporto e di impiego tattico limitato. Effettueranno anche operazioni contro gli scafisti. L’unico punto incerto a oggi sono le scelte dell’esercito libico del generale Khalifa al Haftar, che non a caso è anche il punto di maggiore resistenza, che blocca il voto di fiducia del Parlamento di Tobruk al governo Serray. Haftar, accetterà il comando della Forza Multinazionale? A oggi, le pressioni dell’inviato Onu Martin Kobler e dei governi europei sono tutte indirizzate ai «padrini» di Khalifa al Haftar: Egitto e Arabia Saudita, che di al Sisi è indispensabile sponsor economico-politico, che sinora si sono messi di traverso. Se le pressioni avranno successo, Serray otterrà la fiducia e chiederà alla Forza Multinazionale di intervenire. E Haftar si dovrà adeguare. Se non avranno successo, il caos libico continuerà. A meno che questa prudente pianificazione strategica non salti a causa di un attentato Isis in Europa. O in Italia.

di Carlo Panella

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Commenti all'articolo

  • arwen

    05 Marzo 2016 - 16:04

    Non si fa la guerra senza mandare soldati. Ma che cavolate dite?

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  • nopolcorrect

    05 Marzo 2016 - 15:03

    L'importante per l'Italia è bloccare gli scafisti impedendo le partenze di clandestini dalla Libia e creare dei campi trincerati da noi controllati sulle coste libiche in cui riportare chi si fosse messo in mare per raggiungere l'Italia.

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