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Il retroscena di Bechis

I SOLDI DEL RAIS Dietro il conflitto il tesoro di Gheddafi

I SOLDI DEL RAIS Dietro il conflitto il tesoro di Gheddafi

Non è così strano e urticante come sembrerebbe dire oggi Matteo Renzi che gli Stati Uniti facciano pressing sull' Italia perché assuma davvero la guida della coalizione internazionale contro l' Isis in Libia. È stato Renzi a chiedere espressamente quel ruolo per l' Italia, per Federica Mogherini e per se stesso, e ora semplicemente gli si dice: «bene, guida!». Ma per un intervento militare serve un minimo di copertura sotto il profilo del diritto internazionale, e questa al momento manca. Bisogna che la difesa militare dagli attacchi dell' Isis venga espressamente richiesta da un soggetto libico riconosciuto. Fosse in carica e non solo virtuale, potrebbe chiederlo il governo di unità nazionale guidato dall' esule libico Fayez Sarraj. Quel fragile governo praticamente scelto e composto in gran parte da libici che non sono in Libia è stato celebrato sia dalla Mogherini che dallo stesso Renzi come un grande successo della politica estera italiana. Un successo del tutto virtuale, perché quel governo non è in carica, e quindi non può chiamare quell' intervento militare di cui da giorni si parla.

Non ci sono altre forze o gruppi libici che in questo momento sono legittimate a farlo. Una situazione ideale per i miliziani dell' Isis, che pur non avendo al momento grandi forze militari, possono godere del vantaggio indubbio di combattere o contro eserciti senza generali o contro generali privi di strategia e direttive precise. Tutto dunque ruota intorno a quel governo, che sembrava cosa fatta e invece non si fa. Mentre si parla di programmi militari che al momento sembrano scarsamente realizzabili, solo pochi analisti indagano sui reali motivi di quella paralisi prenatale del governo Sarraj. E insistono su un filone che spesso ha spiegato la storia della Libia di questi anni. Follow the money, seguite il flusso dei soldi e si capirà.

SEGUI IL DENARO La crisi libica pur avendo tutti gli ingredienti ben noti nei Paesi del sud del Mediterraneo, ha peculiarità diverse dagli altri. Sì, è un Paese di tribù e di bande di natura diversissima. E non mancano odi e inimicizie tribali, che ben conosceva anche il colonnello Muammar Gheddafi. Però non fu solo la dittatura a sopire quelle tensioni e quegli odi che oggi sembrerebbero riemergere. Fu anche il denaro. La Libia era un paese ricchi come pochi altri in quella zona del mondo, e non solo godeva di un certo benessere, ma era assai diffuso. Non in mano esclusiva del dittatore e della sua famiglia. Ogni libico quando il mattino si alzava, aveva in tasca 100 dollari senza avere fatto nulla. A lavorare erano soprattutto immigrati, che venivano da Paesi più poveri o anche dall' altra parte del mondo (i cinesi, ad esempio). Anche il denaro teneva insieme quel Paese. E potrebbe farlo ancora oggi, se il corso delle cose non stesse provocando l' esatto contrario.

Il governo Sarraj non è in carica, ma pur non essendo in carica da settimane si muove intorno a un solo tema: i soldi. Il 2 marzo il suo vice primo ministro in pectore era in visita al quartiere generale della World Bank a Washington, dove ha partecipato a un forum su «Fragilità, conflitti e violenza», insieme a un membro del Parlamento di Tobruk, Sultana Mismari.

L' incontro è stato occasione anche di discutere di nuovi finanziamenti alla futura Libia. Ma non è stato l' unico tema. Il vero governo di unità nazionale si sta formando nel board delle due vere cassaforti della ricchezza del Paese: la Bank of Libia e la Lia (Lybian Investment Authority), dove a sorpresa sono stati richiamati e riportati all' onore del mondo alcuni dei principali collaboratori finanziari di Gheddafi. Grazie a loro e alle loro conoscenze è partita la caccia che interessa tutti: quella alle immense ricchezze dell' ex colonnello depositate all' estero. Si sta cercando con cause legali di recuperare 90 milioni di dollari a Malta che avrebbe depositato Muatassim, figlio del Colonnello. Ma contro ci sono i legali della vedova Gheddafi, Safia Frakash, che rivendica quella somma.

Il capo della Lia di Tripoli, Abdulmagid Breish, sta cercando di riportare a casa un investimento da 100 milioni di dollari depositato dal Colonnello in un fondo nelle isole Bermuda e attualmente amministrato dalla HSBC. A Parigi altra causa per riavere indietro i soldi che Gheddafi aveva investito nella Quinta Communications di Tarak Ben Ammar. Altri stanno fornendo le chiavi dei forzieri svizzeri e di altre cassaforti nei paradisi fiscali. Sono tutti impegnati in quello, ma la Lia ha due divisioni in questo momento, esattamente come la banca centrale libica: una a Tripoli e una a Bengasi. E non sono propriamente comunicanti. Così nelle casse dell' uno e dell' altro fronte in attesa di recuperare i favolosi tesori di Gheddafi, affluiscono ben altri finanziamenti. Ed è quel flusso di soldi che in questo momento sta compromettendo la nascita del governo e l' unità nazionale. Arrivano finanziamenti dal Qatar, arrivano dall' Arabia Saudita, arrivano (pochi) anche dall' Egitto.

DIVISI SU TUTTO Quei soldi servono proprio come interdizione alla pacificazione, perché a tutti quei soggetti sulla scena araba e sud Mediterranea fa comodo non poco una Libia divisa. Arrivano fondi proprio perché non si faccia la pacificazione nazionale, e quindi non si crei nemmeno quel presupposto minimo per chiamare gli occidentali in guerra. Come se questo non bastasse, anche dagli Stati Uniti arrivano aiuti contrapposti. Non dal governo, ma da lobbie che sostengono Bengasi o Tripoli e si fanno guerra vicendevole. Testimonianza ne è una lunga lettera scritta al presidente Usa il 29 febbraio scorso da Esam Omeish, presidente del Centro studi strategici Usa-Libia, lanciando l' allarme sull' avanzamento a Bengasi delle truppe del generale tripolitino Haftar. Nella lettera si sostiene che quei gruppi islamici come Ansar Al-Sharia combattuti da Haftar e quasi decimati nell' ultima settimana, in realtà stavano lottando per evitare il ritorno al potere degli uomini di Gheddafi, secondo loro riportati in auge (in parte è vero) dal generale di Tripoli.

di Franco Bechis

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Commenti all'articolo

  • fabiosedita

    06 Marzo 2016 - 12:12

    Che errore togliere di mezzo i così detti dittatori da paesi come libia Iraq Egitto Tunisia. Sono paesi dove è impossibile applicare la cosiddetta democrazia e oggi ci troviamo a dover accogliere poveri migranti e a pensare alla guerra. Berlusconi lo sapeva, peccato che sia andata a finire così. Credo che l'Italia dovrebbe limitarsi solo a portare aiuti umanitari.

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  • zhoe248

    06 Marzo 2016 - 12:12

    L'unico che può rimettere in "ordine" la jamahirija è saif gheddafi, con "effetti collaterali" per più di qualcuno, ovvio

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