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Il punto

Scontro totale tra Clinton e Sanders: perché ora Donald Trump farebbe bene a tacere

Donald Trump

Tolti i guanti, i due GOP che si contendono la nomination sembrano sempre piu’ Trump & Cruz. Non c’e’ come vincere 7 delle ultime 8 primarie per galvanizzare un inseguitore (Bernie Sanders) e fargli alzare il tono degli attacchi. E non c’e’ niente come vedere a rischio una vittoria che pensava d’avere gia’ in tasca per allarmare la favorita (Hillary Clinton) e farle perdere l’aplomb.

Il trofeo dello Stato di New York, la cui primaria e’ imminente (19 aprile), e’ troppo importante per entrambi: se Hillary perde a casa sua, dove e’ stata eletta senatrice, va nel panico e rende Sanders una minaccia piu’ che reale, visto che un sondaggio di qualche giorno fa lo da’ davanti per 49 a 47 sul piano nazionale. Lo strappo tra le due fazioni e’ tale, dice un sondaggio di oggi McClatchy-Marist, che un quarto dei democratici pro Sanders non voterebbe Clinton a novembre.

“Non sei qualificata a fare il presidente se raccogli 15 milioni in contributi da Wall Street, un’entita’ la cui avidita’ e il cui comportamento scellerato e illegale ha contribuito a distruggere la nostra economia”, ha sparato il senatore del Vermont. “E pensi di essere qualificata dopo che hai votato per la guerra in Iraq nel 2002?”, ha rincarato. “Non ha studiato e non e’ preparato”, aveva detto di lui qualche ora prima la Hillary, a proposito dello slogan dell’avversario sulla fine del sistema bancario: “Se le banche sono troppo grandi per fallire (cioe’ se in caso di crisi devono essere salvate dai soldi pubblici NDR), allora queste grandi banche devono essere fatte a pezzi”.

E’ il ritornello di Occupy Wall Street, ma a chiedergli come dividerle e che cosa succede ai clienti, Sanders sembra Trump che vuole farsi pagare dai messicani il muro per tenere fuori gli immigranti clandestini. “Ci penseranno il mio ministero del tesoro e gli economisti”, risponde.

Hillary ha sferrato il suo colpo piu’ basso contestando la legittimita’ politica di Bernie: “Penso che lui stesso non si consideri nemmeno un Democratico”, ha sibilato su Sanders, che si e’ professato socialista tutta la vita e ha preso la tessera DEM un anno fa per correre. ”Sono stufa e seccata delle sue bugie di me”, ha replicato la ex First Lady all'insinuazione di un attivista di Greenpeace, che l’aveva accusata di prendere finanziamenti dalla lobby del petrolio.

E’ ormai rissa totale tra le due campagne, e ad attestare il momento critico e’ l’esplicito terrore dell’establishment democratico, tutt’uno con la Clinton, che il partito si frantumi prima di novembre come un GOP qualsiasi. “Sono molto preoccupata di questi toni. Penso siano gravemente distruttivi e non dovrebbero esserci”, ha commentato Dianne Feinstein, senatrice di lungo corso della California e personaggio di calibro che appoggia Hillary. “Credo che questo genere di denigrazioni non faccia niente di buono ne’ per Sanders, ne’ per Clinton, ne’ per il partito Democratico”.

Se Donald Trump da’ retta alla moglie e smette di fare tweet , meglio ancora se sta proprio zitto per qualche settimana, fa la miglior mossa possibile per preparare la sfida di novembre. I media non avrebbero benzina originale da mettere sul fuoco della sua (im)popolarita’ smodata e autodistruttiva (un sondaggio di oggi dice che un 69% di americani non lo voterebbe, peggio del 55% anti-Cruz e del 49% anti-Clinton), e dedicherebbero lo spazio che meritano alle sparate dei DEM. Il sogno del GOP e’ che, nella sua escalation, il Bernie furioso usi alla fine l’ “opzione nucleare”, cioe’ l’attacco ad Hillary sulle email top secret e sul server privato. Lui spera che sia l’FBI a farlo per lui, ma il tempo stringe.

di Glauco Maggi

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