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L'inglese che sputa agli inglesi

Ha lottato per la Merkel e ha perso: David Cameron, il ritratto di un traditore

David CAmeron

Referendum Brexit, vince il "sì": il primo degli sconfitti è David Cameron, il premier che ora viene spinto alle dimissioni. Di seguito il ritratto di Cameron, firmato da Nicholas Farrell.

Il Premier inglese e leader dei Tories è un Perfect English Gentleman e quindi non mi fiderei mai di lui neanche con la mia donna figurati con la mia patria. Crede in Dio e partecipa regolarmente alla messa (anglicana) - dice - e nel fair-play pure e crede - dice - anche nella Gran Bretagna e tutto ciò che rappresenta. Se la parola «credere» in Gran Bretagna ha un senso, però, vuol dire credere nella libertà del paese dalla tirannia.

Come mai allora David Cameron, detto «Dave» (diminutivo dispettoso), all’età di 49 anni vuole a tutti i costi che il mio paese rimanga nell’Unione europea? Cioè: una provincia di un impero pilotato dalla Deutschland über alles e governato da una burocrazia non eletta (la Commissione europea) ormai responsabile per il 60% delle leggi operative nei 28 paesi dell’Ue, dove il parlamento europeo è una torre di Babele in cui si espongono ogni tanto 751 strapagati eurodeputati, eletti sì, per modo di dire, ma senza alcun potere vero; un impero che ha condannato - grazie all’euro ma non solo - gran parte dei suoi cittadini alla miseria a tempo indeterminato - un impero il cui obiettivo dichiarato - tanto folle come pericoloso - è l’unione totale dell’Ue sia economica che politica.
Cameron, tutto questo lo sa benissimo ma ha deciso che la Gran Bretagna deve rimanere lo stesso parte di questo impero marcio e maledetto perché - ha il coraggio di dire - sarebbe peggio lasciarlo. Proprio lui, un Tory, perbacco!

Personalmente, non ho dubbi. Dall’inizio, a marzo, della campagna per il referendum fino a oggi, Lady Thatcher, il più grande leader dei Tories del 20° secolo dopo Sir Winston Churchill, si è rivoltata nella tomba almeno una volta ogni santo dì.
La scelta di Dave - detto anche «Dodgy Dave» (Dave l’ingannevole) per le sue verità scivolose come il mercurio e per il suo vizio di fare la gatta morta con imprenditori poco presentabili - di mettersi alla testa di Remain (la campagna per rimanere nell’Ue) è molto strana vista la sua provenienza da una benestante famiglia tradizionale e la sua costosa educazione classica. Suo padre Ian - nato con gambe deformi - fu un ricco stock-broker (borsista) - è morto nel 2010 lasciando agli eredi una barca di soldi - si parla di 30 milioni di sterline - tenuta nel paradiso fiscale delle Bahamas in modo tutto regolare - almeno per la legge.

Come il suo principale avversario Tory in questa campagna epocale, Boris Johnson - Cameron ha studiato a Eton - il più prestigioso college privato al mondo - dov’è stato beccato a fumare cannabis. Non è stato espulso, ma costretto a scrivere 500 frasi in greco antico e latino. Poi, dopo Eton, si è laureato in filosofia con 110 e lode all’Università di Oxford dove, come Boris che ha due anni in più di lui, fu eletto socio del famigerato circolo esclusivo di gran bevitori - The Bullingdon - fondato nel 1780 e famoso per i danni causati dai suoi soci in stato di estrema ebbrezza ai ristoranti dove si radunano. Era un batterista appassionato (Phil Collins, ma anche The Smiths, sono i suoi eroi) che si trovava in quei giorni sempre al bar a giocare a freccette.

Mentre la vita privata di Boris è disordinata quella di Dave ormai è il contrario. Si è sposato con «la mia arma segreta» Samantha Sheffield, 45 anni, figlia di Lord Sheffield, discendente del re Carlo II e proprietario di centinaia di ettari di terra al nord del paese, e hanno tre figli piccoli (il primogenito Ivan, nato con una rara combinazione di epilessia e paralisi cerebrale, è morto a sei anni). Si sono innamorati nell’estate del 1992 quando si trovavano in vacanza nella stessa villa in Toscana. A casa - per adesso Number 10 Downing Street - la Signora Cameron ascolta non-stop un canale radiofonico che trasmette solo la musica Indie e ha un tatuaggio di un delfino sul piede destro. Evita le telecamere e la politica ma lì dentro comanda lei: «Ce l’ho io il trapano», ha detto.

Chiunque avrebbe pensato che un uomo così, cioè, un English Gentleman doc, avrebbe fatto di tutto per difendere la Gran Bretagna e non l’Unione europea. Fra l’altro, uno dei principi di base del partito conservatore è - appunto - la difesa della libertà dell'individuo dalla tirannia dello Stato.

Sicuramente, la stragrande maggioranza degli inglesi - non solo del Partito conservatore ma di tutti colori - vuol far parte di un mercato unico europeo e basta, ma mai al mondo degli Stati Uniti d’Europa.
L’Ue, però, è già andata ben oltre un mercato unico e gli inglesi hanno visto la miseria causata dalla moneta unica e il caos della crisi dei migranti e hanno visto l’impotenza dell’Ue al riguardo. E ora vogliono soprattutto un governo nazionale e democratico (del Parlamento inglese eletto) e non un governo sovranazionale e antidemocratico (della Commissione europea non eletta).

Ma tanti - e vedremo domani quanti - hanno paura di lasciare l’Ue grazie proprio a Dave e alla sua campagna terroristica - chiamata «Project Fear» (Progetto Paura) - orchestrata per farli decidere secondo il criterio: «Meglio il diavolo che conosciamo».

«Cameron è come una banderuola, non ha mai creduto in nulla, per lui conta solo la vittoria», mi dice James Delingpole, autore e opinionista del settimanale, The Spectator, che si autodefinisce l’ultimo vero Tory rimasto vivo e che fu a Oxford negli stessi anni di Cameron.

Nel 2013, annunciando il referendum, Dave aveva promesso: senza un accordo sulla restituzione da Bruxelles a Londra di poteri fondamentali, lui in persona sarebbe sceso in campo come leader di Brexit (la campagna per uscire dall’Ue).

Lo scorso novembre, in un discorso alla Cbi (la Confindustria inglese) - cioè, prima della conclusione delle trattative con Bruxelles e i leader degli altri 27 paesi soci e quindi prima della sua decisione per il sì o il no - Cameron proclamava: «L’economia inglese può benissimo prosperare fuori dall’Ue». Ma poi, che fa? Beh, a febbraio, concluse le trattative e non avendo ottenuto un bel nulla, torna da Bruxelles come Neville Chamberlain da Monaco nel 1938 per dire: «Ho nella mia mano un foglio …». E decide di appoggiare Remain (la campagna per rimanere)! Da quel giorno, lui e la sua squadra hanno bombardato gli inglesi con uno tsunami di dati apocalittici sulle presunte sorti terribili dell’economia inglese fuori dall’Ue. C’è stato un silenzio totale invece riguardo il suo accordo all’aria fritta.

«Tutti noi giornalisti a Westminster eravamo allibiti quando è tornato con nulla di significativo», mi dice Isabel Oakeshott, autrice di una biografia di Cameron Call Me Dave: «La cosa audace sarebbe stato dire: “No! Non posso accettare questo, io sto per Brexit”. Invece, no».

Ecco dunque la domanda: il Premier inglese ha raccontato bugie fino allo scorso novembre, oppure ne racconta adesso?

Così, Cameron punta tutto sul tema economico e tace su altri temi fortemente sentiti dagli inglesi come la mancanza di democrazia e l'emergenza migranti per motivi ovvi: una Gran Bretagna fuori dall’Ue in possesso della quinta più grande economia al mondo sarà ancora una volta una democrazia, libera dalla mano morta di Bruxelles, e riavrà anche la possibilità finalmente di controllare le sue frontiere. L’anno scorso, l’immigrazione netta (la differenza tra immigrati e emigrati) ha raggiunto un record di 330mila persone (la metà cittadini comunitari). Dal 2005 la popolazione inglese è cresciuta da 5 milioni e entro il 2025 crescerà da altri 10 milioni per raggiungere i 75 milioni, grazie all'immigrazione fuori controllo.
Quindi, per Cameron, conviene per forza parlare solo di cash.

«Questa gente è The Establishment come lo è Cameron. The Establishment vuol dire Goldman Sachs, le grandi corporazioni, e la sinistra comunitaria. Non è né di destra né di sinistra. Vuol dire tutta quella gigantesca armata col grugno nel trogolo dell’Ue», aggiunge Delingpole.

Sì, ci sarà un periodo di turbolenza nel caso di Brexit, ma nessuno può sapere quale sarà l'effetto economico nel lungo andare. Innanzitutto, la Gran Bretagna, fondata secoli fa sul commercio globale, esporta a tutt’oggi molto di più verso i paesi fuori dell’Ue che verso l’interno. Ma dentro l’Ue non può neanche firmare per conto suo accordi commerciali con nessuno - lo può fare solo la Commissione europea.

Bisogna ricordare che nel 1992, la stessa gente - tutti presunti esperti - prevedeva una catastrofe se la Gran Bretagna fosse uscita dall’Erm (gli Accordi europei di cambio), cioè la prova generale per l’euro, secondo il quale ogni moneta europea doveva affiancare il marco tedesco. Alla fine, con i tassi d’interesse inglesi saliti alle stelle nel vano tentativo di affiancare la moneta tedesca, il governo inglese era stato costretto a tirare fuori la sterlina dall’Erm. Ma - nonostante il parere degli esperti - non accadde nulla di catastrofico. Anzi. Si ebbe un boom economico che sarebbe finito solo con il grande crollo del 2008. All’epoca, Cameron - guarda caso - era consigliere speciale del Cancelliere delle scacchiere Norman Lamont.

Cameron, va detto, è stato un fuoriclasse politico, che ha sfruttato la tecnica del marketing imparata quando (grazie all’amicizia della madre di sua moglie con il proprietario) nella seconda metà degli anni Novanta fu direttore corporate affairs di una società mediatica londinese. Ha trasformato il Partito conservatore dal «nasty party» al «nice party» e fu il primo Premier Tory dal 1992 quando eletto nel 2010 e il 19° da Eton. Si è autodefinito «The Heir to Blair» (L'erede di Blair). Ecco perché ha dato l’ok, ad esempio, ai matrimoni gay. Ma è senza pietà verso il nemico come si vede dalla sua campagna degna di Goebbels per Remain.

Chiunque vinca questo referendum epocale, il Partito conservatore ora rischia di spaccarsi in due - come nel Novecento sulla questione del libero scambio - grazie in gran parte alla campagna denigratoria, esagerata e disonesta di «Dodgy Dave».

Poteva fare lo statista e rimanere super partes come Harold Wilson, il Premier laburista durante il primo e ultimo referendum inglese sull’Ue nel 1974. Ma lui no. Se avrà la sua vittoria - lo vedremo domani -, sarà una vittoria di Pirro. Peggio, sarebbe anche una vittoria per la dittatura di Bruxelles e per i tedeschi, ovvero, una sconfitta per la libertà. Ovunque.

di Nicholas Farrell

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Commenti all'articolo

  • Happy1937

    24 Giugno 2016 - 17:05

    David e Boris, soci del Club dei grandi bevitori. Ora si capisce come hanno fatto a riportare sull'orlo del baratro la povera Inghilterra.

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  • Max938

    Max938

    24 Giugno 2016 - 07:07

    CARO "LIBERO QUOTIDIANO" STAMANI SU TWITTER DI COMMENTI NE HO LASCIATI PARECCHI ...IN SOSTANZA ..BREXIT NON ALLA UE MA A QUESTA "UE" CON LA SVASTICA ...E AVANTI CON UNA NUOVA EUROPA DEI POPOLI LIBERI DALLE OLIGARCHIE FINANZIARIE E DALL'ATLANTICO AGLI URALI..Max938

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