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"Nel nome di Bobby Sands": vita, parole e morte di un "simbolo di libertà"

"Nel nome di Bobby Sands": vita, parole e morte di un "simbolo di libertà"

Nell'anno della Brexit, vista in Inghilterra come trionfo dell'autodeterminazione del popolo britannico, è interessante (forse doveroso) rileggere o conoscere per la prima volta la tragedia di Bobby Sands, pagina nera nella storia recente d'Oltremanica e simbolo dell'orgoglio di Belfast e dell'Irlanda del Nord, con i britannici nel ruolo questa volta di persecutori, occupanti, aguzzini.

Il libro aggiornato - Il giornalista della Gazzetta dello Sport Pierluigi Spagnolo, grande appassionato d'Irlanda, è l'autore di Nel nome di Bobby Sands (160 pagine, 15 euro). Il libro, ripubblicato da L'Arco e la Corte, era già uscito nel 2002 ma questa edizione è aggiornata e con una interessantissima traduzione integrale di un manuale per la guerriglia inedito in Italia, destinato ai volontari dell'Irish Republican Army e risalente al 1956. Tecniche, linguaggi, obiettivi militari, perché nel cuore dell'Europa si è combattuta una guerra vera, lunga 40 anni e oltre, che la Corona e i governi inglesi hanno sempre cercato di sminuire a semplici "troubles".

Sands "morto di fame" - L'autore contestualizza quegli anni di sangue, soprattutto il decennio lungo 1969-81, non si sofferma tanto sulle vite spezzate degli inglesi e degli irlandesi morti negli attentati dell'Ira quanto sulle migliaia di nordirlandesi cattolici perseguitati, incarcerati senza processo, accusati spesso ingiustamente, trattati in maniera disumana dalla polizia inglese e unionista dall'altro. Tra di loro c'è Sands: l'analisi della sua vita famigliare, i dolori e la scelta di abbracciare la lotta armata per l'indipendenza irlandese, fino a divenirne un martire, sono il cuore dell'opera. Imprigionato con motivazioni dubbie nel 1976, è morto il 5 maggio 1981 nella cella del famigerato carcere di Long Kesh dopo 66 giorni di sciopero della fame. Aveva 27 anni e da quel giorno è diventato un simbolo di "libertà". "Morto di fame", scrive con amara ironia Spagnolo, perché per i britannici questo erano i nordirlandesi cattolici, morti di fame". 

Botte, torture, umiliazioni - Come tutti i miti, non mancano le pagine controverse. Ma la potenza nel libro di Spagnolo è tutta nelle testimonianze del ragazzo di Belfast dal carcere, e in quelle dei suoi compagni di cella. Botte, soprusi, umiliazioni di ogni tipo. Parole così crude che mettono ancora oggi sotto accusa la Corona e Downing Street, conniventi se non mandanti degli agenti carcerari unionisti e protestanti. Torture e annullamento dei diritti con pratiche che spesso si etichettano come "sudamericane" o "staliniste", ma che tra anni 70 e 80 sono state anche europee, per di più di un Paese civile e democratico, nella sostanziale indifferenza o inazione delle autorità internazionali. Ecco perché, a distanza di 35 anni, la storia della "allodola nordirlandese" che ha preferito morire piuttosto che "cantare per il padrone" insegna ancora tanto e affascina, a destra e a sinistra, che ha nell'autodeterminazione dei popoli il proprio orizzonte politico e di vita.

di Claudio Brigliadori
@Piadinamilanese

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