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Unione a pezzi

Pure l'America stufa dell'euro
La mossa contro le banche

Pure l'America stufa dell'euroLa mossa contro le banche

Un' Europa così, forse, comincia a dare noia perfino agli Stati Uniti. Sono sempre più frequenti i segnali di pragmatico fastidio che arrivano da Washington nei confronti dell' eurozona. Il termometro più evidente di questa lenta svolta è un problema recentemente tornato alla ribalta, ma in realtà spalancato da anni: il surplus tedesco. Come noto, in barba alle regole europee, Berlino - grazie all' euro e alla spesa destinata al taglio del costo del lavoro nella prima metà degli anni 2000 - si è guadagnata un vantaggio competitivo nei confronti dei paesi vicini.


Da allora la Germania ha costruito la sua economia sull' export e ha progressivamente ingigantito lo squilibro nella bilancia commerciale, giunto ora a 310 miliardi: poco meno del 9 per cento del Pil (e non potrebbe essere superiore al 6). Perché è un problema? Fondamentalmente perché danneggia gli altri: se mezzo mondo compra tedesco, non compra altrove. In più, privi della leva del cambio, i paesi dell' area euro hanno un solo modo per rincorrere la Germania: aumentare la competitività abbattendo il costo del lavoro, cioè i salari. Ovvero, come ebbe a dire da premier Mario Monti, «distruggendo la domanda interna», e diminuendo le importazioni. Un' Europa depressa e in deflazione è per gli Usa un guaio, visto che lo sbocco commerciale oltre Atlantico è essenziale per Washington: avere un mercato europeo solido e unito è stata la motivazione principale del sostegno americano alle istituzioni comunitarie. Visto l' andamento dell' economia in Europa, da oltre tre anni periodicamente il Tesoro Usa rimprovera Berlino per il suo surplus. Segue replica stizzita, e finisce lì. Ora però i problemi dell' area euro sembrano aver pericolosamente raggiunto e superato i vantaggi dell' assetto costruito in decenni. Non è un problema ideologico, ma economico. Ecco i principali punti di frizione dalla sponda ovest dell' Atlantico.


DIESELGATE E APPLE Senza scomodare complotti, è un fatto che il Dieselgate della Volkswagen sia nato in Usa. È stata l' Environmental Protection Agency, cioè un' autorità americana, a scoprire e denunciare un anno fa il pasticcio globale sui test di emissione dei motori della casa automobilistica. Che si sia trattato o meno di un avvertimento politico, poco importa: l' effetto è stato quello di far pagare Volkswagen e mettere in dubbio l' egemonia morale tedesca in un settore cruciale dell' export teutonico.  Proprio in questi giorni, come evidenzia con dovizia di particolari il Financial Times, stanno tra l' altro arrivando al dunque i processi per la presunta truffa sui test. C' è chi ha visto nel caso Apple/Irlanda, e nella successiva minaccia del presidente dell' Eurogruppo Dijsselbloem rivolta alle multinazionali americane («Pagherete le tasse giuste, è finito il tempo dell' evasione», ha detto) una sorta di vendetta proprio per Volkswagen. Anche se così non fosse, l' attrito tra i due blocchi appare evidente, se non altro per il paradosso di un gigante globale (Apple appunto) che si è trovato a difendere la sovranità fiscale di Dublino (l' Irlanda) contro le ingerenze dell' Unione.


ASSEDIO ALLE BANCHE Una settimana dopo la Brexit, il Fondo Monetario Internazionale ha sganciato una bomba atomica sulla Germania. Secondo l' organizzazione sorta a Bretton Woods, da sempre presieduta da un europeo ma con cervello (e quote) a maggioranza americana, l' istituto tedesco era, nel giugno scorso, «il più rilevante contribuente netto ai rischi sistemici tra le banche di rilevanza sistemica globale».  Così si leggeva nel documento diffuso dal Fondo stesso. Una bordata che, assieme agli stress test europei sulle banche, ha rimesso al centro dei timori la tenuta degli istituti europei, piegati dal peso della crisi e dalle risoluzioni sul "bail in", come sappiamo in Italia. Anche qui, non si tratta di un fulmine a ciel sereno: le banche tedesche, imbottite di derivati, sono state tra i principali veicoli di contagio oltre Atlantico del crac di Lehman nel 2008. Inevitabile quindi la forte valenza politica dell' atto di accusa contro la banca di Berlino.

RUSSIA SENZA AMORE Poi c' è la politica vera e propria. Rispetto all' assetto relativamente chiaro del secondo Dopoguerra, con gli Usa determinati a rifare l' Europa a colpi di piano Marshall, l' assetto attuale è un macello in cui il ruolo del Vecchio Continente, a saperlo trovare, è tutto meno che univoco. Non bastassero le fratture dell' ex Occidente sulla Libia e sulla Siria, con la Russia i problemi sono enormi. Il fallimento di una idea di politica estera europea comune ha portato, anche e soprattutto a causa degli squilibri e dei contrasti economici, all' esasperazione dei conflitti tra membri che proprio l' Unione avrebbe dovuto realizzare. Sull' Ucraina e sulle sanzioni a Mosca la Merkel ha giocato una partita a sé da aspirante egemone, con la Ue al seguito in ordine sparso. Per Washington, lo scenario peggiore.


TTIP VIVO O MORTO? Avvolto da una certa opacità sulle trattative e i contenuti, il TTIP, ovvero il trattato di libero scambio tra USA e UE che dovrebbe fare il paio con il simile e già chiuso accordo transpacifico, non gode di ottima salute. Nelle speranze di chi si batte per siglarlo, sarebbe un poderoso strumento di rilancio per il commercio tra America ed Europa, che potrebbe superare (soprattutto per Washington) la drammatica flessione nella domanda del Vecchio continente: fosse approvato, al di là dei dettagli, le merci a stelle e strisce arriverebbero con meno restrizioni ai nostri mercati. Quando, a fine agosto, il vice della Merkel, il ministro socialdemocratico dell' Economia Siegmar Gabriel, ha dichiarato morto il trattato, è intervenuta la stessa Cancelliera per contraddirlo clamorosamente. Facile immaginare che la smentita sia arrivata dopo pressioni diplomatiche Usa: per Washington un' Europa economicamente ferma e un TTIP arenato sono danni da miliardi e miliardi l' anno.

DOPO STIGLITZ Tutti questi motivi latenti di tensione affiorano in modo sempre meno rarefatto. Il recente libro di Joseph Stiglitz, ampiamente recensito da Libero, è a suo modo un segnale del fatto che il gotha economico americano inizia a discutere "apertis verbis" la tesi secondo cui l' euro è un fallimento. Le argomentazioni e i numeri erano sul piatto da anni, ma quando è un Nobel a mettere nero su bianco le stesse cose il peso è diverso. E gli effetti sul discorso pubblico e mediatico si iniziano a vedere. Pochi giorni fa, per esempio, sul Washington Post è apparsa un' analisi dal titolo: «I politici americani amano accusare Cina e Messico di sottrarre posti di lavoro. La Germania potrebbe essere il prossimo bersaglio». Argomento: «I prezzi dei prodotti tedeschi sono artificialmente bassi.  La Germania ha profittato per anni di un euro debole, mentre le economie meno competitive soffrivano. E dal momento che condivide l' euro con Paesi più poveri, la sua moneta è più deprezzata di quanto sarebbe con divise nazionali. Questo dà alle imprese tedesche un vantaggio globale, perché comprare da loro conviene. Molti economisti stimano che un ritorno al marco rivaluterebbe la moneta del 20 per cento». Discorso tipico, ciclicamente rivolto però di solito a cinesi e messicani, mai a un paese europeo. Se cominciano gli americani a dire l' ovvio, e se lo fanno in una campagna elettorale dove si agita un certo Donald Trump, nulla può essere escluso per le sorti dell' Europa e dell' euro.

Martino Cervo

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Commenti all'articolo

  • g.trimboli

    17 Settembre 2016 - 19:07

    Renzi ha fatto fin ad ora lo zerbino dei tedeschi e dei francesi e ora parla di foglia di fico !

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  • bettym

    15 Settembre 2016 - 10:10

    c'è un solo modo per provare a salvarsi..DOBBIAMO USCIRE DALL'UE e dall' EURO; tutto questa manfrina dell'UE e dell'Eurozona è stata studiata solo per favorire banche (adesso siamo governati dalla BCE..) e la Germania e basta!!! E' TARDI, MA SEMPRE MEGLIO TARDI CHE MAI!! Usciamo con determinazione dall'UE e riprendiamoci la nostra sovranità monetaria ed economica

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  • andresboli

    15 Settembre 2016 - 08:08

    " hanno un solo modo per rincorrere la Germania: aumentare la competitività abbattendo il costo del lavoro, cioè i salari." E' queta la follia!! bisogna aumentare la ricerca, la qualita e la produttività, i salari li diminuiscono i paesi poveri.

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  • Garrotato

    15 Settembre 2016 - 08:08

    Analisi del tutto condivisibile. Però il motivo principale per cui l'America, adesso, vede l'Europa con occhio un po' più critico che nel recente passato credo sia il fallimento del TTIP, su cui l'America contava moltissimo per rilanciare le sue esportazioni. Ma il TTIP sarebbe stato un disastro non solo per la Germania (che magari se lo meriterebbe anche), ma per tutta l'Europa.

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