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Non solo il colombiano

La storia senza pace del Nobel per la Pace. Obama, Arafat, Europa: tutti i disastri del premio che scordò Gandhi

Yasser Arafat

M'immagino la scena, più teatro dell’assurdo che teatro di Ibsen.

Vigilia dell'assegnazione del premio. Nella stanzetta dei giochi del gruppetto dei cinque saggi del Comitato per il Nobel norvegese, irrompe, trafelato e stizzito, il più saggio tra loro, con un faldone di agenzie stampa in mano: «Santos? Ma, scusate, Olaf, Thor, Stig, Preben Larsen (i norvegesi si chiamano tutti così, sono o calciatori o designer...ndr) noi a chi l’avremmo dato il Nobel per la Pace? A Juan Manuel Santos, il presidente della Colombia?». «Be' sì. Già il nome evoca serenità, fratellanza. Santos, senti? Certo, se si chiamava Diablos era un casino. Poi è un bell'uomo, elegante, sull'asola del blazer sfoggia sempre la spilletta a forma di colomba. Poi è un ex giornalista, chè la stampa a favore ci fa comodo, poi è stato sia di destra e di sinistra...», rispondono i colleghi. «E sarebbero queste le motivazioni per il Nobel?». «Be’, poi Santos ha fatto quest'accordo con le Farc, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia: sai i negoziati all'Avana durati ben quattro anni coi marxisti leninisti cattivi, un atto storico». Il saggio è basito, sventola le agenzie: «Ma voi li leggete i giornali? L'accordo è stato bocciato da un referendum popolare, il 2 ottobre...».

I saggi si paralizzano dal terrore. Uno sta ingollando un panino all’aringa, l’altro stoppa un dvd di Ingmar Bergman, un altro ancora è concentrato sul montaggio di uno scaffale Ikea. «Per Odino! Ci siamo dimenticati di chiamare l’Accademia di Stoccolma. E ora, che facciamo? Abbiamo già stampato gli inviti, fatto il comunicato stampa, le medagliette serigrafate, gli smoking a noleggio. Diamolo pure alle Farc, ex aequo...». Il saggio dissente: «See, vabbè, peggio il tacòn del buso (tradotto dal dialetto di Oslo, ndr). Ho trovato: nelle motivazione puntiamo sulla speranza. Mettiamo che speriamo che «non va inteso come un No alla pace, ma come un esortazione simbolica a tutti quelli che nel suo Paese hanno lottato per la Pace”». «Perfetto!», annuiscono Olaf, Thor, Stig, Larsen «così riusciamo a non fare la figura dei pirla». Non ce l'hanno fatta. Il Nobel per la Pace assegnato, su 376 candidati, a Juan Manuel Santos, l’uomo che voleva allearsi coi terroristi delle Farc -pacificazione ed amnistia assoluta per ogni delitto- è la dimostrazione di un vaporoso riconoscimento al nulla. Oltre che uno schiaffo delle solite frigide élite al popolo che gli ha votato contro.

Sarà che, dal 1895, per disposizione testamentaria del fondatore Alfred Nobel, il Premio per la Pace lo sceglie la Norvegia e non la Svezia, e le due nazioni comunicano a dittonghi. Sarà che per sua natura è sfuggente. Ma il Nobel resta un paradosso storico fin dalle origini. Nel 1919 fu assegnato al presidente Thomas Wilson colui che spinse gli Stati Uniti a intervenire nella prima guerra mondiale e che promulgò leggi illiberali sulla sedizione per perseguitare socialisti e pacifisti. Da lì fu un irrefrenabile escalation di assurdità frullate al cattivo gusto. Nel ’73 ottenne il Nobel il supernegoziatore Henry Kissinger, che pure aveva avuto parte attiva nel sanguinoso golpe di Pinochet in Cile. Nel ’94 i cinque saggi pensaro bene di consegnarlo a un sorridente Yasser Arafat, leaer Olp che esportò il terrorismo contro Israele e in Europa. Nel 2005 Mohammad El Baradei, ne fu fregiato appena divenuto presidente del Consiglio di un governo instaurato dai militari dopo un colpo di stato in Egitto. Subito dopo l’onore toccò all'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica delle Nazioni Unite per «gli sforzi per impedire che l'energia nucleare venisse usata per scopi militari»; ma India, Israele, Cina, Corea non pare si siano affannati a smontare gli arsenali. Nel 2009 -gaffe storica- il Nobel va a Barack Obama il quale aveva perpetuato la politica militare di Bush in Irak e Afghanistan; e fu una storica assegnazione «in via preventiva», praticamente un derivato bancario sulla speranza.

Stendiamo un velo pietoso sul Nobel assegnato all’Unione Europea (bombardamento in Serbia, guerre in Libia, Irak e Afghanistan) che la storica Annie Lacroix-Riz ritenne «perfettamente inutile». E non tiriamo in ballo neppure i candidati «sorprendenti»: Bill Clinton nel momento dell’attacco alla Serbia, o, perfino, Adolf Hitler sostenuto nel 1939 su richiesta di Erik Brandt, deputato socialdemocratico svedese dopo la pubblicazione su Times, di un articolo lusinghiero sul dittatore. E la cosa più astrusa è che a spingere Hitler al Nobel fu pur la scrittrice americana ebrea Gertrude Stein, lesbica e un po’ comunista. A ’sto puntoPutin non avrebbe sfigurato.

Ma, come visto, le candidature sono scommesse sul destino. Geir Lundestad storico norvegese, ex direttore del Comitato Norvegese per il Nobel rivelò che spesso il voto si calibra su logiche geografiche: «Il caso dell'attivista keniota per l'ambiente Muta Maathai: nel 2004 si decise che bisognava dare il Nobel a una donna che fosse africana e musulmana. Lei era l'unica a possedere i tre requisiti». In compenso il Nobel non venne mai dato a Giovanni Paolo II, o a Václav Havel, leader ceco della Rivoluzione di velluto. Restò a bocca asciutta perfino Gandhi. Anche allora, forse, i cinque saggi erano distratti dalla degustazione delle aringhe.

di Francesco Specchia

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Commenti all'articolo

  • Garrotato

    08 Ottobre 2016 - 18:06

    Ci dev'essere qualcosa di strano nelle aringhe, dato che anche per quanto riguarda la letteratura non è che le scelte delle Commissioni Nobel siano così limpide e azzeccate... Ahahah.

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  • JZS

    08 Ottobre 2016 - 17:05

    Lo SHOW del "Premio NOBEL per la PACE" è completamente impazzito. Tra un po' daranno a postumi pure il Premio per la Pace a STALIN ed a MAO che hanno sterminato m ilioni di esseri umani e LORO concittadini.

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