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L'ambasciatore azero in Italia

"Fra noi e l'Armenia ben venga la mediazione della Russia"

"Fra noi e l'Armenia ben venga la mediazione della Russia"

Ambasciatore Mammad Ahmadzada, cosa ha rappresentato per l’Azerbaijan la visita apostolica di Papa Francesco?
«Ha rivestito una grande importanza, perché testimonia il nostro essere Stato multiconfessionale. Già Giovanni Paolo II fece una visita storica in Azerbaijan nel 2002, da cui scaturirono ottimi risultati, tra cui il dono da parte del governo azero di un terreno a Baku su cui erigere una nuova chiesa, che oggi rappresenta il centro della comunità cattolica del Paese. Vorrei anche ricordare che con il Vaticano i rapporti sono ottimi da anni, come hanno testimoniato i contributi dati dalla Fondazione Heydar Aliyev, presieduta dalla first lady Mehriban Aliyeva, al rifacimento di alcuni dei luoghi simbolo del patrimonio cattolico, come le catacombe dei Santi Marcellino e Pietro a Roma».

Il presidente Aliyev ha definito l’Azerbaijan «nazione simbolo del multiculturalismo e della multiconfessionalità come strumento di dialogo, di pace e di convivenza», ma il 96% della popolazione è musulmano e i cattolici sono poche centinaia.
«L’Azerbaijan è storicamente un Paese multiconfessionale, multiculturale e multietnico, dove a nessun cittadino è riconosciuto alcun tipo di superiorità religiosa o etnica. Esiste una Costituzione che pone tutte le etnie e le religioni sullo stesso piano. Sono presenti in estrema armonia cattolici, ortodossi ed ebrei e tutta la nostra vita pubblica e privata si fonda sul principio di uguaglianza. A Baku esistono moschee, chiese ortodosse, sinagoghe, una chiesa cattolica e una protestante. La stessa situazione si replica nelle altre città più popolose. Gli esponenti istituzionali sono molto attenti a partecipare senza preferenze a tutte le feste religiose. Non è un caso che il 7° Forum Globale delle Nazioni Unite “Alleanza delle civiltà” si sia tenuto a Baku nell’aprile 2016».

Resta comunque la questione del Nagorno Karabakh, che si è trasformata anche in una “guerra fredda” religiosa.
«Descrivere il conflitto del Nagorno Karabakh tra Armenia e Azerbaijan come un conflitto religioso per noi è ridicolo. Voglio fare un esempio: nel cuore di Baku c’è una chiesa armena. Il governo l’ha ristrutturata e ora vi si preservano oltre 5mila libri in armeno. L’Armenia intenzionalmente presenta questo conflitto dal punto di vista religioso per spingere l’opinione pubblica del mondo cristiano a favore delle sue rivendicazioni. Ma è un conflitto basato sulle rivendicazioni territoriali dell’Armenia contro il mio Paese, dovuto al fatto che, dopo il crollo dell’Urss, l’Armenia ha invaso militarmente il Nagorno-Karabakh, regione dell’Azerbaijan riconosciuta internazionalmente parte dell’Azerbaijan, e i 7 distretti circostanti. Da 25 anni l’Armenia occupa il 20% dei nostri territori internazionalmente riconosciuti. Il conflitto ha causato un milione di profughi interni e rifugiati azerbaigiani, il che fa di noi il Paese con la più alta percentuale di profughi e rifugiati sul totale della popolazione».

Che il tempo non abbia lenito le ferite è testimoniato pure dal grande cimitero dei caduti nella guerra contro l’Armenia, dove arde una fiamma perpetua.
«Il tempo non potrà lenire le ferite finché i territori dell’Azerbaijan resteranno occupati, i profughi e i rifugiati non potranno far ritorno alle loro case, e i molteplici pronunciamenti internazionali, tra cui quattro risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che chiedono l’immediato ritiro delle forze armate armene, resteranno inapplicati. Il conflitto del Nagorno-Karabakh è una pagina molto triste e nel 2017 si ricorderà il XXV anniversario di uno degli eventi simbolo della ferocia armena: quando nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 1992 venne commesso un genocidio contro civili azerbaigiani, con l’uccisione di 613 persone, incluse donne, bambini e anziani, nella città di Khojaly. Tale evento deve ricevere ancora la dovuta condanna della comunità internazionale. Che il tempo non sia d’aiuto lo testimonia poi l’escalation di violenza che l’Armenia ha messo in atto lo scorso aprile, quando ha compiuto una nuova aggressione militare. Tra l’altro ripetendo false e ridicole accuse, che incolpavano l’Azerbaijan di presenze irregolari nell’esercito. Dovremmo essere noi a denunciare irregolarità nell’esercito armeno, inclusa la presenza di membri dell’organizzazione terroristica Asala, l’uso delle armi chimiche e persino le minacce di usare le armi nucleari».

La recente mediazione di Mosca può essere decisiva?
«Può sicuramente aiutare il processo di pace e l’Azerbaijan si è sempre mostrato intenzionato a risolvere in forma pacifica il conflitto, ma ciò non potrà mai prescindere dal ritiro delle forze militari dell’Armenia dai nostri territori. Speriamo che, col sostegno della comunità mondiale, le risoluzioni internazionali vengano finalmente applicate. È arrivato il momento che l’Armenia accetti il fatto che lo status quo deve essere cambiato, cessi di fingere di negoziare e mostri invece un approccio costruttivo per avviare negoziati sostanziali».

di Miska Ruggeri

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