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La missione

Ibrahim Alsabagh, il parroco di Aleppo: "Vi racconto la mia vita sotto alle bombe"

Ibrahim Alsabagh

Avere un’esperienza dell’inferno, su questa terra, è possibile. Ce ne sono molti, e uno di questi è ad Aleppo. Un tempo, e neppure tanto tempo fa, era una città bellissima, ricca di tesori artistici, di turisti, di gente che conviveva pacificamente. Oggi è una trappola in cui sperare sembra una crudeltà in più. Vivere ad Aleppo è impossibile. 3 bambini su 5 hanno problemi di salute legati a disturbi psicologici. L’80% delle persone è senza lavoro e il 92% delle famiglie vive sotto la soglia della povertà. Sono rimasti ad Aleppo un milione e 400mila persone (di cui solo 200mila ad Est) sui 4 milioni presenti prima dell’inizio della guerra.

“Qua almeno abbiamo un posto nel cimitero”, mi dice chi rimane. Alcuni sperano in una soluzione, altri sono disperati: vorrebbero fuggire ma non hanno un visto né i soldi necessari. Tuttavia assistiamo spesso a miracoli, a persone che si salvano dai bombardamenti, anche se i miracoli più grandi sono le persone che fanno atti di carità". Il ritratto, scevro di pietismi, di ideologia e di partigianeria, è stato fatto da padre Ibrahim Alsabagh, dal 2014 parroco della comunità latina di San Francesco d’Assisi ad Aleppo Ovest "a sessanta metri dalla linea del fuoco". Il religioso è riuscito a venire a Roma, per presentare il suo libro dal titolo Un istante prima dell’alba, pubblicato con le Edizioni Terra Santa, nel Teatro San Francesco. Poi, domani sera, alle ore 21.00, presso la parrocchia di San Francesco a Ripa.

Padre Ibrahim senta particolarmente forte il suo rapporto con l’Italia, perché, "il popolo italiano ha una generosità speciale: so di tanti anziani che invece di comprare le medicine per loro, mandano soldi ad Aleppo. Da noi mancano i soldi per medicine e interventi chirurgici, mentre in tempi di pace il governo aiutava economicamente chi aveva malattie gravi, come il cancro", ha spiegato pacatamente, testimoniando una realtà che i pregiudizi ideologici spesso oscurano.

E la realtà è più forte di tutto, perché può rivelare lampi di luce anche nell’oscurità infernale. Infatti, nonostante le bombe, gli attacchi, la mancanza di quasi ogni cosa, l’attesa della morte, la comunità della parrocchia del padre aiuta migliaia di famiglie, cerca di procurare loro viveri e medicine, li aiuta nella riparazione delle case semidistrutte e, miracolo nel miracolo, fa in modo che bambini e ragazzi continuino a studiare. Creando delle sale di studio in locali strappati alle macerie, organizzando persino feste e tavolate.Senza negare l’aiuto a nessuno.

"Talvolta, pensando a me stesso – racconta padre Ibrahim –, dentro di me rido perché, amante dei libri e di alti studi teologici, mi trovo ad Aleppo a fare il vigile del fuoco, l’infermiere, il badante e, da ultimo, il sacerdote". Ed è sorprendente anche scoprire quanta gente sia impegnata ad aiutare, nel silenzio. Cose che non fanno notizia, ma che sono realtà. Insomma, si può continuare a vivere, ad amare, a sognare e fare cose impossibili anche in quell’inferno che un tempo era la mitica città di Aleppo.

di Caterina Maniaci

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