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L'intervista a Libero di Sergio Romano

L'ex ambasciatore Romano: "Ecco tutto quello che non abbiamo capito di Putin"

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Sergio Romano

Ha restituito alla Russia il rango di grande potenza, ma non è riuscito a farne una potenza moderna. È il giudizio su Vladimir Putin tracciato da Sergio Romano, ambasciatore a Mosca tra il 1985 e il 1989 e autore del recente Putin e la ricostruzione della grande Russia (Longanesi). Al vertice del potere dalla fine del 1999, quando Boris Elstin lo nominò primo ministro, l' ex agente del Kgb ha restaurato l' autorità russa, perduta dopo lo choc del crollo dell' Urss. Le democrazie occidentali intanto, non comprendendo le istanze del popolo russo a cui Putin dava risposta, hanno fatto del nuovo "zar" un comodo nemico. Invece di ripensare la Nato dopo la fine della guerra fredda, l' hanno allargata agli Stati ex sovietici: una provocazione inaccettabile per Mosca.

Ambasciatore, la recente espulsione dagli Stati Uniti di 35 diplomatici russi è un capitolo della nuova guerra fredda con Mosca o un episodio della "guerra" interna tra Barack Obama e Donald Trump?
«Mi sembra un problema interno agli Stati Uniti. Mi colpisce che, per la prima volta, il passaggio di consegne tra due amministrazioni non avvenga in quello spirito bipartitico che era la nota virtuosa della politica americana».

La Russia ha davvero interferito sul voto americano per favorire Trump come sostengono i servizi Usa?
«Quello che posso dire è che i dirigenti russi, come prima i sovietici, non hanno mai amato i candidati democratici. Un po' perché hanno avuto migliori esperienze con i presidenti repubblicani, penso soprattutto a Nixon e Reagan. E poi perché i repubblicani sono in genere realisti, non pensano di avere la missione di esportare nel mondo gli ideali democratici. Putin ha visto, forse esagerando ma non del tutto, nei moti di piazza Maidan a Kiev, come nelle manifestazioni a Mosca durante le elezioni russe, lo zampino della Clinton, allora segretario di Stato. Non stupisce, pertanto, che non ne desiderasse l' elezione Quanto alle interferenze, noi tendiamo a dimenticarci del satellite Echelon, creatura anglo-americana, o del fatto che gli Stati Uniti intercettavano le conversazioni telefoniche della signora Merkel. E si ricorda cosa accadde nel 2001? I cinesi fecero atterrare un aereo americano che secondo loro aveva violato il loro spazio aereo. Poi lo restituirono, ma svuotato delle strumentazioni elettroniche, che erano in grado di intercettare le telefonate fino a Pechino. Più recentemente un drone sottomarino americano in acque cinesi ha fatto più o meno la stessa fine».

Con Trump i rapporti Usa-Russia cambieranno davvero o il partito trasversale anti-russo farà pesare il suo potere di interdizione?
«La grande incognita resta lo stesso Trump, il quale spesso ha dato l' impressione di dire certe cose perché trascinato dall' entusiasmo o per ragioni elettorali. Non sappiamo come si comporterà da presidente, ma sembra che abbia davvero l' intenzione di mettere i rapporti con la Russia su un piano di reciproca comprensione. Anche se, è vero, nel Partito repubblicano e nell' establishment militare, vale a dire nel Dipartimento della Difesa, c' è una corrente incline a considerare la Russia come ostile. Per una combinazione di convinzioni ideali e interessi politici: c' è una parte degli Stati Uniti che ha bisogno di un nemico».

Eppure, all' inizio della presidenza Putin, Russia e Usa scoprirono di avere un nemico comune: il terrorismo islamico. E cominciarono a collaborare in ambito Nato. Cosa è andato storto?
«Al vertice di Pratica di Mare del 2002 ebbi l' impressione che si poteva davvero trasformare la Nato da alleanza politico-militare a organizzazione per la sicurezza collettiva.
La differenza non è da poco: la prima è costituita in funzione di un nemico esterno, la seconda ha dei nemici interni e il suo obiettivo è mantenere la pace all' interno dei Paesi alleati. Ma scoprimmo abbastanza rapidamente che i comportamenti andavano in senso opposto alle dichiarazioni di principio: c' era questa nuova agenzia Nato-Russia, ma l' organizzazione della Nato, col consiglio atlantico e i ministri e i capi di governo che si riuniscono periodicamente, rimase la stessa e continuò a funzionare esattamente come all' epoca della guerra fredda.
Inoltre, quasi immediatamente si cominciò ad allargare l' alleanza a Paesi ex sovietici. In quel momento qualcuno si chiese come Mosca avrebbe visto tutto questo? Poi, più tardi, ci fu un altro elemento di rottura».

Quale?
«Le rivolte arabe. Le democrazie occidentali hanno sostenuto i ribelli e si sono schierate contro i governi, mentre Mosca ha fatto una scelta di segno opposto e, dove i suoi interessi erano più evidenti come in Siria, la scelta si è concretata in aiuti militari. Alla fine l' Occidente ha fallito e la Russia ha vinto. Ma entrambi si sono trovati più distanti».

E l' Europa? Di fatto appare divisa tra un Est anti-russo e un Ovest filo-russo, ma al momento della verità si allinea su posizioni ostili a Mosca.
«Non è sorprendente: ogni qualvolta l' Europa deve scegliere tra la posizione americana e una posizione critica, sceglie di stare con gli Usa, magari riservandosi il diritto di brontolare un po'. D' altro canto se gli europei non spendono per la loro difesa, devono pur farsi difendere da qualcuno Certo, ci sono state anche delle eccezioni: nel 2003 Francia e Germania non hanno preso parte alla guerra irachena, e mi sorprese non tanto la posizione francese quanto quella tedesca.
Ma quella era la Germania di Schroeder, non ancora della Merkel. Con i cristiano-democratici al potere dubito che sarebbe accaduto».

Qual è stato il più grande successo di Putin?
«Putin è un nazionalista che ha sofferto per il crollo del potere sovietico in Europa e si è posto come obiettivo la restaurazione dell' autorevolezza del suo Paese nel mondo: la Russia è una grande potenza, deve essere trattata come tale. Ebbene, questo gli è riuscito, soprattutto perché ha fatto le scelte giuste in Medio Oriente».

Il suo fallimento più grande, invece?
«Mi era sembrato un modernizzatore. Era consapevole, anche perché veniva da un' organizzazione che queste cose le ha sempre sapute, dei limiti del suo Paese, quindi, pensavo, si sarebbe posto l' obiettivo di avviare la Russia sulla strada della modernizzazione. Può darsi che continui a desiderarlo, questo obiettivo, ma se per raggiungerlo deve trovare un accordo con l' Occidente che vada a scapito dell' autorità russa, lui rinuncia».
Il nazionalista prevale sul modernizzatore.
«Per di più, gli cascano addosso le sanzioni e la caduta del prezzo del petrolio, e tutto questo non lo aiuta».

Negli anni '90, quando i governatori dei vari soggetti della Federazione non erano ancora nominati da Mosca e spesso agivano contro il potere centrale, la Russia ha rischiato davvero di disintegrarsi?
«Il rischio c' è stato, magari la percezione dei russi era esagerata ma il pericolo era reale. Per questo i russi hanno vissuto la vicenda cecena come un incubo. I ceceni sono sempre stati una spina nel fianco, ribelli quasi per natura. All' epoca, poi, si era creato un ponte tra l' Islam ceceno, che non è mai stato pura devozione ma ha sempre avuto una forte valenza identitaria, e i talebani afghani. E oltre a quello ceceno c' erano, e ci sono ancora, troppi altri focolai potenziali per non considerare la disintegrazione della Federazione come una possibilità reale».

C' è chi questa disintegrazione l' ha teorizzata apertamente. È il caso dell' ex consigliere per la sicurezza nazionale Usa Zbigniew Brzesinski.
«Brzezinski è molto intelligente, ma è anche polacco No, in realtà l' errore dell' Occidente è stato di non porsi il problema, di non capire che la disintegrazione dello Stato russo è un rischio reale e sarebbe un colossale disastro. Ci sono parti di quel Paese che o le controlla Mosca o non le controlla nessuno Per capirlo, prendiamo il caso della Georgia, che Bush junior voleva far entrare nella Nato con l' Ucraina.
La Georgia non sarà mai la Svizzera, un Paese consapevole dei suoi limiti e delle sue dimensioni ma pronto a pagare un prezzo, in termini di coerenza civile, politica e militare, per la propria indipendenza.
La Georgia o è nella sfera russa o finisce nella sfera di qualcun altro. Se lei fosse a Mosca questo problema non se lo porrebbe?».

Un Paese come la Russia, per essere governato, ha bisogno di una missione, scrive nel suo libro.
«Putin è consapevole dell' importanza dell' ortodossia nella storia russa. Per tenere insieme un Paese multietnico e multireligioso serve un forte ideale. Essere l' erede di Bisanzio, essere la "Terza Roma", conferisce a Mosca un destino storico e una funzione metapolitica».

L' ammirazione dei partiti populisti europei per Putin è ricambiata?
«I partiti populisti sono un fattore strumentale. Nel momento in cui c' è un rapporto dialettico, se non litigioso, con un certo numero di democrazie europee, Mosca punta sulle sue "quinte colonne" per assestare qualche calcio sugli stinchi. Ma senza fare scommesse. Non credo che Putin scommetta davvero su Madame Le Pen, su Alternative für Deutschland o sulla Lega».

Alessandro Giorgiutti

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Commenti all'articolo

  • lattaro1939

    23 Gennaio 2017 - 14:02

    Volevo che la l'ider chip di Salvini interessa a moltissimi italiani fra i quali molti di f i .Cosa che non è più per il cav.se ne faccia una ragione e lasci in pace la sinistra perché tu cav 6 di destra se lo hai capito ma stento a crederlo

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  • dom67

    10 Gennaio 2017 - 13:01

    La Russia rappresenta il futuro per l'europa

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  • bettely1313

    10 Gennaio 2017 - 12:12

    analisi chiarificatrice. Putin non sta alla finestra aspettando aiuto da qualcuno, a lui interessa la sua Russia i suoi russi e si opera per questo.La Russia ha sempre fatto da sola,se come dice Sergio romano ancora alcuni obiettivi non sono stati raggiunti, Putin non demorde, molto probabilmente li raggiugerà. La Russia è la più grande potenza perché ha dalla parte sua Cina e Iran, non è poco.

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