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Obama chiude la convention

"McCain è la copia di Bush"

Obama chiude la convention
Finalmente è arrivato il giorno di Obama alla convention democratica di Denver. Il discorso della scorsa notte è stato anticipato da una vigilia durata ben più di una settimana: dall’entrata in scena della moglie Michelle all’intervento della Clinton che prometteva i suoi voti al candidato di colore, dopo una campagna elettorale a colpi bassi. Obama è salito sul palco del Mile High, perla del football americano, e ha urlato: “Ora basta!”, raccogliendo l’applauso degli 84mila che si sono dati appuntamento. Non si sa se facesse riferimento a se stesso.
Mentre il rivale John McCain annunciava un giorno di tregua per lasciare campo al rivale, Barack non ha colto l’invito e si è lanciato contro il senatore repubblicano dell’Arizona, paragonandolo a George Bush. Da qui l’invito a cambiare, dopo otto anni di errori per colpa dell’amministrazione della Casa Bianca: “La settimana prossima, in Minnesota, lo stesso partito che vi ha regalato George Bush e Dick Cheney chiederà un terzo mandato. Siamo qui per dire che amiamo troppo questo Paese per consentire che i prossimi quattro anni siano uguali agli ultimi otto”. Il partito democratico, invece, è quello “che ha dato Roosevelt e Kennedy”, dice Obama. Lo stesso Kennedy che mal gestì la crisi in Vietnam scatenando una guerra persa in partenza.
Obama ricorda le parole di Martin Luther King, ma non fa mai riferimento al colore della (sua) pelle. Va alla ricerca del voto dei bianchi, assumendo un tono alla Hillary per ammaliare l’elettorato del Midwest e della regione degli Appalachi. Su McCain continua a dire che “non è sordo ai bisogni del Paese, semplicemente non li capisce”. Lo critica sulla guerra al terrorismo, incensandosi: lui sì che aveva capito che la guerra in Afghanistan sarebbe stata dura e che Bush avrebbe dovuto inviare più soldati. In pratica, ripete il programma di politica estera del candidato repubblicano. “Ho detto che dovevamo eliminare Osama bin Laden ad ogni costo”, ricorda.
Sull’economia dichiara che si può considerarla forte “solo se premia la dignità di chi lavora”, non la si misura “con il numero dei miliardario”. “La politica estera di Bush e McCain”, conclude come se McCain fosse già presidente, “ha sperperato il lascito di generazioni di americani repubblicani e democratici. Siamo qui per ricostruire quel lascito”.

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