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Elezioni Gran Bretagna, l'Economist vota Cameron

Il noto settimanale britannico, sempre molto critico verso il Cav, sceglie il candidato conservatore

Elezioni Gran Bretagna, l'Economist vota Cameron
In Italia l'endorsment, ovvero la dichiarazione di voto da parte dei direttori di giornali, non si usa molto. L'unico che la fece, pagò caro il suo "coraggio". Paolo Mieli, allora direttore del Corriere della Sera, l'8 marzo 2006 indicò Romano Prodi come candidato ideale per le politiche. Vinsero entrambi, ma non per molto. Il governo Prodi cadde dopo solo due anni, mentre l'endorsment di Mieli costò parecchie copie al giornale che dirigeva. In Gran Bretagna, invece, non c'è nulla di più normale che l'endorsment di un giornale. L'Economist, quel settimanale che ogni anno dedica almeno un paio di copertine (non proprio lusinghiere) al fenomeno Berlusconi, ha antiicipato oggi la sua scelta.

A una settimana dal voto del 6 maggio ha rotto gli indugi e, a differenza dell'ultima volta opta, per i tories, ovvero il polo conservatore. Nell'editoriale che aprirà il numero in edicola venerdì, l’Economist spiega di optare per Cameron considerata la "decisiva necessità di una riforma del settore pubblico". Quanto a Brown, il delfino di Tony Blair, la sue esperienza è liquidata: troppo "stanco" il suo governo, troppo "legato a un vecchio statismo ormai fuori moda" il premier.

L'Editoriale - "Lasciate perdere le ipotesi fantasiose, guardate alle politiche: su questa base, i conservatori meritano di vincere". Apre così, senza esitazioni, l'editoriale sul voto della settimana prossima. "L'economist - prosegue - non ha nessuna fedeltà ancestrale verso alcun partito ma un durevole pregiudizio a favore del federalismo". È una scelta di campo, dice il giornale, "che non ci ha impedito di schierarci con Obama contro Mccain, con Blair contro Howard, col centrosinistra italiano contro Berlusconi... Ma in questo voto britannico la questione decisiva è quella della riforma del settore pubblico. Non è solo il deficit di bilancio - l'11,6% del Pil - a rendere inevitabili aumenti fiscali e tagli alla spesa. C'è anche il governo, da cui dipende adesso il 50% dell'economia (sino al 70% in Irlanda del Nord). Se la Gran bretagna vuole tornare a crescere e prosperare deve affrontare questo autentico Leviatano illiberale. I conservatori sono i più adatti per farlo ed è per questo motivo che votiamo per loro".
Quanto a Clegg, l'Economist fa un distinguo. La sua rimonta e la sua campagna elettorale sono state "emozionanti" e l’uomo ha charme, fascino, carisma. Ma "guardate alle politiche piuttosto che all'uomo: i libedem, vedete, appaiono allora meno convincenti". Troppo europeisti, stanno carezzando l’idea di rinunciare al nostro deterrente nucleare e insistono nel progetto "sbagliato" di portare la Gran Bretagna nell'euro. Si preoccupano del clima ma sono contrari al nucleare ("Il modo più plausibile per tagliare le emissioni di gas..."). Insomma: vecchie politice, per l’economist, e per di più confuse.

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Commenti all'articolo

  • sstef

    29 Aprile 2010 - 17:05

    Vivo in Inghilterra da moltissimi anni ed ho sempre seguito con interesse ed attenzione gli sviluppi politici di questo paese. Anche se fondamentalmente conservatore e forte sostenitore di uno stato snello, debbo ammettere che nel '97 l'ondata di Tony Blair, del New Labour e della sua "Third Way" fu travolgente e fummo quasi tutti trasportati da un giovane e brillante leader che prometteva una nazione piu' "fair". Dopo 13 anni di governo laborista (due dei quali, gli ultimi, sotto la guida di un primo ministro arrogante, presuntuoso, NON eletto direttamente dal popolo e sostenitore di uno statalismo eccessivo) i risultati sono purtroppo imbarazzanti su numerosissimi fronti: tasse alle stelle, spesa pubblica incontrollata, debito pubblico ai livelli della Grecia, burocratizzazione eccessiva di uno Stato accentratore ed ingombrante, gap tra ricchi e poveri sempre piu' ampio, City non regolamentata, Iraq, immigrazione, guerra in Iraq e purtroppo potrei continuare...

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