Cerca

Persi nel Pacifico per 50 giorni. Odissea a lieto fine con molti punti oscuri

Tre ragazzi sopravvivono su una barca con carne di gabbiano e acqua piovana

Persi nel Pacifico per 50 giorni. Odissea a lieto fine con molti punti oscuri
Per il mondo erano morti. Partiti il 5 ottobre scorso su una barchetta di alluminio in direzione di Tokelau, a poco meno di 500 chilometri dalle coste di Samoa, i tre adolescenti non erano più tornati a casa. Le lacrime versate al loro funerale dalla piccola comunità che vive nei tre atolli che compongono il territorio di Tokelau sembravano essere l’atto finale dell’ennesima tragedia del mare.

A cinquanta giorni dalla scomparsa al largo della Nuova Zelanda, anche i genitori dei tre ragazzi si erano ormai arresi all’idea di aver perso per sempre i propri figli. Invece, come in un romanzo neanche troppo originale, i tre naufraghi sono riapparsi tra le onde dell’Oceano Pacifico scottati ma sorridenti.

Protagonisti del “miracolo” sono Samuel Perez e Filo Filo, di 15 anni, e Edward Nasau, di 14 anni, ritrovati da un peschereccio neozelandese a nordest delle isole Figi mentre era a caccia di tonni. Nonostante le condizioni estreme, secondo il nostromo della San Nikunau, Tai Fredricsen, "erano solo disidratati, in buone condizioni fisiche e di spirito, ma gravemente scottati dal sole". Come abbiano fatto a sopravvivere tutto questo tempo senza cibo né acqua resta un mistero.

Ai media locali hanno raccontato di aver mangiato crudo un gabbiano catturato non si sa bene in che modo, e di aver bevuto pioggia e qualche sorso di acqua di mare. Una storia incredibile, piena di punti oscuri ancora irrisolti. Innanzitutto le condizioni dei ragazzi, che "hanno avuto bisogno di un semplice pronto soccorso, cioè della crema per alleviare le bruciature", come spiega Fredricsen. Poi, la pioggia, loro unica fonte d’acqua potabile: al nostromo del peschereccio che li ha salvati non risulta ci siano state precipitazioni in quei giorni.

La storia di Samuel, Filo ed Edward ricorda quella raccontata nel 1970 da Gabriel García Márquez, che in “Racconto di un naufrago” raccolse la testimonianza di un marinaio sopravvissuto a un naufragio lungo le coste della Colombia. Per dieci giorni, Luis Alejandro Velasco, lottò per la vita con tutte le sue forze, mangiando la suola in caucciù delle scarpe e alcune cartoline che aveva con sé. Come loro anche il naufrago intervistato dal giovane García Márquez riuscì a catturare e uccidere un gabbiano. A differenza dei ragazzini, però, non riuscì a mangiarlo perché distrutto dai sensi di colpa.

di Salvatore Garzillo

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

Commenti all'articolo

  • franziscus

    27 Novembre 2010 - 12:12

    forse si sono trovati un "buen retiro" e poi sono saltati fuori al momento opportuno

    Report

    Rispondi

  • misspina

    26 Novembre 2010 - 14:02

    a me sembra una favoletta, pero' incredibile inventata dai ragazzi x diventare famosi. poi non dimentichiamoci che cosa c'e' nell'oceano pacifico, sono vissuta da quelle parti e i pescicani fanno veramente PAURA, ma tanta

    Report

    Rispondi

blog