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Usa: "Esilio per Gheddafi". Il Rais si sente tradito

Libia, Muammar attacca: "Vogliono occuparci". Ue: "Sì a sanzioni". La Clinton: "Daremo aiuto all'opposizione". A Misurata e Bengasi si combatte ancora

Usa: "Esilio per Gheddafi". Il Rais si sente tradito
"Mi sento tradito, forse gli Stati Uniti vogliono occuparci". Lo sfogo di Muammar Gheddafi è quello di un uomo nel pieno declino della sua parabola di potere. In un'intervista rilasciata alla giornalista Christiane Amanpour della Abc, il Colonnello ha confessato di sentirsi "tradito" dai paesi occidentali, con cui aveva costruito rapporti di collaborazione nel corso dei suoi quarant'anni di governo. In particolare il Rais ha parlato della possibilità che gli Usa possano occupare la Libia. Ma nonostante ciò, ha voluto rilanciare escludendo il proprio esilio: "Chi lascia il proprio paese?", si è chiesto retoricamente.

IL DOPO-REGIME Nello stesso giorno dell'intervista al Rais, l'Occidente si è incontrato a Ginvera per decidere della sorte del dittatore. Gheddafi in esilio? "E' una possibilità".  A dirlo sono gli Stati Uniti, e l'eventualità dunque non è più così remota. La Casa Bianca sta premendo per una soluzione rapida, rapidissima della crisi in Libia. Il governo americano è in contatto con alcuni gruppi di ribelli libici e vorrebbe ottenere dall'Onu l'introduzione di una no-fly zone, parola del portavoce Jay Carney. Nel frattempo, anche Gheddafi si sta adoperando per una trattativa: il Colonnello ha incaricato l'ex capo dei suoi 007, Bouzid Durda, di negoziare con i capi della rivolta. Lo ha riferito la televisione araba al Jazira. Una soluzione di fatto obbligata, perché il cerchio intorno al Rais si sta stringendo. 

ESILIO - Il Venezuela di Hugo Chavez, la Bielorussia di Aleksandr Lukashenko oppure lo Zimbabwe di Robert Mugabe: questi i Paesi dove Muammar Gheddafi potrebbe trovare rifugio, nel caso decida di abbandonare Tripoli, stretto nella tenaglia della rivolta. Una via d’uscita contemplata anche dalla Casa Bianca che l’ha definita "un’opzione". 

CLINTON INCALZA IL RAIS - Nel pomeriggio, a Ginevra, il segretario di Stato Usa Hillary Clinton aveva già incalzato: "Gheddafi se ne deve andare, sono impossibili libere elezioni. Faremo quanto in nostro potere per aiutare l'opposizione". Sempre oggi, il procuratore del Tribunale Penale Internazionale ha annunciato l'apertura di un'inchiesta preliminare sulle violenze in Libia per verificare se vi siano stati crimini contro l'umanità. E dopo l'Onu, pure l'Unione Europea ha annunciato sanzioni contro la Libia. Insomma, Gheddafi è sempre più in carenza d'ossigeno.

GUERRA CIVILE - Il fronte interno del regime si indebolise anche sul campo di battaglia. La città di Zawia, a 20 chilometri da Tripoli, è definitivamente caduta in mano ai ribelli. Ma l'isolamento è anche diplomatico: anche il ministro russo Lavrov si è dissociato dal regime definendo inaccettabile l'uso della forza contro i civili. A Bengasi, nel frattempo, è sorto un "governo ad interim" dell'opposizione, anche se Gheddafi continua a ripetere di non aver intenzione di mollare: "Restero in Libia", mentre la "colpa" per la protesta è tutta "degli stranieri e di Al Qaida", ha tuonato alla tv serba. Lunedì mattina è caduto nelle mani dei rivoltosi l'aeroporto militare di al-Banin, vicino a Bengasi. In risposta, jet dell’aviazione libica hanno bombardato depositi di munizioni in due località a sud della città.

MISURATA, ABBATTUTI ELICOTTERI - Si combatte ancora vicino a Misurata, 200 chilometri a est di Tripoli. I ribelli hanno sventato un attacco delle forze lealiste federli al raìs e abbattuto almeno un elicottero militare che stava sparando contro la locale stazione radiofonica. "Gli scontri per controllare la base militare aerea (vicino Misurata) sono iniziati la scorsa notte e proseguono ancora: le forze di Gheddafi controllano solo una piccola porzione della base. Il resto, dove si trovano le munizioni, è in mano ai ribelli", ha spiegatov una fonte, secondo cui Misurata è ancora sotto il controllo dei rivoltosi. 

FRATTINI: "SVOLTA IMPORTANTE" - Per il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, la situazione in Libia è "a un punto di non ritorno. E' inevitabile che Gheddafi se ne vada". Frattini ha aggiunto che il voto delle sanzioni Onu nei confronti della leadership libica "è decisamente una svolta molto importante, anche perché è stata votata all'unanimità e quindi permette di dire che tutta la comunità internazionale è convintamente dell'idea che il regime non possa più in alcun modo continuare questi comportamenti". La sottosegretaria agli Esteri Stefania Craxi, ospite del direttore di Libero Maurizio Belpietro a 'La telefonata' su Canale 5, accelera: "L'Onu deve intervenire subito, l'Europa non si rende conto del rischio che stiamo correndo".

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Commenti all'articolo

  • Gabriella Maria

    01 Marzo 2011 - 15:03

    E' stato un amico,non si sarebbe mai fidata a salire in macchina con uno sconosciuto

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  • emanuele.simoncini

    01 Marzo 2011 - 14:02

    Oh ma che begli amici che abbiamo, Putin, Gheddafi, è sempre stato un vizio dell' italia quello di scegliersi gli alleati sbagliati!

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  • bonix

    01 Marzo 2011 - 11:11

    Nyc, Londra, Gerusalemme in certi ambienti di queste capitali si decidono davvero le cose...non certo a Bruxelles o all' Onu. Lo spartito era già stato scritto, adesso si esegue fedelmente la partitura.

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  • Hood

    01 Marzo 2011 - 10:10

    La cosa che fà più infuriare è il maldestro tentativo di influenzare negativamente la P.O. su ciò che avviene in Libia. Ci prendono per pecore senza testa, vecchia abitudine delle sinistre che, a quanto pare è in uso anche presso i democratici USA. Il regista di queste operazioni in NordAfrica (e anche in M.O.), ci ha provato e non gli è andata come sperava, tanto è vero che ora minaccia interventi armati. Tutti noi ci auguriamo che nella sponda sud del mediterraneo si respiri un'aria più pacifica ma questa non si otterrà con gli interventi a gamba tesa e, sopratutto per noi europei, è importante che il malessere di tutti i popoli africani sia alleviato da provvedimenti economici veri e non da un dubbioso cambio di guardia ai vertici di quei paesi. Un pensierino infine per i sinistroidi nostrani: osannare il primo che alza lo stendardo gridando "Libertà", sopratutto in certe nazioni, senza cercare di capire cosa c'è dietro è da vecchi idioti, anzi vecchioni.

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