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Sol Levante, il kit per affrontare l'emergenza

Cultura del sisma: ecco come difendersi dalle 1.500 scosse l'anno. Civiltà fatalista anche nella lingua: non esiste il futuro

Sol Levante, il kit per affrontare l'emergenza
L’hanami: quei picnic di massa con cui a inizio primavera milioni di giapponesi si spostano nelle campagne a godersi uno spettacolo effimero per eccellenza come la fioritura dei ciliegi, riferimento preferito anche da artisti e poeti; e l’ikebana, arte di disporre i fiori in modo appunto da illustrare l’iki, la quintessenza della bellezza effimera. Il judo: l’arte marziale esportata in tutto il mondo che ritorce sull’avversario la sua stessa forza; e il sushi: le famose polpette di riso con pesce e alghe crudi o al massimo marinati in salsa di soia e aceto. La geisha: gentile cortigiana dalla bellezza fugace e tormentata; e il samurai: guerriero spesso feroce, ma dalla vita altrettanto breve. Il buddhismo: religione-filosofia della compassione per l’impermanenza delle cose terrene; e il bushido, codice d’onore guerriero spietato con gli altri come con sé stessi. I shoji: pannelli di legno ricoperti di carta di riso bianco-crema traslucida della casa tradizionale giapponese; e le fusuma, pareti mobili fatte anch’esse di carta. Il fatto che la lingua giapponese ha presente e passato, ma non il futuro. L’attaccamento alla tradizione; e la sconcertante e proverbiale capacità di copiare le novità straniere, facendole proprie…

Un po’ tutti conoscono questi aspetti fondanti del modo di essere dei giapponesi. Pochi sanno che tra loro c’è un preciso filo conduttore, rappresentato proprio dai terremoti Le 1500 scosse all’anno che l’arcipelago subisce, perché si trova proprio nel punto in cui la placca delle Filippine e la placca del Pacifico sprofondano sotto la placca euroasiatica. Per sopravvivere, i giapponesi hanno sviluppato nel corso di secoli e millenni una serie di accorgimenti tecnici, che si sono fatti anche mentalità e cultura.
L’arma di difesa principale, in particolare, è consistita appunto nel vivere in case di legno, carta e paglia: senza fondamenta, senza mura perimetrali, con mobilia leggera e con i tetti in stoppia. Un’abitazione che quando la terra trema scricchiola e geme, ma non crolla.

Proprio da questo trucco del piegarsi per non spezzarsi è nato anche il judo. Un inconveniente è che le stoppie volano via come niente quando soffiano venti e tifoni: ma tanto si sostituiscono facilmente. Un problema più grave è che con le scosse si rovesciavano però i bracieri, innescando incendi devastanti. Per questo, la cucina giapponese ha sempre ridotto l’uso del fuoco al minimo: il tempura è un’innovazione recente, dalle fritture che i portoghesi usavano dei “tempora” di Quaresima. E per questo i nipponici sono educati fin da piccoli a patire il freddo senza riscaldamento. Con la conseguenza indiretta ma importante di quel senso di autodisciplina che rende questo popolo famoso, anche se spesso intollerante verso la mancanza di disciplina altrui. D’altra parte, il mantenersi calmi di fronte all’emergenza è a sua volta un’arma di difesa anti-sismica.

Era però difficile che una casa sopravvivesse per più di due generazioni. E se con i terremoti in sé si poteva convivere, l’esito collaterale di incendi e tsunami era, ed è, imprevedibile. Per questo la cultura giapponese ha sviluppato il senso della precarietà, e il gusto per il godimento dell’effimero. Ma anche l’idea che la continuità non consiste nell’attaccamento inutile a forme che si è costretti a rinnovare in continuazione, bensì nelle essenze.

di Maurizio Stefanini

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