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In Siria massacrano più del Colonnello Che facciamo, la bombardiamo?

La provocazione di Libero: Bashar fa sparare sulla folla, ma noi preferiamo gli interventi 'umanitari' in Libia / CARIOTI

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In Siria massacrano più del Colonnello Che facciamo, la bombardiamo?
È un gran bel momento per fare il dittatore in Africa e in Medio oriente. A patto di non chiamarsi Muhammar Gheddafi, s’intende. Per i colleghi del rais questi sono giorni di pacchia: con le telecamere di tutto il mondo puntate sulla Libia, a un’ora di volo da Tripoli non si è mai stati così liberi di sparare sulla folla. La dottrina con cui le Nazioni Unite giustificano l’operazione Odyssey Dawn, riassunta nella simpatica sigla «R2P», che sta per «Responsabilità di proteggere» (al Palazzo di Vetro c’è chi è pagato per inventare simili cose), trova applicazione solo all’interno dei confini libici. Al di là di questi, è caccia aperta al contestatore. Così, nel caso qualcuno avesse dubbi sui motivi della guerra di Libia, ora se li può togliere: sono politici, l’afflato umanitario non c’entra nulla.

Nessuno, infatti, ha la minima intenzione di intervenire in Siria. Qui, mentre il presidente Bashar al Assad in televisione parla di riforme, da giorni la polizia spara ad altezza d’uomo sui manifestanti. Ieri, in un sobborgo vicino Damasco, le forze di sicurezza hanno ucciso almeno una ventina di persone. In poche ore i morti sono stati decine in tutto il Paese, tanto che la giornata è già stata ribattezzata «venerdì di sangue». Stessa idea di «dialogo con l’opposizione» che appartiene al presidente yemenita Ali Abdullah Saleh, il quale una settimana fa, nella capitale Sanaa, ha fatto uccidere dai cecchini appostati sui tetti oltre cinquanta persone. Ieri Saleh si è detto anche disponibile a cedere il potere, ma «in mani sicure e non alle forze dannose che cospirano contro la patria». L’impressione è che a mollare non pensi proprio. Mentre in Bahrein il re Hamad ben Issa Al Khalifa, sostenendo che i manifestanti erano manovrati da un «complotto straniero», ha chiesto ad Arabia Saudita, Emirati Arabi e Kuwait di mandare le loro truppe per sparare su chi protesta. Richiesta subito accolta. E siccome il piccolo arcipelago del Golfo Persico ospita la Quinta Flotta americana, e gli Stati Uniti ricambiano come possono, chi poteva emettere una condanna internazionale della repressione in Bahrein ha preferito guardare altrove.

Gli insorti potranno consolarsi con il fatto che ieri l’Unione Europea, stando bene attenta a premettere che «la situazione è diversa in ogni Paese» (fosse mai che qualcuno la prende sul serio e si offende), ha espresso nientemeno che «la massima preoccupazione per la situazione in Siria, Yemen e Bahrein», chiedendo «a tutte le parti coinvolte di avviare un dialogo costruttivo e significativo senza rinvii e precondizioni». Le risate dei tre despoti possiamo immaginarle.

Visto allora che nessuno pensa di torcere un capello a chi massacra più e meglio di Gheddafi, e visti anche costi e rischi dell’operazione Odyssey Dawn, sarebbe educato che qualcuno spiegasse cosa stiamo a fare in Libia. Non è un problema solo italiano. Le domande che Libero e qualche altro osservatore pongono da giorni sono le stesse che ieri Peggy Noonan, biografa e ghost-writer di Ronald Reagan, ha fatto a Barack Obama in un editoriale sul Wall Street Journal: «Cosa, esattamente, stiamo facendo? Perché lo stiamo facendo? Sappiamo contro chi siamo – Muhammar Gheddafi, un uomo cattivo che ha fatto cose molto malvagie. Ma sappiamo in favore di chi siamo? Cosa sa o cosa pensa di sapere il governo sulla composizione e le motivazioni delle forze ribelli che stiamo cercando di assistere? Per 42 anni Gheddafi ha controllato le tribù, le sette e i gruppi della sua nazione attraverso la forza bruta, la corruzione e la lusinga. Cosa avverrà quando non saranno più oppressi? Cosa diventeranno e quale ruolo svolgeranno nel dramma che sta per iniziare? La loro ribellione contro Gheddafi degenererà in una dozzina di battaglie separate per il petrolio, il potere e il dominio locale? Cosa accadrà se Gheddafi resiste? E, al contrario, cosa accadrà se Gheddafi cade, se viene deposto da un colpo di stato di palazzo, o viene ucciso, o fugge? Chi, esattamente, immaginiamo che prenderà il suo posto?».
Dalla Casa Bianca, come dagli altri governi coinvolti, a tutte queste domande non è ancora arrivata alcuna risposta. Mal comune, grosso guaio.

di Fausto Carioti

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Commenti all'articolo

  • gustavo dandolo

    15 Giugno 2011 - 08:08

    si bombe bombe bombe e ancora bombe esportiamo la democrazia però facciamoci furbi impariamo dall'america liberiamola per conquistarla economicamente con il made in italy in una parola colonizziamo

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  • tigrin della sassetta

    28 Marzo 2011 - 17:05

    Spudorata capriola di frittata a proposito di una situazione diametralmente opposta: i veri termini della tua domanda retorica sono “come mai le bandiere dell’iride pacificaia che tanto garrivano al vento in altre occasioni ora sono così clamorosamente latitanti?”. Un inciso di pura curiosità: sapranno gli angelici (?) pace.pace che, svenDolando quei cenci, fanno coincidere le loro utopistiche istanze - fiabe, in realtà non di nobili sogni si tratta ma di partigianeria, e per di più bieca in quanto ipocrita e bugiarda - con gli striduli isterismi della geldra frociante, originaria titolare del pagliaccesco brand a fette multicolori? Tornando al quid, se tu non scrivessi a zuppa già cotta, scodellata, ingoiata e digerita da tutti, un minimo di credibilità si potrebbe anche regalartelo, ma così il tuo risulta solo un ritardatario, sfessato e patetico tentativo di barare. Anima cattiva

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  • petrolio

    petrolio

    27 Marzo 2011 - 14:02

    Bashar al Assad così come Hacmadinejad sono i peggiori satrapi che un paese musulmano abbia mai avuto. Ma ormai la loro sorte è segnata: per il primo è questione ormai di giorni, per il secondo la faccenda è un po' più complicata ma inevitabile. Bombardare al Assad sarebbe uno spreco di forze e di munizioni, perchè ormai la rivolta dovrebbe rovesciare questo regime assassino quindi, aspettare gli eventi sembrerebbe la cosa migliore. Ma l'aspetto più importante che questa rivoluzione siriana provocherà sarà il cambiamento totale di forze tra Hezbollah, forze militari libanesi, Hamas, e IDF israeliani. Non so quanto felici saranno gli Aiatollah iraniani dopo che al Assad sarà defenestrato, ma di certo i più felici di tutti saranno gli israeliani che mai si sarebbero aspettati un simile regalo da internet e da tutti quei diabolici marchingeni (telefonini) che hanno aiutato la popolazione araba a capire quanto triste fosse la loro condizione.

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