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Fino a prova contraria. Il bello della giustizia Usa? Cacceranno la toga cha ha infangato Strauss Kahn

Negli Stati Uniti la legge è più spietata, ma punisce chi sbaglia. Anche i giudici

Fino a prova contraria. Il bello della giustizia Usa? Cacceranno la toga cha ha infangato Strauss Kahn
Ha il suo lato feroce, la giustizia americana, ma anche garanzie effettive per gli accusati. Può spianare una vita, magari per cose che noi guardiamo con meno severità, ma può anche distruggere chi accusa ingiustamente o esageratamente. Quando i francesi accusarono gli statunitensi di avere esposto alla gogna un loro cittadino, umiliandolo davanti alle telecamere e distruggendone la reputazione, avevano ragione. Quando gli americani replicarono che quel tipo di trattamento è usuale anche nella vecchia Europa, salvo il fatto che loro non facevano distinzione fra uomini potenti e spiantati portoricani, avevano ragione. In Italia mescoliamo i lati negativi dei due mondi: sputtanamento preventivo e irrimediabile e totale assenza di tempi certi e garanzie effettive.

Strass-Khan non era un condannato quando fu arrestato e non è un assolto ora che viene liberato. Ma il meccanismo che c’è stato mostrato ha dell’esemplare. Una donna sporge denuncia, viene creduta e scattano le accuse. L’uomo finisce in galera. Il prosecutor, quel che da noi è il pubblico ministero, formula i capi d’imputazione ed espone quel che sarà la richiesta di condanna: settanta anni di carcere. Si gioca con il fuoco.

A quel punto la palla passa all’accusato, portato subito davanti a un giudice, che considererebbe un insulto l’essere considerato collega dell’accusatore. Qui deve dichiararsi colpevole o innocente. E’ un passaggio fondamentale, perché un processo potrebbe costargli la vita sicché, se ha qualche cosa da ammettere gli conviene farlo in fretta e patteggiare, magari risarcendo la vittima. L’intera giustizia penale americana è concepita per scoraggiare le parti ad andare al processo, chiudendo la partita prima. Se ammette d’essere colpevole, l’imputato può trattare. Se si dichiara innocente va alla guerra.

Dal momento che proclama la propria innocenza tocca all’accusa dimostrare la colpevolezza. Servono prove, non pregiudizi moraleggianti. Servono fatti, non chiacchiere. Un accusatore ci deve pensare bene, perché è vero che non è in gioco la sua vita, ma, di certo, la sua carriera. Anche perché, in caso di proscioglimento o assoluzione l’imputato chiederà d’essere risarcito dallo Stato, e questo non è disposto a pagare per un incapace. L’accusa, in questo caso, chiede che l’imputato resti prigioniero, sebbene ai domiciliari, vincolato da un braccialetto elettronico e garantito da una cauzione (un milione). Il giudice concede.
Poi convoca le parti per l’udienza di merito. A quel punto partono le inchieste della difesa, che sono vere. Se in Italia si facessero come negli Usa saremmo immediatamente arrestati per inquinamento delle prove. Lì, invece, la regola è chiara e i tempi stretti. Basta un’irregolarità e una delle due parti è fritta. Basta che la difesa commetta l’errore di chiamare una falsa testimonianza e la condanna è sicura. Basta che l’accusa abbia assunto una prova in modo irregolare che quella non potrà essere esibita. Si gioca tutto e subito.

Siccome l’accusatrice è la vittima la difesa annuncia: dimostreremo che ha mentito. L’accusa ripassa in esame tutte le parole, simula il processo e prova a vedere se il proprio teste regge. Si accorge che non è così: la donna ha mentito. Non sulla violenza carnale, magari, ma su altro. Sui dettagli, o anche su quel che ha fatto dopo. Ma se ha mentito in parte come si fa a dimostrare che non ha mentito in tutto? L’accusatore capisce d’essere in trappola e provvede a chiedere la liberazione dell’imputato e la restituzione della cauzione. Da noi, invece, il burocrate dell’accusa avrebbe continuato per anni la sua lite temeraria, magari accusando il tribunale di non avere capito le sue giuste ragioni.

Il processo deve ancora farsi, le accuse non sono state ritirate. Se l’imputato sarà assolto il prosecutor dovrà cambiare mestiere. Apparirà come un avventuriero o, peggio, come un mentecatto che ha provato a diventare famoso accusando un uomo potente. Certo, questo non riparerà il danno subito da chi fu arrestato, ma la scena si chiude in due, tre mesi.
Da noi si procede per lustri.

La giustizia americana è feroce, certamente, ma la nostra è demenziale. La loro è severa, la nostra è selvaggia. Da loro chi sbaglia paga, accusa o difesa che sia, da noi non paga nessuno, né il criminale né il pubblico ministero bestia. Da loro il potente non può scappare, da noi può ben dire che non intende farsi fregare da due colleghi che fingono d’essere pubblico ministero e giudice. A conti fatti, viva l’America.

di Davide Giacalone

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  • kumachan

    04 Luglio 2011 - 13:01

    Purtroppo non vi e` una giustizia perfetta. Talvolta/sempre dipende dalla mancanza di un bel filmato in alta definizione del reato mentre viene compiuto. Comunque andando sui numeri, saltando le durate dei dei processi con annesse vite rovinate, ricordo che in Italia durante l`appello si ribaltano oltre il 50% delle sentenze di primo grado. Proviamo ad usare qualche accorgimento applicato in paesi che sono "meno peggio"? Tornando al mio post precedente: il procuratore capo di Fukushima, visto il disastro ed il fatto che in alcune cittadine il tribunale fosse semplicemente sparito, aveva proposto una amnistia per i reati minori non ancora giunti a sentenza. E` stato approvato. Poi e` uscita la notizia che tra gli amnistiati vi fosse stato un caso di stupro ed e` stato cacciato in meno di 24 ore dall`uscita della notizia. Tanto per essere chiari, non e` stato promosso alla corte suprema, corte che a sua volta puo` essere cacciata dai cittadini durante le votazioni politiche.

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  • kumachan

    04 Luglio 2011 - 12:12

    Intanto, e` certo che negli USA gli avvocati non siano piu` sempliciotti o meno costosi. Secondo, sia qui quanto in tutti gli altri paesi i giudici ti possono obbligare a limitare sia il numero di testimoni che il periodo entro cui presentarli. Terzo, i magistrati hanno il potere di sequestrare i tuoi beni mobili, immobili, liberta` personale, figli e farti passare per unabomber per anni cosi` nessuno ti offrira` mai un lavoro per campare. Quarto, possono intercettare deputati e portare le registrazioni ai giornali (compiendo due illegalita`) con la quasi certezza di venire promossi al CSM, vedasi Tortora. Dimenticavo che hanno appena detto che se passasse la responsabilita` civile dei giudici non vi sarebbe piu` una loro autonomia. A parte che tu stesso puoi citare il caso americano, io cito quello giapponese in cui il PM paga di tasca propria la mancata condanna, infatti quando portano il processo in corte arrivano con tali prove da vincere al 98% sino all`ultimo grado.

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  • Baronedel Carretto

    04 Luglio 2011 - 12:12

    In Italia si può mettere sotto accusa una persona anche sul nulla. Un blocco di intercettazioni, un pentito che si vuol far bello col magistrato, indizi labili e velleitari. Su questo si sta discutendo. Nel caso il reato esista, al contrario, la giustizia italiana procede bene e spedita senza tanti fronzoli ed il reo è quasi sempre condannato. Per spiegare meglio la faccenda non basta mettere alla berlina uno per 10 anni e poi dire "è stato assolto, ha avuto fiducia e pazienza, la giustizia ha trionfato". Distruggere la vita di una persona innocente non è il trionfo della giustizia ma la sua morte.

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  • bruno osti

    04 Luglio 2011 - 12:12

    hanno fatto scardinare un mucchio di cosche mafiose e di bande di criminalità organizzata. Per quanto riguarda Andreotti, lui NON è stato assolto ma il processo è prescritto per decorrenza dei termini e negli atti di chiusura del processo, c'è scritto che "l'impianto accusatorio rimane tuttora valido". Ciò significa che tutte le ipotesi di reato sussistevano, solo non si è potuto concludere in tempo il processo per verificarle. ----"Mentre la sentenza di primo grado, emessa il 23 ottobre 1999, lo aveva assolto perché il fatto non sussiste, la sentenza di appello, emessa il 2 maggio 2003, distinguendo il giudizio tra i fatti fino al 1980 e quelli successivi, stabilì che Andreotti aveva «commesso» il «reato di partecipazione all'associazione per delinquere» (Cosa Nostra), «concretamente ravvisabile fino alla primavera 1980», reato però «estinto per prescrizione». Per i fatti successivi alla primavera del 1980 Andreotti è stato invece assolto.

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