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Obama da semidio a semipirla Anche gli Usa lo scaricano

Doveva essere il presidente del destino. Ma il consenso è a picco mentre la disoccupazione sale al 9%

Obama da semidio a semipirla Anche gli Usa lo scaricano
Impietosi. Granitici. Inappuntabili. I commenti dei grandi giornali sul fallimento della leadership di Barack Obama hanno la lucidità di una corazza, rafforzata dai dati gravi sulla disoccupazione (9,1%) e sul gradimento (roba da moti insurrezionali, se unita al vero timore di annate recessive). Lo Spiegel di ieri aveva gioco facile a unire i puntini della magia svanita del presidente nero che voleva cambiare il mondo finisce morsicato dalla crisi e dai Tea Party. I quotidiani italiani, in buon ordine dietro ai colossi statunitensi che l’hanno mollato da un pezzo, hanno dipinto l’inquilino della Casa Bianca come attore di un «pessimo spettacolo» che gli ha fatto «perdere credibilità» (Alberto Alesina sul Corriere, che concludeva: «ridateci Reagan»). Sulla Stampa il corrispondente ha dato voce a esperti e analisti che spiegavano l’incapacità a trovare una narrazione efficace che sappia dire «no, I can’t».

Tutto comprensibile, perfino giusto: sull’efficacia della ricetta obamiana la realtà parla chiaro. Su Barack, però, il crollo delle aspettative non può essere registrato in maniera neutra, perché nessun uomo politico è stato raccontato in maniera meno neutrale di lui.  «Uno così, l’America non l’aveva mai visto», titola Repubblica nel siderale 2004. Seguendo la scia messianica pompata Oltreoceano, di Barack si è innamorato quasi chiunque per fame di facce nuove e voglia di sperare a prescindere. Vittorio Zucconi, suo supremo cantore, addita per tempo il «predestinato», scorge «l’avanzata del grande seduttore» (poi lo chiamerà «abbronzato» prima di Silvio e «soldato riluttante», quando scodellerà decine di migliaia di marines in Afghanistan). E sono i giornali a mettersi a caccia degli endorsement più improbabili: George Clooney, Susan Sarandon, Ed Norton, Abdul Jabbar, Stevie Wonder, Jonathan Safran Foer, Scarlett Johansson, Woody Allen, Bruce Springsteen, Richard Gere, Lewis Hamilton. Giovanna Melandri. Sul Corriere della Sera  Maria Laura Rodotà spiega che «i ragazzi di Beverly Hills» non hanno dubbi: voteranno lui.

Incenso da campagna elettorale? Necessità di mimare un’infatuazione vera, dunque da raccontare? Non solo. Perché ancora il Corriere spiega che col suo eloquio avrebbe reso «piacevole l’elenco del telefono». E poi Barack va a canestro, fa «partite propiziatorie prima di ogni incontro cruciale» (lo scemo texano perdeva tempo col golf), tra un comizio e l’altro «la sua salvezza è proprio una parca insalata» (ancora il Corriere).  Quando si fa sotto il voto, Beppe Severgnini mette le mani avanti: «Finché non vedo un nero sveglio alla Casa Bianca, continuerò a pensare che un bianco mediocre possa farcela». Oggi fa ridere, ma i giornali italiani hanno intervistato suor Cecilia, 106 anni allora, che votava per l’America dal suo convento romano di Gesù e Maria in via Nomentana: «Ho scelto Obama perché ha una bella famiglia». Un secondo dopo, l’attesa profetica che lo faceva accostare a Dio dai suoi fan e all’Anticristo da chi lo teme si trasferisce in uno specchio deformante sul suo governo. Che deve essere diverso per forza, in una narrativa di contrapposizione tra la volontà di un superuomo tanto buono e una realtà capricciosa in vena di mettersi di mezzo. Ci sono voluti tre anni, una sberla elettorale e la crisi del secolo. Adesso, anche da noi, l’aria è cambiata. È partita la gara a misurare il suo fallimento. Faremo in tempo a perderci il fatto che ancora non ha rivali credibili.

di Martino Cervo

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Commenti all'articolo

  • autores

    13 Agosto 2011 - 21:09

    e Bush per chi aveva lavorato?

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  • franziscus

    11 Agosto 2011 - 22:10

    ma penso a tutti quei pirla che l' hanno osannato quando è stato eletto, senza sapere chi fosse. Di lui sapevano solo che era nero e di sinistra (per modo di dire) e tanto bastava.

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  • Al-dente

    11 Agosto 2011 - 18:06

    Non poteva finire che così. Fin da prima d'essere eletto avevo capito che non era il Presidente adatto, cosa che poi non era difficile nemmeno capire. Come si poteva eleggere uno che già dal nome è tutto un programma, subito dopo l'11 settembre 2001? Il suo nome e cognome, oltre ad assomigliare fortemente a quello di Bin Laden, già cosa sciagurata da eleggere in un paese aggredito dal suo quasi omonimo, era pure di origine islamica, padre e padrigno islamici, lui stesso da bambino ha frequentato la moschea, i suoi familiari ascendenti e collaterali sono tutti islamici. Infine, dulcis in fundo, oltre ad avere avuto un amico comunista è stato finanziato dalle organizzazioni islamiche fondamentaliste presenti legalmente in USA. Uno così nemmeno doveva presentarsi a fare il senatore, figuriamoci il Presidente! Eppure grazie alla sua bella voce baritonale e al suo charme macho è riuscito a farsi eleggere. Un idiozia puramente americana. Un islamico non farà favori ad una nazione odiata.

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  • beylerbey

    11 Agosto 2011 - 16:04

    Egregio, forse le sfugge che NON siamo negli USA e che abbiamo già abbastanza problemi senza doverci occupare o anche solo pensare anche dei problemi dell'abbronzato (come disse Zucconi) a stelle e strisce. I guai dell'italica penisola non le bastano? Cordialmente.

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