Cerca

Viaggio al termine dell'Africa: topi che fanno gli sminatori

Il reportage. Se la gente del Mozambico pare non avere più speranza nel futuro. E la sicurezza è affidata a roditori giganti

Viaggio al termine dell'Africa: topi che fanno gli sminatori
Sono le 7 del mattino,  fa freddo e all’orizzonte  del binario che corre lungo queste poche capanne si vede una scritta, Mapai, un puntino sulla  mappa del Mozambico. La fila si allunga al Ponto de Encontro, unico luogo dove è possibile una sosta nella traversata dal Mozambico meridionale al Sudafrica attraverso una pista sterrata che farebbe  invidia alla Dakar dei vecchi tempi.La gente è in fila al posto di telefono pubblico, il solo contatto con il mondo esterno nell’arco di centinaia di chilometri. Qui infatti non funzionano i cellulari, siamo nel bel mezzo del niente, vicini al fiume Limpopo con i suoi coccodrilli e ippopotami, e lontani da Maputo e dal confine sudafricano. Ci sono pochi letti al punto di incontro, spartani ma dignitosi. Non c’è acqua, i bagni sono un buco nero in una capanna,come in tutta l’Africa rurale.

Al mattino fa freddo;  in questo inverno australe le donne sono imbacuccate in attesa del loro turno, per chiamare un figlio, una sorella, un cugino che è andato via, a Maputo, in altre località sulla costa a elemosinare un lavoro con i turisti che cercano nuove  spiagge immacolate,  o in un ristorante mozambicano in Sudafrica. In un angolo una donna prepara la colazione, friggendo patate, ingrediente sempre presente, dal mattino alla sera, quando si accompagnano, nelle grandi occasioni,  a una cena a base di gazzella. Anche lei è bardata come se fosse  in alta montagna, è li da sempre, è nata e cresciuta in questo villaggio, dove Orlando, qualche anno fa, ha organizzato questa specie di bed and breakfast all’africana per i pochi avventurieri che seguono questa rotta nel tragitto verso il Sudafrica. Si spendono 120 meticals per dormire, circa 3 euro, una cifra importante per un paese dove il reddito medio è di 320 dollari l’anno, ma priva di senso se contestualizzata in quella realtà, dove la popolazione vive di sussistenza e non si sogna nemmeno di ciò che esiste oltre quei confini.

VILANKULO E MAPUTO
Al punto di incontro ci si arriva dopo una lunga traversata che parte da Vilankulo, di fronte all’arcipelago di  Bazaruto, paradiso naturalistico protetto e a numero chiuso che vuole essere una cartolina al mondo del nuovo Mozambico. Tra Vilankulo e l’isola di Benguera si estende un vasto banco di sabbia bianca, visibile solo con la bassa marea, che le tradizioni locali chiamano l’isola dei ladri, perché qui venivano portati i malcapitati fuorilegge, che venivano lasciati annegare quando saliva la marea. Vilankulo è un grosso villaggio, che deve il suo nome a un vecchio capo tribale Gamala Vilankulo Mukoke. Molti residenti si chiamano Vilankulo di cognome, a rivendicare la discendenza dal vecchio capo. Chissà se si chiama Vilankulo anche quel ragazzotto che mi vende delle funi, necessarie per eventuali insabbiamenti durante  la  traversata? Dopo una lunga trattativa riesco a comprarle, e mi avvio verso la macchina, ma non passano che pochi minuti che un uomo sulla quarantina, età non comune in Mozambico, dove si è immersi in un oceano di bambini e ragazzi (l’aspettativa di vita è infatti di 41 anni), mi chiede di restituire le funi appena acquistate.

Chiede in modo veemente al gruppo di giovanotti di rendere il denaro, questi, dopo una lunga discussione che rischia di trasformarsi in violenza, se ne vanno, dileguandosi a gambe levate attraverso le stradine del mercato con, strette tra le mani, le banconote. Non erano loro i proprietari delle funi, mi avevano venduto merce di una povera donna che si era allontanata un attimo dalla sua postazione, e come in un film di Totò all’africana, si erano improvvisati venditori al suo posto; la truffa mi costa pochi euro, ma per pochi euro, qui, possono esplodere  all’improvviso vecchi e nuovi  rancori che si trasformano rapidamente in tragedia.  Sono infatti  molti i rancori che seguono una guerra civile, guerra che insanguinò il Paese dal 1977 al 1992. La guerra venne combattuta da due movimenti contrapposti: il Frelimo (Frente de Libertaçao de Moçambique) di ispirazione marxista-leninista fondato nel 1962, con l’obiettivo di contrapporsi all’amministrazione coloniale portoghese ed ottenere l’indipendenza, poi ottenuta nel 1975 e la Renamo (Resistencia National Moçambicana) di matrice anticomunista, appoggiata dal Sudafrica, che vedeva nell’instaurazione di un regime comunista una minaccia al suo modello sociale centrato sulla segregazione razziale.

Il Mozambico è ancora un Paese ferito, uno dei più poveri al mondo, e le ferite della guerra sono più evidenti nelle città, a cominciare dalla capitale Maputo, dove il degrado è ovunque, in uno scenario di brutti palazzoni di ispirazione sovietica, la stragrande maggioranza dei quali ormai fatiscente. Non c’è quel fascino decadente delle vecchie capitali coloniali, i rifiuti ovunque, le strade dissestate e i marciapiedi divelti hanno abbruttito Maputo, e non si vedono segnali di inversione di tendenza. Valerio però ama questa città, è la sua speranza nel futuro, vuole organizzare una scuola di moda ed è buffo quando mima a delle ragazzine il portamento che devono tenere sul lungomare  di Maputo. Qualunque cosa tu abbia bisogno, ci penso io, mi dice Valerio, come qualunque buon faccendiere di qualunque angolo di mondo. Fortunatamente non ho bisogno di Valerio, il brutto Hotel Mozambicano è più che sufficiente per la notte; di fronte grossi topi e strani personaggi con fucile a pompa a tracolla ti fanno capire che Maputo non è un luogo ideale per una passeggiata notturna, all’interno giovani e grasse ragazzotte aspettano clienti e quando vedono un bianco sembra si accendano come se avessero trovato un codice segreto universale per il bancomat.

È brutta Maputo, secondo le nostre convenzioni, ma per molti di coloro che qui vi arrivano dalle campagne rappresenta il punto di arrivo, la città con il suo traffico e la zona dei ricchi. Per molti sembra di piombare improvvisamente in un sogno, che nella stragrande maggioranza dei casi svanisce molto rapidamente, spingendo questi giovani, arrivati qui con grandi  speranze e illusioni, ai margini della città, in squallide baracche di lamiera, molto più inospitali delle capanne dei loro villaggi d’origine. Eppure, da qualche decennio la spinta a fuggire dai propri luoghi di origine si è incredibilmente accelerata, creando megalopoli sempre più impossibili da gestire e in cui la vita è un inferno;  la popolazione urbana continua a crescere a scapito di quella rurale, soprattutto nei Paesi sottosviluppati, dove la popolazione urbana cresce a un ritmo tre volte superiore rispetto ai Paesi sviluppati. E così è anche a Maputo, fondata all'inizio del XVIII secolo, quando fu chiamata  Lourenço Marques, dal nome del  commerciante portoghese che esplorò la baia nel 1544, per cambiare poi il nome in Maputo dopo l'indipendenza. L’influenza portoghese si sente ormai poco in questa città; la guerra civile ha distrutto tutto, anche le radici coloniali.

Il palazzo del governo e la brutta cattedrale moderna confermano questa sensazione; l’influenza europea è distante anni luce, solo alcuni ragazzi che cantano durante la messa ci ricordano l’influenza cattolica dei colonizzatori, coniugata con  l’ancestrale senso per la musica e per il ritmo degli  africani. Il ritmo si ritrova lasciando Maputo, impresa ardua in un traffico infernale che attraversa un infinito mercato dove, come nelle nostre vecchie città rinascimentali, quando c’erano la via dei falegnami, la via dei fabbri e così via,  interi tratti di strada con tronchi e tavole di legno si alternano a tratti dove si vende di tutto, da ricambi di automobili a ciabatte mischiate a pannelli fotovoltaici. Appena si esce da Maputo il paesaggio umano comincia a diluirsi, fino a cambiare decisamente quando si abbandona la strada nazionale, arteria vitale del Paese. E il paesaggio umano e naturale è ancora diverso nei villaggi che si incontrano  dal Punto di incontro al confine sudafricano, in un tratto caratterizzato da baobab giganti che lasciano il posto a paesaggi spettrali dove a volte intravedi uno sciacallo alla ricerca di cibo. C’è un ponte di legno sommerso da attraversare, immersi per un metro nelle acque minacciose del fiume Limpopo, per continuare la traversata verso il confine.

DUE PASSI ALL'INFERNO
Guadato il fiume si entra in una zona del Paese con pochissime persone, in paesaggi spesso danteschi, e non conforta sapere che nel paese sono ancora presenti un numero incalcolato di mine, e la bonifica è ancora lontana dall’essere terminata. Per accelerarla si stanno impiegando ratti giganti appositamente addestrati, che  riescono a coprire aree di grandi estensioni in breve tempo. I poveri roditori  non hanno grandi esigenze, individuano le mine con il loro fiuto  e sono abbastanza leggeri da non innescare i dispositivi esplosivi. Mine e ratti sminatori, sarà forse anche per questo che le poche persone che si incontrano non sembrano appartenere a quello stereotipo tipicamente occidentale dei “poveri sorridenti”. I bambini non hanno la divisa da scuola, come quelli, migliaia, che si incrociano sulla strada nacional, in cammino nei loro viaggi verso casa, kilometri che devono compiere ogni giorno. Qui  ti guardano con occhi preoccupati, come se avessero già perso l’innocenza e la speranza nel futuro; temono lo straniero, vengono da periodi in cui non ci si poteva fidare di nessuno, e questa paura si riflette nei loro sguardi poco inclini a fare l’occhio “da fotografia” , così squallido e triste se inserito nell’arroganza  delle richieste degli occidentali che vanno a fare un bagno nella povertà di una settimana, solo per il gusto di poterlo poi  raccontare nelle loro chiacchiere da salotto.

In questa parte del Mozambico non vogliono insaponare i bagni di povertà degli stranieri; si deve fare il conto con la realtà, ruvida e antipatica, ma dignitosa, di questa gente, che non vuole apparire come un trofeo nel safari fotografico di chi attraversa quei posti. Bisogna conquistarselo il trofeo, come se fosse un leopardo da seguire, ascoltare e annusare per giorni prima di poterlo immortalare con uno scatto, così con i figli della guerra del Mozambico, orgogliosi e fieri, anche della loro dignitosa povertà. Per loro il Punto di incontro, con le sue patate fritte a colazione, è un punto di arrivo.

di Francesco Bertolini

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

Commenti all'articolo

  • raucher

    17 Ottobre 2011 - 20:08

    ma il post- colonialismo è meglio? Bella cosa l'indipendenza , se puoi reggerti sulle tue gambe, non morire di fame nella miseria di un popolo che sforna figli a raffica e che non può mantenere decentemente. Hanno voluto l'indipendenza, bicicletta...

    Report

    Rispondi

blog