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Laureati d'oro ma disoccupati In Usa fanno causa all'Ateneo

Un gruppo di 78 ex studenti di legge vuole un risarcimento milionario per truffa: "Abbiamo speso un patrimonio per studiare e adesso..."

Laureati d'oro ma disoccupati In Usa fanno causa all'Ateneo

La crisi economica morde negli Stati Uniti, e aguzza l’ingegno degli avvocati disoccupati nel trovare qualche fonte di guadagno. Così, 75 neolaureati americani in legge che non hanno per ora trovato un impiego hanno portato in tribunale le università che li avevano diplomati,  con l’obiettivo di farsi rifondere le rette, come minimo, e magari qualche risarcimento morale per arrotondare. L’accusa è aver fornito dati fuorvianti sul numero di occupati tra chi ottiene il “pezzo di carta”, cioè  di aver millantato prospettive rivelatesi false. «Spendere 150.000 dollari per l'università è stato un pessimo investimento», ha commentato uno degli ex studenti della Brooklyn Law School in causa presso la Corte Suprema di Brooklyn. «Nonostante il mercato degli avvocati fosse saturo», ha aggiunto, «l'università ha continuato a promettere ottime prospettive lavorative per i futuri laureati». Adam Bevelacqua, diplomato nella stessa scuola un anno fa, ha detto al Wall Street Journal che nel 2007, l’anno prima di iscriversi, il college «assicurava» nel suo materiale propagandistico che entro nove mesi dalla laurea il 94% degli iscritti avrebbe trovato un lavoro. Nel 2011, il tasso di impiego dei neolaureati è stato invece dell’87,6%, il più basso dal 1996, secondo la Associazione Nazionale per il Collocamento dei laureati in Legge. Solo il 68%, però, ha ottenuto un posto per il quale era anche richiesto il passaggio dell’esame da avvocato che abilita a difendere gli imputati in corte, ossia a fare il lavoro sognato. Un 27%, infine, è occupato ma con contratto a termine.
I querelanti sostengono nelle loro cause che i diplomati ingaggiati a tempo pieno nella professione legale non arrivano al 60%. I dati si riferiscono agli studenti delle università di diversi stati (New York, California, Illinois, Delaware and Florida), selezionate sulla base  «di una massiccia produzione di avvocati in rapporto alla popolazione, in aree urbane dove laureati di basso livello hanno inferiori possibilità di essere competitivi sul mercato del lavoro», ha spiegato David Anziska, avvocato che ha fatto cause a colleges a New York e nel Michigan, coordinandosi con altri studi a livello nazionale per costruire un impianto accusatorio comune. L’elenco delle scuole comprende Albany Law School, Brooklyn Law School, Maurice A. Deane School of Law alla Hofstra University (la università  di Bernie Madoff, il truffatore del secolo), Widener University School of Law, Florida Coastal School of Law, Chicago Kent College of Law, DePaul University College of Law, John Marshall Law School in Chicago, e Golden Gate University School of Law. Nessuna delle Ivy League (Princeton, Harvard, Yale, University of Pennsylvania, Columbia, Dartmouth, Cornell e Brown), le università di eccellenza dove i 4 anni di college, più quelli delle specializzazioni, costano ognuno sui 55 mila dollari, più delle scuole querelate, è finita nel mirino degli avvocati disoccupati. E ciò riflette, oltre che la realtà di un mercato del lavoro che assorbe in base alla qualità dei titoli e dei meriti individuali, anche la indubbia creatività degli avvocati americani nello sfruttare l’iper garantistico sistema delle corti di giustizia. C’è chi ha ottenuto del denaro da McDonalds come compenso per essersi scottato con il caffè che lo stesso querelante si era rovesciato addosso guidando l’auto.
Vedremo come finirà l’improbabile causa (se troveranno il posto fra un anno, daranno indietro le rette?). Ma se è incerto l’esito legale, il fatto che giovani americani pretendano d’essere ripagati dalle università perché sono ancora a spasso dopo un anno dal diploma è un bel salto verso l’Europa. Obama sta lasciando il segno. Chissà, magari l’esempio darà una scossa agli italiani laureati nelle università statali ancora senza impiego. Non ci hanno ancora pensato perché  le rette italiane sono una frazione, ma è il principio che conta. Titolo uguale posto assicurato, possibilmente fisso, alla faccia della economia reale. E mercato e meritocrazia, addio.

di Glauco Maggi

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