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Finalissima

Francia-Portogallo, ciò che dovete sapere: cosa dice la cabala (e chi vincerà stasera)

Didier Deschamps

C’è una sola statistica che giustifica la presenza del Portogallo nella finale dell’Europeo, la classifica dei tiri, ben 112, con le altre che a malapena arrivano a 100: cosa che farà piacere a quanti pretendono che il calcio sia spettacolo, conclusioni, azioni da rete. Bello, piace anche a noi, seppure il gioco dei portoghesi non abbia convinto fino in fondo, troppo attento a non sfigurare anziché meravigliare. Tiri in porta a parte (forse solo perché hanno giocato più partite di quasi tutti), il Portogallo non è in testa in nessuna delle statistiche di squadra: che sia proprio questo lo specchio dell’Europeo? Eccellere in niente, andare benino in tutto. Quattro gol fatti e quattro subiti nel girone, una sola partita vinta nell’arco dei 90’ – il 2-0 in semifinale col Galles - una solidità globale inattesa, per quella che si riteneva fosse una nazionale Ronaldo-dipendente e poco altro. Vero, l’incostante Nani è capace di folate, ma chi si aspettava l’esplosione a questi livelli del classe ’97 Renato Sanches? Chi avrebbe scommesso sul decisivo e redivivo Quaresma?
Forse è l’abitudine lusitana alla competizione ad aver fatto la differenza. Solo la Germania ha raggiunto più semifinali (6), nessuno più dei rossoverdi ha giocato più partite agli Europei, 33. Insomma, il trucco c’è, a volte si vede (Ronaldo) a volte un po’ meno. Come stavolta: il colpo di genio appartiene a quello stregone sta in panchina. Dall’arrivo di Fernando Santos (il 24 settembre 2014, al posto del dimissionario Paulo Bento), il Portogallo è imbattuto in 12 partite competitive, 4 pari e 8 vittorie. I 53 giocatori convocati nella sua gestione hanno trovato tutti spazio, perché Santos, faccia rugosa da caratterista delle commedie alla Almodovar, aveva già capito tutto dei suoi: «In fatto di unità non c’è squadra superiore al Portogallo». La sua filosofia? «Meglio un uccello in mano che due che volano e rischiare di non prenderne uno». Parlava di partite, ma va bene lo stesso...

La traduzione sul campo è di mourinhiana memoria (un altro portoghese), e in qualche modo sposta l’accento dalla tecnica alla tattica. Nel girone, il Portogallo ha provato a dominare il gioco attraverso il possesso ma i troppi palleggiatori rendevano la squadra un imbuto otturato, bello solo fino alla trequarti, e il vuoto in area lasciato dai finti attaccanti Cristiano e Nani rimaneva tale. Santos ha invertito la tendenza quando ha lasciato il possesso agli avversari: scacco matto. La predilezione per la fase difensiva è un retaggio del Santos giocatore: da difensore conquistò ben 4 scudetti col Benfica. Un buon piano difensivo è più efficace di un piano d’attacco altrettanto valido, perché non subire gol significa quantomeno pareggiare, e avere in squadra Ronaldo («il migliore al mondo» secondo Santos), di solito, implica trasformare il pareggio in vittoria. Il Portogallo, dunque, deve la finale all’intelligenza del suo allenatore, un uomo colto (laureato in ingegneria elettronica), che voleva fare il portiere (ma il padre lo spinse a fare il difensore) ed è stato anche direttore di albergo.

A pochi metri da lui, a Saint Denis, ci sarà Deschamps, più giovane all’anagrafe (47 contro 61), altrettanto sereno, forte della statistica che vede i Bleus imbattuti nelle ultime 18 partite casalinghe giocate tra Europei e Mondiali: «Abbiamo entusiasmo, non tensione, ma è un’occasione unica e a questo livello conta soltanto la Coppa». Le idee di gioco per farlo sono più o meno le stesse, infatti le statistiche delle due squadre sono quasi identiche nel possesso (53.4% i francesi, 53.8% i portoghesi) e nella percentuale di passaggi riusciti (83.8% a 84.5%). «I nostri avversari non sono arrivati qui per caso, hanno organizzazione e solidità. E poi c’è Ronaldo…», avverte Deschamps, che come il collega portoghese ha operato progressivi aggiustamenti fino a trovare la giusta alchimia nel 4-2-3-1. «La Francia è cambiata – conferma Santos, che indica in Griezmann l’uomo decisivo -. Li rispettiamo, ma anche noi siamo migliorati».

di Tommaso Lorenzini e Claudio Savelli

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