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Expo 2015, il "nuovo" inno nazionale: la posizione a favore di Pietro Senaldi

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Expo 2015, il "nuovo" inno nazionale: la posizione a favore di Pietro Senaldi

Ma sì certo, a un primo ascolto suona un po’ strano. E però, a ripensarci e rivedere le facce del coro in tv, quanto sono belli quei bambini che cantano a squarciagola «siam pronti alla vita, l’Italia chiamò». Non c’era forse modo migliore di aprire l’Expo che deve farci uscire dalla crisi e provare a restituire alle nuove generazioni quel futuro che la voracità e l’incompetenza di padri e nonni sembra in questi anni avergli reso così oscuro e difficile. Non c’era forse migliore risposta preventiva all’ottusità vandala dei no-expo pronti allo sfascio e incappucciati come angeli della morte dell’Isis.

Almeno in nome di questo possiamo chiedere a padri e nonni di lasciar da parte per un attimo tradizione e conservatorismi e aprirsi anche loro al futuro e alla vita. In fondo anche loro, non è da quando sono bambini che, figli dell’Italia antisciovinista e esterofila, si sentono dire che il nostro inno, beh, musicalmente non è questo granché? E magari l’Italia al posto della marcetta risorgimentale di Mameli avesse un inno capace della travolgente passione della Marsigliese o della solennità di quello tedesco o che sapesse sprigionare il calore di quello americano. Certo non avremmo vinto più guerre ma almeno magari i calciatori della Nazionale lo canterebbero più volentieri.

Siam pronti alla vita è un augurio che quei bambini mandano a loro stessi e rilanciano a chi, pure già a vari livelli consumato dalla vita, non sente ancora arrivato il momento di chiudersi in se stesso. È una frase di grande apertura agli altri, che poi è il senso primo dell’Expo ed è allo stesso tempo la ragione fondante e di tragico fallimento di quell’Unione Europea che non ha saputo rimanere fedele alle proprie speranze e, chiusa e frammentata in difesa dei singoli interessi, inni e tradizioni, sarà fagocitata dal mondo che ha saputo aprirsi.

A chi non ha gradito il fuori programma dei bimbi vorrei provare a dire che non si può pretendere di cambiare senza che cambi mai nulla, che nulla ci tocchi nel profondo e che i passi in avanti non ci costino e non ci costringano a lasciar dietro qualcosa che ha avuto e magari ha ancora un valore. Vorrei dire che è facile e rassicurante criticare ogni novità, ma è anche stancante per chi lo fa e per chi vi assiste (e vorrei anche chiedergli quante volte ha cantato a squarciagola l’inno in pubblico). Vorrei dire che la forza di un Paese non è data dalle parole del suo inno ma dallo spirito di chi lo canta e forse sostituire vita a morte può servire a rinfrancarlo.

È vero, l’Italia come tutti i Paesi, è nata dalle guerre, grazie agli eroismi individuali di chi ha dato con orgoglio la vita per un valore superiore. Ma per onorare al meglio quelle morti dobbiamo interpretarle come un regalo di vita e libertà alle generazioni future e come tali dobbiamo cantarle, come un inno alla gioia e non come un requiem. Così vorrebbe chi ci ha regalato la sua vita con amore sincero; questa è stata l’unica consolazione delle madri e dei padri che hanno pianto il giovane Mameli e gli altri eroi che si sono sacrificati per noi; quanto a chi ha il culto della guerra e così tanta voglia di morire, si accomodi, lo ricorderemo con affetto.

Pietro Senaldi
@PSenaldi

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Commenti all'articolo

  • fplato

    04 Maggio 2015 - 12:12

    Se Renzi fosse svedese alla galleria di Oslo oggi potremmo ammirare: il "sorriso" di Munch fulgido esempio di ottimismo Renziano.

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  • iose

    04 Maggio 2015 - 11:11

    buffonata patetica e triste

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  • koch

    04 Maggio 2015 - 10:10

    Ma si, rinnoviamoci e già che ci siamo, visto come vanno le cose in Italia, sostituiamo l'inno nazionale con "Fin che la barca va, lasciala andare".

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