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Bossi indagato per truffa: allo stato e ai leghisti

Inchiesta su Umberto: 18 milioni di rimborsi elettorali spariti, paghette ai figli, il capo firmava tutto

Bossi indagato per truffa: allo stato e ai leghisti

 

«Noi avevamo un sogno: dividere l’Italia, invece s’è divisa la Lega...». Vien da citare - ci scusino i militanti più accesi- la parodia dell’Umberto Bossi/Forrest Gump, piccolo ingenuo leghista seduto di spalle sulla panchina della vita, alla notizia del fondatore del Carroccio indagato per truffa ai danni dello Stato. 


 


Truffa allo stato
- Bossi dunque ha ricevuto l’avviso di garanzia ieri, in una mattina ventosa, mentre vagava nel suo ufficio di via Bellerio. Indagato nell’ambito dell’inchiesta sull’uso dei rimborsi eletttorali per scopi privati. Indagato assieme ai due geni, i figli Riccardo e Renzo accusati di appropriazione indebita. I maggiorenti della Lega lo sapevano già; lo sapevamo, a dire il vero, anche noi di Libero che il 10 aprile scorso anticipammo l’indiscrezione (il caso Lega, compresa la famosa «casa di Montecarlo dei Bossi», stava appena scoppiando). Bossi è indagato perchè avrebbe firmato, senza fare un plissè, i rendiconti del partito da cui gli eredi ricevevano una «paghetta» mensile da cinquemila euro. Argent de poche  per lo stretto necessario filiale: i viaggi, le lauree tarocche in Albania, le multe prese sui macchinoni comprati chissà come, perfino le spese legali per la separazione di Riccardo che il padre avrebbe preso «a calci nel culo» perchè voleva andare all’Isola dei famosi, ma che assecondò per tutto il resto. Bossi - sia chiaro - non ha preso nulla per sè.

Leghisti traditi - Però, a detta della responsabile amministrativa del Carroccio Nadia Dagrada e dello stesso tesoriere Francesco Belsito, sapeva della truffa di 18 milioni; e ora risponderebbe come responsabile legale della Lega, in concorso proprio con Belsito. La quel cosa, probabilmente, è la più fastidiosa: «vergin di servo encomio e di codardo oltraggio», commenta manzonianamente, con una botta di cultura, Flavio Tosi da Verona. Cinquemila euro di paghetta. Ciumbia. E mentre le sezioni locali del partito sudavano sangue per far quadrare i conti. Il mitico prosindaco di Treviso, l’alpino Giancarlo Gentilini, glossava ieri con la solita levità: «Questi personaggi, che hanno tradito milioni di leghisti, vanno fucilati alla schiena, come accadeva in tempo di guerra...». Della famiglia Bossi verrebbe risparmiata solo la moglie Emanuela Marrone, maestra appassionata d’occulto, non indagata; ma la sua posizione è al vaglio degli inquirenti  capitanati da Edmondo Bruti Liberati, per fare luce sulle «uscite», pare 300mila euro in contanti, effettuate a favore della scuola Bosina. Sono inoltre indagati per peculato il senatore del Carroccio Piergiorgio Stiffoni ex addetto ai conti, finito nel mirino dei magistrati per alcune movimentazioni di denaro ritenute sospette, e l’imprenditore Paolo Scala, per riciclaggio. Ma questo non è neanche il fatto più importante. «Il Carroccione va avanti da sé /coi tesorieri, i furfanti, i dané/ ridi Marone per scaramanzia/ che arriva la polizia», cantavano Elio e le Storie Tese nella plastica rappresentazioen della tregicommedia leghista. A questo punto, insomma, quasi non contano più gli arresti. 

La parabola della Family - Perché, l’elemento essenziale, il nucleo dell’implosione del movimento, ora più che mai, sta nella disgraziata parabola dei figli. Figli che il Capo, un tempo, avrebbe voluto vergini dalla politica, lontani dalle lusinghe del potere; e che oggi, invece, l’hanno tumulato nel disonore. In «The Family» istant book  di Giorgio Michieletto e Valentina Fumagalli (Cairo), nella spietata disamina di un sistema familiare che pare uscito da un film di Coppola, viene ben descritto il dialogo di Bossi senior che chiede al Trota di «produrre i documenti» per dimostrare che le gravi accuse nei suoi riguardi sono false. Renzo se ne va di casa piangendo, ma non produce un tubo. A quel punto l’Umberto non s’indigna, ma viene preso dal magone di padre. Lo stesso che lo spinge a giustificare l’altro erede Riccardo, il quale usava la cassa del partito come bancomat, finanche per pagare gli alimenti all’ex moglie, Maruska Abbate. «Ne ho parlato con papà». così, Riccardo in una lettera all’allora tesoriere  Belsito - e ritrovata dai magistrati- spiegava di aver informato il babbo su alcune sue spese personali da scaricare sul partito. Una vera e propria lista cui la Lega doveva provvedere come una colf al supermarket. Pare ci fosse, nell’elenco, anche la spesa del Viagra; e Riccardo Bossi a Un giorno da pecora di Radio2 soltanto su quell’incauta voce si sarebbe giustificato: «Fortunatamente scopo senza Viagra...». Uomo di rara eleganza. Pure se in tutta questa faccenda l’eleganza è stata la prima a latitare. Ci si chiede, ora che ufficialmente il presidente Umberto deve vegliare sulle espulsioni del partito, quanto ci metterà ad espellere sè stesso. Sempre in «The Family» viene ricordata l’invettiva con cui l’Umberto tormentava i figli da piccoli: «Io vengo dalla gavetta, sono un uomo di strada e viaggio in groppa coi miei avi, con la carne cruda tra il sedere e il cavallo». Poi i figlioli  sono cresciuti. E si sono fregati il cavallo.

di Francesco Specchia

 

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Commenti all'articolo

  • guidoboc

    17 Maggio 2012 - 15:03

    Qui', non si salva nessuno, pensi a Penati e si faccia un commento.

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  • bruno osti

    17 Maggio 2012 - 10:10

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