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Il processo

Omicidio Melania Rea, Parolisi condannato all'ergastolo

La sentenza di primo grado: Melania fu uccisa dal marito. Grazie al rito abbreviato dovrà scontare 30 anni. Ma in appello la pronuncia può essere ribaltata

Crolla il castello di alibi di Parolisi. Ma manca la "prova regina". Ecco perché l'ex caporalmaggiore potrebbe salvarsi in appello
Salvatore Parolisi

Salvatore Parolisi

Colpevole. L'omicidio di Melania Rea è stato commesso dal marito, da quel Salvatore Parolisi che si è sempre proclamato innocente. E' questa la sentenza di primo grado del gip di Teramo, Marina Tommolini, arrivata dopo una camera di consiglio durata quattro ore. Quel 18 aprile, nel boschetto di Casermette, a Ripe di Civitella, il caporalmaggiore uccise, trucidò e seviziò con 35 coltellate il cadavere della moglie: la pena è quella dell'ergastolo, che diminuisce a 30 anni di reclusione in virtù del rito abbreviato chiesto dall'imputato. A Parolisi è stata tolta anche la patria potestà per la piccola Vittoria, e insieme alla condanna all'ergastolo sono state comminate tutte le sanzioni accessorie, le tre aggravanti: omicidio per futili motivi, vilipendio del cadavere e minorata difesa (avrebbe ossia colpito Melania in un momento in cui era impossibilitata a difendersi, per i panatloni abbassati).
 
L'ultima difesa - Nel corso dell'ultima udienza del primo grado, la difesa, i legali Walter Biscotti e Nicodemo Gentile, ha insistito sull'insussistenza del reato di vilipendio del cadavere e sulle prove scientifiche favorevoli, la perizia che affermava che non è possibile stabilire l'ora certa della morte e l'origine del dna di Salvatore nella bocca di Melania. I legali hanno sì ammesso le bugie di Parolisi, provando ancora a giocarsi la carta del "cattivo marito, ma non assassino: "Ha mentito, ma come uomo e marito. Non certo come assassino della moglie", ha spiegato Nicodemo. Che ha aggiunto: "E' il classico processo da insufficienza di prove. Se questo delitto fosse accaduto tra il 1930 e il 1989, Salvatore sarebbe stato prosciolto proprio con l'istituto dell'insufficienza di prove. Ma con la riforma il processo è cambiato, e siamo qui a voler dimostrare, con assoluta serenità, l'innocenza di Salvatore Parolisi".
Il dolore dei familiari - Michele Rea, fratello di Melania, ha manifestato tutto il suo rancore nel confronti dell'omicida, e ne ha stigmatizzato l'atteggiamento in aula mentre parlavano i difensori per le arringhe finali: "Guardavo Parolisi ogni momento, e vederlo così impassibile mentre si parla di Melania mi infastidisce, è una mancanza di rispetto nei confronti di sua moglie". Gennario, il padre di Melania, non ha dubbi: "La speranza che non sia stato lui c'è, ma gli occhi parlano e neanche oggi abbiamo incrociato quelli di Salvatore. Spero sempre che non sia stato lui, ma gli occhi sono lo specchio dell'anima e neanche oggi abbiamo avuto modo di incrociare i nostri con i suoi". Alla lettura della sentenza, alcuni familiardi di Melania hanno applaudito. Il padre, invece, è scoppiato a piangere: "Oggi non ha vinto nessuno...".

La "prova regina" - Al termine del primo grado di un processo difficile, basto su un'enorme mole di inidizi ma privo della cosiddetta "smoking gun", la prova regina, il giudice ha stabilito che il quadro ricostruito dall'accusa regge. Troppe le bugie raccontate da Parolisi dopo la morte della moglie, troppe le incongruenze nelle sue ricostruzioni. Pesa l'ombra dell'amante, quella Ludovica che lo avrebbe pur indirettamente spinto a uccidere: è lei, sempre secondo l'accusa, il movente. Non le storie di droga o di prostituzione che erano state raccontate sulla caserma. Niente da fare, almeno per ora, per la difesa, che aveva chiesto l'assoluzione con formula piena, perché, spiegavano i legali, "Salvatore non ha ucciso Melania".

Gli indizi - La perizia disposta dal giudice non è riuscita a salvare l'ex caporalmaggiore. I pm insistevano su due prove su tutte: il dna di Parolisi nella bocca di Melania e l'ora della morte. Secondo le ricostruzioni fornite al giudice dall'accusa, i due indizi non lasciavano scampo: il dna nella bocca di una persona in vita non può restare per più di cinque minuti, e Melania è stata uccisa tra le 14.30 e le 15.10 di quel 18 aprile, un orario che incastra e sconfessa Parolisi. Queste due prove non sono state confermate dalla cosiddetta "superperizia", ma il quadro, secondo la Tommolini, regge ugualmente. Troppi gli indizi sul marito fedifrago. Non solo il dna e l'ora della morte. Ma anche la cella a cui (forse) si agganciò il suo cellulare e quello della moglie; un altro cellulare, che Salvatore utilizzava per parlare con Ludovica, di cui si era liberato in fretta e furia; l'anello di Melania ritrovato a Casermette, forse lo aveva scagliato via dopo aver scoperto i nuovi tradimenti del marito; i pantaloni abbassati della Rea, forse un gesto di sfida, ma che testimonia come, lei, conoscesse l'omicida e non lo temesse. E ancora, le corrispondenze con Ludovica cancellate da Facebook e la ricostruzione del percorso che fece Melania per allontanarsi da Colle San Marco. Una ricostruzione che non regge.


L'arresto - L'arresto di Parolisi avvenne a due mesi dall'omicidio, il 18 luglio 2011, quando il quadro indiziario cominciò a farsi sempre più gravoso. La decisione sulla custodia arrivò quando la competenza sulle indagini era ancora della Procura di Ascoli Piceno. Il 2 agosto fu poi raggiunto dalla medesima misura, emessa anche dal gip di Teramo, Giovanni Cirilli. Da allora è detenuto nel carcere Castrogno del capoluogo.

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Commenti all'articolo

  • geisser

    28 Ottobre 2012 - 10:10

    Leggo nella posta precedente la seguente affermazione gravissima ." Tanti indizi fanno una prova " . Ma dove avete letto una stronzata simile ? Quale testo di legge lo riporta . Gli indizi non suffragati da prove , rimangono indizi e basta, e fino a prova o prove contrarie non potresti condannare nessuno . Per quello che è apparso sui giornali , di prove non ce n'è.

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  • Pirandellage

    28 Ottobre 2012 - 02:02

    Come attore Parolisi non é il massimo.Lui non avrá materialmente ucciso la moglie ma sa chi é stato solo che dirlo forse rischia molto di piú di un ergastolo. Sarebbe opportuno rintracciare il telefonista che ha scoperto il cadavere ed indagare su quella caserma dove si sono addestrate persino delle assistenti di boss camorristi il che é tutto dire.... E se poi la procura avesse delle prove che sui giornali non si sono lette, complimenti alla procura, finalmente qualcuno serio e professionale che non ha bisogno di raccontare a noi quello che sa.

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  • peroperi

    27 Ottobre 2012 - 20:08

    Quando si condanna un uomo all'ergastolo devono esserci prove al di là di ogni ragionevole dubbio. Qui non ce ne sono. Questi sono i fatti.

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  • geisser

    27 Ottobre 2012 - 19:07

    Ma in Italia quando volgiono condannare uno all'ergastolo o imputargli gravissimi crimini , il " Mostro di Firenze ", questo caso , Perugia etc hanno delle prove o sono solo indiziarie ? A me sembra la seconda ipotesi . Secondo me qui si condanna uno perchè non ha l'alibi . Ma questa non è una prova . Al massimo può genrare un sospetto. Forse ci sono altre cose, ma non sui giornali.

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