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Giorgio Napolitano, ecco come si prepara alle dimissioni

Giorgio Napolitano e Matteo Renzi

Nella vita, come nella politica, ci sono rapporti che nascono su una sintonia immediata. Il famoso colpo di fulmine. Quello tra Giorgio Napolitano e Matteo Renzi è esattamente l’opposto. Proprio per questo colpisce, ed è oggetto di conversazione nei corridoi del Palazzo, il gioco di sponda che nelle ultime settimane si è visto tra l’anzioano presidente e il giovane premier. Con il primo a sostenere il percorso di riforme dell’altro e questi a rilanciare le parole del primo a ogni pie’ sospinto, spesso facendosene scudo.

E dire che l’inizio dei rapporti tra i due era stato tutt’altro. Non che ci fosse mai stato uno scontro aperto o una palese diffidenza. È che la distanza tra i due, non solo di età, ma umana, culturale, persino politica, intesa come modo di fare e concepire la politica, è abissale. Per il presidente della Repubblica il rampante sindaco di Firenze, poi diventato segretario del Partito democratico, cioè del suo partito, e poi presidente del Consiglio, è il prodotto di un altro mondo, di un’altra generazione. Quella che a molti, inizialmente, era apparsa diffidenza, da parte del presidente Napolitano, chi lo conosce la racconta come un’irrimediabile distanza. Non solo anagrafica. Tanto Napolitano è pignolo, preciso, attento alla forma, da quella linguistica a quella istituzionale, tanto Renzi è l’improvvisazione fatta persona. Se l’inquilino del Quirinale soppesa ogni parola e studia ogni comma, il 39enne premier parla a braccio persino nel giorno in cui il Parlamento deve conferirgli la fiducia, facendo impazzire gli stenografi e il cerimoniale della Camera.

Non è, quindi, solo una distanza politica - uno viene dal Pci, l’altro dai comitati dell’Ulivo, Napolitano è cresciuto nell’Italia del Dopoguerra e poi della Guerra Fredda, Renzi inzia a far politica dopo il crollo del Muro di Berlino, quando le ideologie sono finite - è proprio una lontananza nel modo di pensare e di affrontare la realtà. Anche per questo, raccontano, il 10 febbraio scorso Napolitano decise di invitare a cena Renzi. È stato quello il primo - e ultimo - incontro conviviale tra i due. Molto si è detto di quella cena, che ha preceduto di poche ore la tumultuosa staffetta tra Renzi e Letta. L’intenzione del presidente della Repubblica, spiegano, era semplicemente di farsi un’idea del personaggio. Di capire chi fosse, questo segretario del Pd. Cosa voleva, certo. Ma anche chi fosse, che tipo fosse. Instaurare un contatto “franco”, diretto, più umano. 

Anche da parte di Renzi, del resto, non è che ci fosse una grande passione per Napolitano. La diversità percepita dal presidente era la stessa che sentiva il giovane e impetuoso segretario del Pd, allergico ai riti e alle forme, ostile (almeno a quell’epoca) alle larghe intese, infastidito da quello che considerava un costante “commissariamento” del Pd da parte del Quirinale.

Da allora è passata molta acqua sotto i ponti. Un nuovo governo e un nuovo premier. Da allora, in effetti, molto è cambiato. La parolina magica che spiega il “disgelo” tra i due, anche se entrambi userebbero un’altra parola, smentendo che ci sia mai stato gelo tra loro, è “riforme”. Il presidente della Repubblica si rende conto che su una serie di questioni, dalla riforma dell’architettura costituzionale, con il superamento del bicameralismo perfetto e la modifica del Titolo V, fino alla legge elettorale, cioè su quelle riforme che invoca da quando è salito al Quirinale, finalmente qualcosa si muove. Da trent’anni non si faceva niente, da otto anni i suoi moniti, i suoi appelli, i suoi messaggi restavano lettera morta e, invece, ora, un percorso è cominciato. Non che Napolitano si illuda che le riforme si faranno. Vede benissimo, forse persino più di Renzi, gli ostacoli, le resistenze, le insidie che ci sono prima che il percorso arrivi alla meta. Più che altro si augura, spera, che questo premier improvvisatore ce la faccia.

Il che non significa non vedere i limiti di molte riforme messe a punto dal governo. Ma la valutazione sui contenuti, sulle scelte singole, sulle modalità particolari, sui dettagli, si dice al Quirinale, spetta alla politica. Quello che il presidente della Repubblica auspica è che il Senato sia riformato. E con la maggioranza più ampia possibile, come ha sempre detto a proposito delle riforme che riguardano le regole del gioco. Come deve essere il nuovo Senato, da chi debba essere eletto e per fare cosa, spetta alle forze politiche deciderlo. Spetta a Renzi e al suo governo e al gioco democratico. Ma il treno delle riforme è partito. E questo, a Napolitano, interessa. Se, poi, arriverà a traguardo, questo nessuno lo sa.

di Elisa Calessi

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Commenti all'articolo

  • lucadagenova

    13 Dicembre 2014 - 09:09

    che prepari tutto come cazzo crede.. ma che sia veramente il momento che se ne vada.. non sara' rimpianto da nessuno solo le macerie di questa povera italia..porteranno il suo nome

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  • diamante12

    10 Aprile 2014 - 21:09

    Spunta il solito Prodi o D'Alema... Napolitano resterà due anni come minimo.

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  • aresfin

    aresfin

    10 Aprile 2014 - 14:02

    E' veramente ora, Giorgio e Clio, serviti e riveriti ogni giorno da centinaia di dipendenti servitori finalmente se ne vanno........ si, se ne vadano......... in fondo al viale...... in fondo........ giù............

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  • Ricafede

    10 Aprile 2014 - 13:01

    Attenti, la destra ha Antonio Razzi come uomo di punta.

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