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Pio XII, caso diplomatico

tra Vaticano e Israele

Pio XII, caso diplomatico
Il il Papa "vuole avere buoni rapporti con gli ebrei", e per questo motivo la causa di beatificazione di Pio XII, ormai conclusa e su cui manca solo la firma di Benedetto XVI, non si sblocca. A renderlo noto, a chiare lettere, è il postulatore della causa di beatificazione di Papa Pacelli, il gesuita Peter Gumpel.
Impossibile, per Benedetto XVI esaudire il proprio desiderio di intraprendere un viaggio in Israele, prosegue lo studioso, almeno "fino a quando la didascalia sotto la fotografia di Pio XII al museo dello Yad Vashem, evidente falsificazione storica non sarà rimossa".  L'affermazione ha provocato l’immediata reazione del direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, secondo il quale la targa su Pio XII nel museo di Gerusalemme, per quanto "rilevante", non è un fatto "determinante" nella decisione di un eventuale viaggio del Papa in Israele.
Nella didascalia, di una decina di righe, ssi legge che "eletto nel 1939, il Papa mise da parte una lettera contro l'antisemitismo e il razzismo preparata dal suo predecessore. Anche quando i resoconti sulle stragi degli ebrei raggiunsero il Vaticano, non reagì con proteste scritte o verbali. Nel 1942, non si associò alla condanna espressa dagli Alleati per l'uccisione degli ebrei. Quando vennero deportati da Roma ad Auschwitz, Pio XII non intervenne". Una esplicita “denuncia” di silenzio e ambiguità di papa Pacelli di fronte alla Shoah.
Di un possibile viaggio in Terrasanta del Papa si è parlato molte volte, ma, anche in questo caso, è  la prima volta che viene esplicitamente citato l'ostacolo della targa riguardante l'operato di Pacelli durante la seconda guerra mondiale.  Padre Gumpel tiene a specificare che su Pio XII gli stessi ebrei ''sono molto divisi''. Ci sono ''alcuni che continuano ad attaccare la Chiesa cattolica dicendo che Cristo era il figlio di un soldato e di una prostituta'', mentre «altri riconoscono che nessuno ha salvato tanti ebrei quanti Papa Pacelli».
Il museo dell’Olocausto, a Gerusalemme, è stato visitato da papa Giovanni Paolo II il 23 marzo del 2000. Ma  il 12 aprile 2007 il memoriale finisce al centro di un vero e proprio “caso diplomatico”: il nunzio apostolico in Israele, monsignor Antonio Franco, annuncia che non parteciperà all’annuale cerimonia di commemorazione della Shoah allo Yad Vashem. Il problema è proprio la foto di Pio XII presente nel memoriale. Tre giorni dopo, monsignor  Franco spiega che avrebbe partecipato alla cerimonia, avendo ottenuto lo scopo che si era prefissato, ossia richiamare l’attenzione sulla necessità di riconsiderare il modo in cui Papa Pio XII è  presentato.

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