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L'Ue dice no al rinvio sul clima

L'Italia: "O si cambia o salta"

L'Ue dice no al rinvio sul clima
 È un braccio di ferro che non lascia intravedere molti spiragli, quello ingaggiato dall’Italia sul pacchetto clima ed energia. La prima giornata del Consiglio dei ministri dell’Ambiente europei, ieri a Lussemburgo, se da una parte è servita a mitigare le tensioni sui costi del pacchetto “20-20-20”, dall’altra ha delineato una situazione di stallo, rappresentata da due blocchi: da una parte 18 Paesi Ue favorevoli al pacchetto, così come predisposto dalla Germania nel marzo 2007 e dall’altra l’Italia, insieme a 8 Paesi dell’Est, contrari agli attuali parametri. Ma mentre per Bulgaria, Romania, Ungheria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Slovacchia le richieste sembrano aver trovato il consenso dell’Europa - gli 8 dell’Est chiedono che i tagli di CO2 siano parametrati ai livelli del 1990 e non del 2005 - per l’Italia le resistenze sono molte. In particolare sulla famosa clausola di revisione, che chiede di mantenere aperti i target del “20-20-20” fino al 2009, quando sarà possibile avere uno studio dettagliato sul rapporto costi-benefici. Rimane certo il potere di veto dell’Italia, che il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ha detto chiaramente che sarà utilizzato "qualora non venissero apportate modifiche importanti, entro dicembre, al pacchetto clima".
Difficile, dunque, che entro fine anno si riuscirà a raggiungere un’intesa e l’Italia, per quella data, rischia di ritrovarsi isolata contro il blocco di Germania, Francia, Inghilterra e Spagna...

Piergiorgio Liberati su Libero di martedì

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Commenti all'articolo

  • forzadoria

    21 Ottobre 2008 - 15:03

    Non capisco la scelta suicida del governo in campo ambientale. In un periodo in cui la sensibilità per la tutela della salute sta crescendo ovunque, andare controcorrente come stiamo facendo mi sembra miope e masochista. Perdiamo la faccia di fronte al resto dell'Europa e rischiamo di perdere anche l'autobus dell'innovazione in questo settore che diventerà strategico nello sviluppo del prossimo futuro. Senza contare il danno di immagine: per una nazione turistica, che cerca di aumentare le quote dall'estero, accreditarsi come nemica dell'ambiente non mi sembra una grande idea.

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