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L'Aquila, il nostro inviato

nella sua casa distrutta

L'Aquila, il nostro inviato
Provate a immaginare la vostra casa crollata. Un esercizio teorico, un gioco di fantasia, roba da realtà virtuale. Nessuno, infatti, ci pensa mai. Nemmeno sapendo di abitare in una zona sismica colpita in passato da numerosi terremoti. Sembra sempre un fatto impossibile, una tragedia che tocca agli altri. Storie di un’altra epoca, di altri Paesi. E invece.
Invece eccomi qui. Sono le quattro di pomeriggio e sto risalendo via Roma a piedi. Mi hanno fatto lasciare la macchina alla Rotonda e ora sto cercando di raggiungere piazza San Pietro, nel cuore del centro storico dell’Aquila. I miei genitori mi hanno avvertito in mattinata via sms: “Terremoto, noi tutti bene, casa distrutta”. Così, da un lato ovviamente sollevato, dall’altro con un magone in gola, tenendomi al centro della strada per evitare eventuali ulteriori crolli dai tetti e dai cornicioni e facendo lo slalom tra macerie e calcinacci, mi affanno in salita. Ai lati, dei palazzi ci è rimasto ben poco, sono tutti lesionati o addirittura sfondati e crollati. Ai vari piani, mancando i muri, si vedono gli interni delle stanze, i letti, i mobili distrutti... La poca gente rimasta da queste parti della città ha lo sguardo inebetito, quasi perso nel vuoto. Qualcuno trascina valigie, altri non hanno la forza di fare niente. So già cosa mi aspetta in piazza. Ma il colpo d’occhio è davvero un colpo al cuore. La facciata della chiesa di San Pietro si è sbriciolata, il campanile è collassato su se stesso. Alcuni edifici stanno su per miracolo, al posto di altri ci sono dei buchi. E casa mia, quella dove sono vissuto per anni, con tutti i ricordi...
Casa mia, un palazzo di tre piani (al terzo abitava la mia famiglia, ai primi due c’erano uffici) di inizio Novecento, è più o meno in piedi. Ma grandi crepe la attraversano dal tetto fino alla base. Soprattutto, il palazzo accanto è caduto su di lei, ha sfondato il tetto e ha spazzato via un’ala, con una camera da letto e un bagno. Fortuna che ero a Milano e non all’Aquila come mi accade spesso e volentieri durante i week end: della mia mansarda non deve essere rimasto molto. Se penso alla grande finestra che si apriva sul soffitto, mi vengono i brividi.
Entrare è impossibile, vigili del fuoco e protezione civile non vorrebbero neanche farmi avvicinare, il pericolo di nuovi crolli è troppo elevato. Ma in mattinata mio padre, scappato in piena notte con mia madre per rifugiarsi in auto, era riuscito a recuperare qualche vestito e qualche effetto personale. Mi racconta cosa è successo all’interno. Io non l’ho quasi mai visto piangere, ma stavolta non riesce a trattenere le lacrime. Quadri, vasi, cristalli, ceramiche, antichi orologi, tavoli, armadi, librerie, cassettoni... tutto a pezzi e sommerso dalle macerie. Le pareti sono rivestite di stoffa e così non si può sapere il loro stato, ma non c’è da essere ottimisti.
Mio padre, architetto, lo sa bene: «In trenta secondi se n’è andato il lavoro di una vita. È difficile accettarlo». Io non so cosa dirgli, la ricostruzione, i fondi... Per ora sono cose troppo lontane. Il problema è che la tua casa non c’è più, non hai il tuo posto dove dormire, gli oggetti familiari... E comunque forse non ci andresti nemmeno. Lo shock deve essere stato troppo forte, precipitarsi giù per le scale al buio mentre attorno viene giù tutto, il cemento armato che si spacca più dei sassi vecchi di secoli (anche se non c’è alcuna logica: chiese della stessa epoca sono l’una intatta e l’altra cancellata), i vicini in pigiama che urlano correndo tra i vicoli... Mi ritrovo anche io senza parole e senza pensieri, al centro di una piazza fantasma. Ci si lamentava della musica del bar di sotto, degli universitari che ballavano all’aperto fino all’alba...
Adesso l’unica cosa che mi viene in mente sono le fotografie di città bombardate durante la seconda guerra mondiale. E poi, un poi solo cronologico, i morti. Nel primo vicoletto a sinistra, ad appena cinquanta metri dal mio portone, stanno ancora scavando. Mi avvicino e chiedo cosa è accaduto. Nell’abitazione al primo piano c’era la famiglia di un forestale. Non si è salvato nessuno: lui, il figlioletto di due anni e la moglie incinta che avrebbe partorito da un momento all’altro. E allora che vuoi dire, che vuoi scrivere?

Miska Ruggeri

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