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Via Poma

Busco assolto, la vittoria della moglie: "Ho sempre saputo che era innocente"

Delitto di Simonetta Cesaroni, non è stato l'ex. Si era rifatto una famiglia, e Roberta Milletari ha combattuto per lui: "Quante bugie sul suo conto"

Uniti fino alla fine

Raniero Busco e la moglie Roberta Milletari al momento della lettura della sentenza d'assoluzione della Corte d'Appello

Roberta Milletari aveva sposato un mostro, e non lo sapeva. Anzi, non lo credeva possibile: suo marito è Raniero Busco, nel 2008 accusato dell'omicidio della ex fidanzata Simonetta Cesaroni avvenuto 18 anni prima, il 7 agosto 1990. Uno dei gialli più cruenti della storia della cronaca italiana, 7 coltellate e molti sospettati. Dopo mille passi falsi, l'accusa decide di tirare in ballo proprio Busco: a incastrarlo, 18 anni dopo quel pomeriggio romano, sarebbe una traccia di Dna nel reggiseno della ragazza e il segno di un morso sul capezzolo, oltre a un alibi traballante (non era con un amico ad aggiustare motori, perché l'amico quel pomeriggio era al capezzale di una parente morta e ha visto Busco solo dopo le 19, ad omicidio già avvenuto). Movente passionale, per un rapporto malato. Il 26 gennaio 2011 il Tribunale di Roma lo condanna a 24 anni. La difesa ricorre in Appello, la Milletari è una delle poche sempre al fianco di Busco, ridotto a un fantasma dopo la condanna. "Siamo qui perché siamo innocenti - ripeteva davanti ai cronisti nei giorni delle prime udienze -. Io a lui ho sempre creduto e crederò sempre. Mi aspetto che venga fuori l'innocenza di mio marito, che vengano fuori tutte le bugie che sono state dette su di lui". Niente da fare, il mostro di via Poma era lui. Il calvario era a solo a metà, perché passa un altro anno di sofferenze prima della sentenza d'Appello che assolverà l'uomo con formula piena per non avver commesso il fatto. "C'è un uomo, non più un ragazzo, con una famiglia, che dovrà passare attraverso tutto questo", attaccava ancora la Milletari.




Il ritratto di un mostro
- Soltanto qualche ora fa, nelle richiesta di condanna alla Corte, il sostituto procuratore generale Alberto Cozzella ricordava: "E' una truce vicenda giudiziaria, segnata da particolare violenza, crudeltà e malvagità. Per Busco la normalità è picchiare gli anziani vicini di casa, gridare oscenità alla cognata o chiamare in causa i propri amici come possibili autori del delitto. Ancora oggi trovo incomprensibile come una ragazza di questa delicatezza d'animo (Simonetta Cesaroni, ndr) abbia potuto frequentare un giovane così. Lei stessa - ha proseguito l'accusa - nel suo diario e nelle lettere scritte alle sue amiche, parlava di pudicizia violata, di corpo usato e non amato. Ma Busco era il suo primo ragazzo e lei stessa era vittima di questo vincolo che le impediva di fare un passo ulteriore, cioè di troncare il rapporto". Insomma, un ragazzo violento che aveva plagiato una 20enne, usandola e sottomettendola alle sue ire, fino alla tragedia finale. Difficile riconoscere in quelle parole il Busco di oggi, volto scavato, sguardo spendo, lacrime sempre sull'orlo di scendere. A questo Busco la Milletari è sempre stata vicina, a questo Busco ha sempre voluto credere.

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