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Vatileaks

Il "corvo" del Vaticano:
ecco la requisitoria integrale

Leggi il documento del promotore di giustizia della Santa sede con il rinvio a giudizio di Paolo Gabriele, l'ex maggiordomo del Papa

UFFICIO DEL PROMOTORE DI GIUSTIZIA

Prot. N. 8/12 Reg. Gen. Pen.

All’Illustrissimo

Signor Giudice Istruttore

SEDE

REQUISITORIA DEL PROMOTORE DI GIUSTIZIA

Sommario: 1) Rapporti della Polizia Giudiziaria e perquisizioni regolarmente autorizzate; 2) Prosecuzione

delle indagini in istruttoria formale; 3) Pluralità di reati ed ordine della loro trattazione nell’istruttoria; 4) Fatti

costituenti furto aggravato contestati a Gabriele Paolo; 5) gli artt. 46 e 47 del codice penale ed il problema

dell’imputabilità del Gabriele; 6) La relazione peritale del Prof. Roberto Tatarelli e quella del secondo perito

Prof. Tonino Cantelmi; 7) La responsabilità del Gabriele; 8) Fatti costituenti reato contestati allo Sciarpelletti

Claudio e sua responsabilità; 9) Richieste del Promotore di Giustizia.

1) Rapporti della Polizia Giudiziaria e perquisizioni regolarmente autorizzate

Con rapporto del 3 febbraio 2012 pervenuto a questo Ufficio il 6 febbraio 2012 (Prot. n. 8/12 Reg. Gen.

Pen.), il direttore dei Servizi di Sicurezza e Protezione Civile riferì al sottoscritto Promotore di Giustizia notizie

diffuse in Italia, sulla rete televisiva La7, nella trasmissione televisiva "Gli Intoccabili" ed altre notizie apparse

sulla stampa italiana circa la pubblicazione di corrispondenze riservate inerenti il «caso (…)», nonché alcuni

altri fatti (…). Poiché si trattava di gravi reati, il Direttore presentò «denuncia contro ignoti per la

commissione di delitti contro lo Stato e i poteri dello stesso, calunnia e diffamazione». Questo Ufficio

provvide immediatamente ad iniziare le non facili indagini, anche a mezzo della Polizia Giudiziaria.

Successivamente il Sommo Pontefice provvide a nominare una Eminentissima Commissione Cardinalizia con

il compito di svolgere, in via amministrativa, un’«indagine autorevole sulla fuga di notizie e la divulgazione di

documenti coperti dal segreto d’ufficio».

Il 20 maggio 2012 veniva presentato in Italia il libro del giornalista Gianluigi Nuzzi dal titolo Sua Santità. Le

carte segrete di Benedetto XVI. Il 23 maggio perveniva a questo Ufficio altro rapporto con il quale il

Direttore dei Servizi di Sicurezza e Protezione Civile sollevava sospetti nei confronti del Signor Paolo Gabriele,

Aiutante di Camera di Sua Santità, quale responsabile di furto aggravato di documenti riservati che erano

stati forniti al Nuzzi. Contemporaneamente il predetto Direttore richiedeva al Promotore di Giustizia

l’autorizzazione a procedere alla perquisizione personale, domiciliare, nonché dell’ufficio del Gabriele. Il

sottoscritto, con provvedimento dello stesso 23 maggio, autorizzava la Polizia Giudiziaria a procedere alla

predetta perquisizione, nonché, con provvedimento nella stessa data, a procedere altresì all’analisi forense

delle apparecchiature informatiche, cine-fotografiche, e dei telefoni cellulari o fissi in possesso del predetto

Gabriele.

Con ulteriore rapporto del 24 maggio il predetto Direttore segnalava che a pag. 132 del libro di Nuzzi era

pubblicato un documento che avrebbe potuto essere stato divulgato da (…) e richiedeva l’autorizzazione alla

perquisizione personale e degli ambienti in uso al predetto (…). Autorizzazione che il sottoscritto accordava.

Con rapporto 24 maggio 2012 il Direttore dei Servizi di Sicurezza e Protezione Civile informava, poi, questo

Ufficio che, a seguito della perquisizione a carico del Gabriele, era stato rinvenuta una enorme quantità di

documenti, alcuni dei quali, di proprietà e di stretto interesse della Santa Sede e dello Stato della Città

Vaticano, risultavano, già ad un primo esame, pubblicati nel libro del Nuzzi. Su autorizzazione di questo

Ufficio si procedeva, quindi, all’arresto del Gabriele, arresto immediatamente convalidato dal sottoscritto,

che, nella stessa data, autorizzava la Polizia Giudiziaria a provvedere ad una analisi preliminare della

documentazione sequestrata.

Con rapporto 25 maggio 2012 il Direttore dei predetti Servizi segnalava, inoltre, che il signor Claudio

Sciarpelletti risultava avere avuto continui contatti con il Gabriele e – previa autorizzazione del sottoscritto -

veniva quindi eseguita, nello stesso giorno 25 maggio, una ulteriore perquisizione, nei locali della Segreteria

di Stato, e delle relative pertinenze in uso allo Sciarpelletti. Anche questa perquisizione dava esito positivo, in

quanto venivano sequestrati ulteriori documenti rilevanti ai fini della presente procedura. Contestati, quindi, i

reati di falsa testimonianza, concorso reale nel reato di furto aggravato di documenti, favoreggiamento,

nonché il reato di violazione dei segreti, lo Sciarpelletti veniva posto in stato di arresto(Prot. n. 19/12 Reg.

Gen. Pen.).

Il sottoscritto Promotore di Giustizia (Prot. n. 19/12 Reg. Gen. Pen.), in data 26 maggio, interrogato

l’imputato, gli ha, peraltro, concesso la libertà provvisoria, previa cauzione e con l’obbligo di osservare alcune

prescrizioni, disponendo, inoltre, la riunione del presente procedimento a quello Prot. n. 8/12 Reg. Gen. Pen.

a carico di Gabriele Paolo, per connessione.

2) Prosecuzione delle indagini in istruttoria formale

Poiché a questo punto, già si configuravano gravi reati di competenza del Tribunale e due imputati posti in

stato di arresto, il sottoscritto Promotore di Giustizia, già con provvedimento del 24 maggio 2012, richiedeva

l’apertura dell’istruttoria formale ai sensi dell’artt. 187 e segg. c.p.p. Le ulteriori indagini sono, quindi,

proseguite sotto la direzione del Giudice Istruttore e con la presenza del sottoscritto Promotore di Giustizia,

nella sola funzione di pubblico ministero.

3) Pluralità di reati ed ordine della loro trattazione nell’istruttoria

La Polizia giudiziaria, con i rapporti sopra ricordati, ha provveduto a denunciare a questo Ufficio tutta una

serie di reati: delitti contro lo Stato (art. 104 e ss. C.p.); delitti contro i poteri dello Stato (art.117 ess. C.p.);

vilipendio delle istituzioni dello Stato (art. 126 C.p.); calunnia (art. 212 C.p.); diffamazione (art. 333 C.p.);

furto aggravato (artt. 402, 403 e 404 C.p.); concorso di più persone in reato (art. 63 C.p.);

favoreggiamento(art. 225 C.p.); inviolabilità dei segreti (art. 159 C.p.).

In tale situazione l’istruttoria si presentava complessa e laboriosissima e, quindi, suscettibile di durare per un

periodo molto lungo.

Si è posta, pertanto, la necessità di stabilire un ordine nella trattazione dei vari capi di accusa ed il Signor

Giudice Istruttore, su parere conforme di questo Ufficio, ha dato la precedenza al furto aggravato, anche,

perché, per tale reato vi erano due imputati in stato di detenzione.

Contestati i fatti preveduti dalla legge come reato, effettuate le perquisizioni, sentiti i testimoni, proceduto

agli interrogatori degli imputati, espletata la perizia, il sottoscritto ritiene che, nell’economia dei giudizi, si

possa ormai chiudere l’istruttoria formale, limitatamente al solo reato di furto aggravato e nei confronti degli

imputati Paolo Gabriele e Claudio Sciarpelletti, restando, ovviamente, aperta l’istruttoria per i restanti fatti

costituenti reato nei confronti dei predetti imputati, e/o di altri. Per questo motivo il Promotore di Giustizia, ai

sensi dell’art. 266 c.p.p., chiede la parziale chiusura dell’istruzione formale.

4) Fatti costituenti furto aggravato contestati a Gabriele Paolo

Il 19 maggio 2012 è stato pubblicato il già citato volume di Gianluigi Nuzzi Sua Santità. Il 21 successivo si è

svolta una riunione della "Famiglia Pontificia", riunione di cui era preventivamente informato il Santo Padre.

Erano presenti Mons. Georg Gänswein, Segretario particolare di Sua Santità, Mons. Alfred Xuereb, Prelato

d’Onore di Sua Santità, Suor Birgit Wansing, le quattro memores e Paolo Gabriele.

Mons. Georg Gänswein, dopo aver riferito che nel volume erano inseriti documenti riservati, ha chiesto a

ciascuno dei presenti se avesse consegnato documenti al giornalista (teste M, una delle memores, 18 luglio

2012, doc. 138 del fascicolo d’Ufficio). A fronte delle risposte negative dei presenti, Mons. Georg Gänswein

ha fatto presente al Gabriele che «due lettere pubblicate nel volume Sua Santità. Le carte segrete di

Benedetto XVI certamente lui (Gabriele) aveva avuto per le mani in quanto (egli Mons. Georg Gänswein)

aveva chiesto a lui di preparare una risposta e che inoltre non erano uscite dall’ufficio. Gli ho anche indicato

un appunto di P. Lombardi relativo al caso (…) che certamente non era uscito dall’ufficio. Avendogli detto

davanti a tutti che questo, pur non dando la prova, creava un forte sospetto nei suoi confronti, ho avuto

come risposta una negazione decisa e assoluta del fatto» (teste Gänswein 18 luglio 2012, doc. 136, del

presente fascicolo). La teste O (stessa data, doc. 135) ha precisato, in proposito, che «egli (il Gabriele) non

soltanto ha negato in modo fermo e deciso ogni sua responsabilità ma ha chiesto con molta meraviglia come

questi sospetti fossero potuti nascere nella mente di Mons. Georg Gänswein ». Circostanze queste,

confermate dalle testi M, già citata, e N, un’altra delle memores (stessa data, doc. 137).

Una volta arrestato, il 24 maggio 2012, Paolo Gabriele - assistito dai difensori di fiducia, avvocati Carlo Fusco

e Cristiana Arru - è stato interrogato, per la prima volta, dal Giudice Istruttore. Pur avendo dichiarato di aver

«deciso di dare la mia collaborazione ai fini dello scoprimento della verità», alle specifiche domande del

Giudice si è, peraltro, avvalso della facoltà di non rispondere ed il Giudice Istruttore ha confermato lo stato

di arresto, contestandogli il reato di furto aggravato (art. 402 e ss. c.p.) in stato di flagranza (art. 168

c.p.p.).

Interrogato una seconda volta nei giorni 5 e 6 giugno, il Gabriele ha successivamente risposto alle predette

domande del Giudice. In particolare, in ordine ai documenti di proprietà della Santa Sede reperiti presso la

sua abitazione, egli ha dichiarato di aver «proceduto alla duplicazione dei documenti fotocopiandoli in ufficio

e successivamente portandoli a casa. Negli ultimi tempi, quando la situazione è degenerata, provvedevo, per

non restare senza copie, alla loro duplicazione attraverso la fotocopiatrice inserita nella stampante del

computer». In effetti «non ho conservato alcun documento originale in quanto altrimenti ne sarebbe stata

notata la mancanza». L’imputato ha aggiunto: «anche se il possesso di tali documenti è cosa illecita ho

ritenuto di doverlo effettuare spinto da diverse ragioni». Oltre agli interessi personali, fra i quali quello per

l’intelligence, «ritenevo che anche il Sommo Pontefice non fosse correttamente informato». «Vedendo male

e corruzione dappertutto nella Chiesa… ero sicuro che uno shock, anche mediatico, avrebbe potuto essere

salutare per riportare la Chiesa nel suo giusto binario… In qualche modo pensavo che nella Chiesa questo

ruolo fosse proprio dello Spirito Santo, di cui mi sentivo in certa maniera infiltrato» (verbale del 5 giugno

2012, doc. n. 46).

Quanto alla successiva diffusione dei predetti documenti, l’imputato ha dichiarato: «ho scelto la persona del

Nuzzi come interlocutore a preferenza di altri soprattutto per l’impressione che aveva destato in me il volume

Vaticano S.p.A. Il Nuzzi mi dava fiducia perché mi sembrava persona preoccupata di dare informazioni senza

gettare fango e senza calunniare altre persone». Il Gabriele ha, quindi, precisato le modalità con le quali ha

rintracciato, in Italia, il Nuzzi e gli incontri con lui – sempre in territorio italiano – fra novembre 2011 e

gennaio 2012 «a distanza di circa una settimana e poi di due settimane... successivamente il nostro rapporto

è venuto scemando di intensità». L’imputato ha, quindi, dichiarato di aver consegnato al Nuzzi i documenti a

più riprese e che non aveva «mai ricevuto denaro o altri benefici». Il Nuzzi, del resto, gli aveva detto «che

non era solito avere documentazione a pagamento». Il giornalista gli ha fatto anche un’intervista televisiva

con «tutte le precauzioni necessarie affinché io non venissi riconosciuto», ma questa intervista è stata

trasmessa solo in parte (verbale del 6 giugno 2012, doc. n. 47).

Il Gabriele ha, inoltre, precisato che «dei documenti consegnati a Nuzzi ho fatto fotocopie che ho consegnato

al padre spirituale B», asserendo che «fra le copie» consegnate al Nuzzi e quelle consegnate a B «ci fosse

una identità», salvo eventuali diversità meramente casuali. Pertanto «le carte rimaste a casa (e sequestrate

a seguito della perquisizione) sono sostanzialmente un rimasuglio disordinato dovuto al caos di documenti

che avevo con me» (verbale del 5 giugno citato). Il 28 giugno 2012 è stato, quindi, convocato quale

testimone B, il quale ha confermato di aver ricevuto dal Gabriele, tra il febbraio ed il marzo 2012, una serie

di documenti conservati in una scatola con lo stemma pontificio, di cui non aveva conosciuto il contenuto.

Nell’affidare tali documenti il Gabriele non ebbe a porgli alcuna condizione, ma si limitò a dirgli che «si

trattava di documenti molto importanti che riguardavano la Santa Sede». B ha dichiarato di averli conservati

per qualche giorno per poi bruciarli in quanto, soprattutto, «sapevo che…erano il frutto di una attività non

legittima e non "onesta" e temevo che se ne potesse fare uso altrettanto non legittimo e "onesto" (doc. n.

33).

Nell’ultimo interrogatorio del 21 luglio (doc. n. 142) il giudice Istruttore ha, fra l’altro, fatto presente che nel

volume Sua Santità del Nuzzi sono stati riprodotti documenti non rinvenuti tra quelli reperiti, in sede di

perquisizione, nella casa del Gabriele. Gli ha chiesto, quindi, se fosse stato lui a fornirglieli. In via

esemplificativa il Giudice ha fatto riferimento ai documenti riprodotti alle pagg. 286, 288, 296, 304-305 e

310, aggiungendo, alla fine, il doc. 293 sulla questione dell’ICI. Per ognuno di questi documenti l’imputato

ha dichiarato di essere stato lui a fornirli al giornalista. Ha trovato così conferma quanto da lui dichiarato nel

secondo interrogatorio il 5 giugno nel quale aveva precisato che i documenti rintracciati nella perquisizione

costituiscono solo «un rimasuglio» (doc. n. 46).

Il Giudice istruttore ha, inoltre, contestato al Gabriele il ritrovamento a casa sua, in corso della perquisizione,

di tre oggetti a lui non appartenenti:

1) Un assegno bancario di Euro 100.000,00 (centomila/00) intestato a Santidad Papa Benedicto XVI, datato

26 marzo 2012, proveniente dall’Universitad Catolica San Antonio di Guadalupe;

2) Una pepita presunta d’oro, indirizzata a Sua Santità dal Signor Guido del Castillo, direttore dell’ARU di

Lima (Perù);

3) Una cinquecentina dell’Eneide, traduzione di Annibal Caro stampata a Venezia nel 1581, dono a Sua

Santità delle "Famiglie di Pomezia".

Il Gabriele ha riferito «nella degenerazione del mio disordine è potuto capitare anche questo».

Il Giudice Istruttore gli ha, quindi, domandato se a lui venissero affidati anche i doni presentati al Santo

Padre da portare poi in Ufficio.

L’imputato ha risposto: «Sì. Ero l’incaricato di portare alcuni doni presso il magazzino e altri in Ufficio. Taluni

di questi doni servivano per le pesche di beneficenza del Corpo della Gendarmeria, della Guardia Svizzera

Pontificia e per altre beneficenze. Mi spiego ora perché una persona che si era fatta tramite di questo, mi

chiese perché non era stato riscosso un assegno donato da alcune suore e ciò fu da me portato a

conoscenza di Mons. Alfred Xuereb. Mons. Gaenswein talvolta mi faceva omaggio di taluni doni fatti al Santo

Padre. In particolare questo avveniva per i libri sapendo che io avevo una passione particolare per questi.

Per quanto riguarda l’edizione dell’Eneide ricordo che avendo mio figlio cominciato lo studio di quel poema

chiesi a Mons. Gaenswein se potevo far vedere il libro al professore di mio figlio. Lui mi disse di sì ed il libro

rimase a casa mia in attesa di essere restituito».

5) Gli artt. 46 e 47 del codice penale ed il problema dell’imputabilità del Gabriele

Preliminarmente, a questo punto, si pone il problema dell’imputabilità del Gabriele. Come è noto, imputare in

diritto penale significa attribuire la violazione d’un reato ad un determinato individuo, l’imputato è colui che

è, o si presume, fornito di capacità penale. Imputazione giuridica è, quindi, l’atto di autorità con cui il

magistrato attribuisce la violazione di un precetto penale ad una determinata persona, provocando con ciò

l’intervento della garanzia giurisdizionale, diretta all’accertamento della verità in relazione al fatto, alle

circostanze di esso e alla sua causalità, per decidere se sia fondata o meno la pretesa punitiva dello Stato.

L’art. 46 del codice penale, in proposito, stabilisce che «non è punibile colui che, nel momento in cui ha

commesso il fatto, era in tale stato di infermità di mente (c.n.) da togliergli la coscienza o la libertà dei propri

atti (c.n.)».

«Il Giudice, nondimeno, ove stimi pericolosa (c.n.) la liberazione dell’imputato prosciolto, ne ordina la

consegna all’Autorità competente per i provvedimenti di legge».

Si tratta, del resto, di un principio risalente. Nello Stato pontificio, il Regolamento sui delitti e sulle pene di

Papa Gregorio XVI (1832) stabiliva, all’art. 26, che: «non sono da imputarsi a delitto le commissioni ed

omissioni contrarie alla legge … §. I. se seguirono nello stato di pazzia saltuaria nel tempo dell’alienazione di

mente, e nel tempo di pazzia continua».

Ancor prima l’art. 64 del codice penale napoleonico del 1810 recitava: «non vi ha crimine né delitto, allorché

l’imputato trovavasi in istato di pazzia quando commise l’azione, ovvero se vi fu tratto da una forza alla quale

non poté resistere».

La formula utilizzata nel codice vigente appare preferibile, rispetto alle precedenti, in primo luogo perché il

riferimento, di cui all’art. 46, all’infermità, insieme a quello della coscienza e libertà dei propri atti, consente

un giudizio di imputabilità più completo, o, come si suol dire, a due piani: l’uno di carattere empirico, legato,

appunto, al concetto di infermità di mente, l’altro di carattere più propriamente normativo, collegato alla

coscienza e libertà dei propri atti.

In secondo luogo, il riferimento al concetto di infermità di mente, consente di utilizzare un termine più

onnicomprensivo, che appare maggiormente opportuno, perché riesce ad assorbire formule più risalenti,

quali quelle relative alla pazzia, all’imbecillità e, ancor prima, alla previsione romanistica de dementibus, in

cui si distinguevano i mente capti ed i furiosi. La menzione della coscienza o libertà dei propri atti, implica

che, affinché il soggetto non sia punibile, è sufficiente che l’infermità di mente abbia eliminato anche uno

soltanto dei due requisiti in questione, come può desumersi facilmente dall’utilizzo della disgiuntiva «o» fra

la coscienza e la libertà dei propri atti.

L’aver collegato la coscienza o la libertà dei propri atti al concetto di infermità di mente, induce, inoltre, a

ritenere che disturbi psichici o semplici passioni che non hanno rilevanza clinica, pur se possono incidere in

qualche maniera sulla libertà dei propri atti, non posseggono l’efficacia di escludere l’imputabilità, in quanto

non rientrano in un preciso quadro morboso.

L’imputabilità del soggetto, come sopra intesa, è, in sostanza, uno stato della persona che – come precisa

l’art. 46 – deve esistere, «nel momento in cui ha commesso il fatto», perché questo è il momento di cui egli

deve rispondere.

I principi stabiliti dall’art. 46 del nostro codice penale trovano sostanzialmente corrispondenza nei grandi

modelli di legislazione penalistica del XX secolo. Basti ricordare il § 51 del codice penale tedesco, che

richiede, quale presupposto dell’imputabilità, uno stato di coscienza e di sanità psichica che consentano la

libera determinazione della volontà, nonché l’art. 81 del vigente codice penale italiano, secondo il quale è

imputabile chi ha la capacità di intendere e di volere.

Come è noto, su queste basi normative, fra il XIX ed il XX secolo, si è sviluppata un’imponente elaborazione

teorica che ha trasformato l’imputabilità in uno dei problemi più ardui e più dibattuti del diritto penale,

perché esso ha strettissimi legami con la questione della natura e della funzione della stessa pena.

A giudizio di questo ufficio, al di là delle diverse scuole di pensiero, la soluzione del problema dell’imputabilità

non può prescindere dai caratteri peculiari dei diversi ordinamenti. Per quanto riguarda l’ordinamento

vaticano, il fondamento va indubbiamente ricercato nell’art. 1 della legge 1° ottobre 2008 n. LXXI, sulle fonti

del diritto, secondo il quale «l’ordinamento giuridico vaticano riconosce nell’ordinamento canonico la prima

fonte normativa e il primo criterio di riferimento normativo». A sua volta, il can. 1322 del Codex iuris

canonici stabilisce che «qui habitualiter rationis usu carent, etsi legem vel praeceptum violaverint dum sani

videbantur, delicti incapaces habentur». In altri termini, coloro che abitualmente non hanno l’uso di ragione

sono ritenuti incapaci di delinquere. Anche se avessero violato la legge o il precetto penale in un lucido

intervallo, dovrebbero sempre ritenersi non imputabili, e non soltanto da presumersi come tali. E’, del resto,

un principio risalente nel diritto canonico che alla pena tradizionalmente ricollega il fine etico della

riabilitazione del colpevole: «si furiosus aut dormiens nomine mutilet vel occidat – recitava la Clementina –

nullam ex hoc irregularitatem incurrit» (Clementinae Constitutiones, um. de hormic. III, 4). In sostanza,

nella situazione radicale in cui manchi l’uso della ragione non può esservi atto umano e, quindi, libertà di

intendere e di volere, intesa come capacità di autodeterminarsi. Il concetto del libero arbitrio - che viene a

identificarsi con la volontà «essendo proprio della medesima potenza il volere e lo scegliere» (San Tommaso,

Summa Theol., I, q. 83 a. 4) - è il primo presupposto dell’imputabilità: «tunc actus imputatur agenti, quando

est in potestate ipsius, ita quod habeat dominium sui actus» (San Tommaso, Summa Theol., I, II al, 9-21 a.

1). Anche eventuali lucidi intervalli sarebbero semplicemente momentanee attenuazioni dell’infermità di

mente e, come tali, non potrebbero costituire fondamento di imputabilità.

Ne consegue che l’ordinamento vaticano, in via principale, recepisce la teoria classica che per lungo tempo

ha dominato sovrana e tuttora ha numerosi ed autorevoli seguaci, secondo la quale fondamento

dell’imputabilità è la libertà del volere, il libero arbitrio. Il Cardinale Francesco Roberti De delictis et poenis,

Romae s.d., p. 86 scriveva, già ai suoi tempi, «oportet enim ad effectum poenarum ut qui actum posuit,

eundem perfecte cognoverit et libere voluerit». La pena, in quanto è castigo, presuppone che l’uomo sia

stato causa cosciente e libera del fatto commesso: in altri termini, presuppone che egli abbia

consapevolmente scelto il male, mentre aveva la possibilità di orientarsi verso il bene; abbia preferito il vizio

al posto della virtù. Ora, questa libertà di scelta (o di elezione) fa difetto negli individui che non hanno un

sufficiente sviluppo intellettuale o sono affetti da gravi anomalie psichiche: essi non sono liberi e, perciò, non

possono essere puniti. La responsabilità penale trova, così, il suo fondamento primo nella valutazione morale

dell’azione, e, più precisamente, nella coscienza e libertà dei propri atti. Si aggiunga che, quando la libertà,

pur non essendo esclusa, è notevolmente limitata (come avviene nei semi-infermi di mente, in alcune

categorie di minori, di ubriachi ecc.), la pena per ragioni di equità deve essere diminuita (art. 47 c.p.).

Fermo il principio secondo cui l’imputabilità trova il suo primo fondamento nella coscienza e libertà dei propri

atti, cioè nel libero arbitrio, e che gli infermi di mente non vanno quindi puniti perché non imputabili dei fatti

loro compiuti, non può, però, escludersi che la loro liberazione possa rappresentare un pericolo per la

comunità e per loro stessi. Pertanto, l’art. 46 del codice penale, al secondo comma, fa obbligo al magistrato

di valutare, anche la pericolosità dell’indiziato di reato, al fine di stabilire un equilibrio nei rapporti fra

individuo e collettività e, in tal modo, difendere pure la società da eventuali possibili nocumenti.

In questo quadro normativo le indagini in tema di imputabilità seguono una triplice direttrice. Innanzitutto,

va accertato se il Gabriele fosse infermo di mente e, come tale, avesse la coscienza e la libertà dei propri

atti, sia nel momento in cui ha commesso il fatto, che successivamente ovvero se il suo stato di mente fosse

tale da «scemare grandemente l’imputabilità». In secondo luogo, le indagini devono valutare se il predetto

Gabriele debba essere considerato socialmente pericoloso. Infine, rimane da stabilire se il periziando sia

suggestionabile e capace di ideazioni criminose eterodirette.

6) La relazione peritale del Prof. Roberto Tatarelli e quella del secondo perito Prof. Tonino

Cantelmi

Nella Camera di Consiglio del 6 giugno 2012, a seguire all’interrogatorio dell’imputato, il Promotore di

Giustizia ha richiesto, ex artt. 208, 211 e 213 c.p.p., che il signor Giudice istruttore disponga una perizia

psicologica e psichiatrica sull’imputato. I difensori di quest’ultimo si sono associati alle richieste del

sottoscritto ed hanno, a loro volta, chiesto l’autorizzazione a proporre un secondo perito (doc. n. 47). Il

giudice Istruttore, con provvedimento del 9 giugno successivo, ha nominato, quale perito d’ufficio, il Prof.

Roberto Tatarelli dell’Università La Sapienza di Roma (doc. nn. 54 e 55), che si è avvalso dell’aiuto del dott.

Paolo Roma, psicologo clinico (doc. n. 61). Quale secondo perito è stato poi nominato il Prof. Tonino

Cantelmi, della Pontificia Università Gregoriana, che si è avvalso, quale collaboratrice, della dott.ssa Martina

Aiello, psicologa e fisioterapeuta (doc. n. 71).

Ai periti sono stati posti i seguenti quesiti:

a) se il predetto Gabriele nel periodo 2011-2012, ed attualmente, era ed è in tale stato di mente da togliergli

la coscienza e la libertà dei propri atti;

b) se il predetto Gabriele sia attualmente persona socialmente pericolosa;

c) se il predetto Gabriele sia soggetto suggestionabile e capace di ideazioni criminose auto e/o eterodirette.

Le operazioni peritali sono state articolate in tre colloqui clinici. Nel terzo colloquio si è proceduto anche alla

somministrazione di reattivi mentali a cura del Dott. Roma che, nell’allegato alla relazione del Prof. Tatarelli,

ha riferito sui protocolli dei reattivi somministrati ed ha svolto un’analisi psicodiagnostica.

Il Prof. Tatarelli, sulla base degli accurati esami eseguiti, ha sostenuto che nel periziando «non si rilevano

disturbi di significato clinico sia nell’area attentiva, sia in quella mnestica, sia nell’intelligenza». Ne consegue

che – sempre secondo il Prof. Tatarelli – dall’«esame psichico non si rilevano segni e sintomi "che possano

indicare una sindrome psichiatrica maggiore"».

In particolare, dall’analisi psicodiagnostica redatta dal dott. Roma a seguito dei reattivi somministrati, è

risultato che "Il signor Gabriele si caratterizza per un’intelligenza semplice in una personalità fragile con

derive paranoide a copertura di una profonda insicurezza personale e di un bisogno irrisolto di godere della

considerazione e dell’affetto degli altri. Accanto ad elementi di sospettosità interpersonale sono presenti

condotte ossessive del pensiero e dell’azione (meticolosità, perseverazione), sentimento di colpa e senso di

grandiosità, connessi ad un desiderio di agire a favore di un personale ideale di giustizia. La necessità di

ricevere affetto può esporre il soggetto a manipolazioni da parte degli altri ritenuti suoi amici ed alleati".

Sulla base delle complessive operazioni peritali compiute, il Prof. Tatarelli perviene, quindi, alla conclusione

che il Gabriele risulta caratterizzato da «elementi marcatamente distonici della personalità. Tali elementi non

sono facilmente rilevabili all’esame psichico di routine, ma emergono con ampia evidenza nel colloquio

prolungato, libero e a contestazione, nonché, ancor più efficacemente, dal risultato dei reattivi mentali. In tal

senso si può affermare che il periziando sia affetto da un’ideazione paranoide con sfondo di persecutorietà,

per lungo tempo adeguatamente compensata nello stile di vita del sig. Gabriele».

La personalità del sig. Gabriele «si caratterizza anche per un profondo bisogno di ricevere attenzione e

affetto da parte degli altri» che lo porta ad «andare incontro ai bisogni ed alle necessità di chi si mostra con

lui accogliente, amichevole, e disponibile a dimostrargli stima e confidenza. In questo caso il Gabriele può

essere soggetto a manipolazioni da parte di coloro che mostrano gli atteggiamenti ora indicati».

«Questa condizione personologica è ulteriormente accentuata e rinforzata dalla semplicità cognitiva

riscontrata nel soggetto, confermata anche dal risultato dei reattivi somministrati».

Conseguentemente il Prof. Tatarelli ha, quindi, risposto ai quesiti che gli sono stati posti nel modo seguente:

a) La condizione personologica riscontrata non configura un disturbo di mente tale da abolire la coscienza e

la libertà dei propri atti;

b) In considerazione della pervasività della condizione personologica riscontrata si ritiene il periziando ancora

socialmente pericoloso pur se nello specifico ambito dei reati ascrittigli;

c) Tenuto conto dell’assetto personologico si considera il periziando suggestionabile e quindi in grado di

commettere azioni che possano danneggiare se stesso c/o altri.

Il secondo perito Prof. Cantelmi ha ritenuto che «gli elementi conoscitivi tratti dall’indagine clinico-testologica

…delineano un’organizzazione personologica affetta da un’identità incompleta ed instabile, da

suggestionabilità, da sentimenti di grandiosità, da alterata rigidità morale con un personale ideale di

giustizia, nonché da un pervasivo bisogno di essere apprezzato e stimato».

«Tali aspetti personologici – secondo il Prof. Cantelmi – hanno reso il periziando fortemente inadeguato ad

assolvere alle mansioni lavorative ricoperte dallo stesso in quanto nel corso di esse si è manifestata la sua

incapacità a comprendere l’effettiva natura del suo incarico fino a sviluppare sentimenti di grandiosità e

disorganizzazione ideativa», che, in definitiva, hanno abolito nel Gabriele la coscienza e la libertà delle

proprie azioni.

Il Prof. Cantelmi ha, quindi, risposto ai quesiti del Giudice Istruttore nel modo seguente:

a) La deformazione dei processi ideativi del Gabriele ha abolito la coscienza e la libertà dei propri atti;

b) Gli accertamenti peritali svolti non hanno rilevato sul Gabriele segni o sintomi che lo rendono un soggetto

socialmente pericoloso;

c) Il periziando, pur essendo apparso suggestionabile su alcune specifiche circostanze, non ha manifestato

segni, sintomi e comportamenti che lo rendono un soggetto socialmente pericoloso e dunque in grado di

commettere azioni tese a danneggiare se stesso o altri».

Quest’Ufficio deve, quindi, procedere all’esame delle due opposte conclusioni dei periti, alla luce del dato

normativo, il più volte citato art. 46 C.p.

Quanto allo «stato di infermità di mente», va, innanzitutto osservato che il secondo perito, nell’indagine

anamnestica, riferisce ulteriori, interessanti elementi attinenti alla storia personale del Gabriele, elementi

che, peraltro, sembrano costituire elementi di vita non specificatamente patogeni e, quindi, senza particolare

rilevanza del punto di vista delle «infermità di mente». Ne consegue che, su questo primo punto, non

possono che essere accolte le conclusione del perito d’ufficio in ordine all’inquadramento psicopatologico del

periziando, secondo le quali il Gabriele presenta «elementi marcatamente distonici della personalità», in

quanto affetto da un’«ideazione paranoide con sfondo di persecutorietà», nonché la precisazione che in esso

«non si rivelano disturbi di significato clinico…che possono indicare una sindrome psichiatrica maggiore».

Né va condivisa la motivazione del Prof. Cantelmi circa la «forte inadeguatezza» del periziando ad «assolvere

alle mansioni lavorative ricoperte». Ciò è contraddetto, innanzitutto, dalle risultanze del fascicolo personale

del Gabriele, acquisito agli atti (doc. n. 132 132/A), nel quale risultano autorevoli valutazioni di «lodevole

servizio», nonché «fervidi auguri per la prosecuzione del suo discreto e responsabile servizio» e nessuna

nota negativa. In secondo luogo, le testimonianze rese il 18 luglio 2012 da altri componenti della "Famiglia

Pontificia" , sono, anche esse, di segno opposto: «adempiva il suo lavoro cercando di farlo nel modo migliore

possibile», (teste O; doc. n. 135); «Lo vedevo tutti i giorni alla S. Messa e durante i pasti. L’ho visto come

una persona del tutto normale, un padre di famiglia», (teste N, doc. 137).

Passando all’esame della coscienza o della libertà dei propri atti, che potrebbero risultare abolite (art. 46) o

grandemente ridotte (art. 47), secondo il Prof. Cantelmi la deformazione dei processi ideativi del Gabriele

avrebbe del tutto abolito sia la coscienza che la libertà degli atti da lui compiuti. Anche tale conclusione non

può essere condivisa. Il Gabriele aveva piena coscienza dei propri atti ed ha deliberatamente deciso di

compiere l’azione criminosa, come è dimostrato dalle sue stesse dichiarazioni, nel secondo interrogatorio

reso il 5 giugno 2012 in ordine alla sottrazione e successiva cessione dei documenti riservati di proprietà

della Santa Sede. Egli ha, infatti, dichiarato: «anche se il possesso di tali documenti è cosa illecita [i.e. piena

coscienza del disvalore sociale dell’atto] ho ritenuto di doverlo effettuare [i.e. liberamente ho scelto di

compiere l’atto illecito], spinto da diverse ragioni». Si aggiunga che, da ultimo, il Gabriele ha chiesto perdono

al Santo Padre, ribadendo così, implicitamente la coscienza e volontà di aver compiuto l’atto criminoso.

Né può dirsi che la «deformazione dei processi ideativi» richiamata dal secondo perito potrebbe, comunque,

aprire la strada alla diminuzione di pena ex art. 47 c.p., perché tale norma richiede che lo stato di mente sia

tale da «scemare grandemente l’imputabilità», mentre nella specie, come si è visto, l’ideazione paranoide

non costituisce nemmeno una sindrome psichiatrica maggiore e non si vede, comunque, come la

«deformazione dei processi ideativi» possa determinare una «grande» riduzione dell’imputabilità.

Anche su questo punto, l’Ufficio del Promotore di Giustizia non può non aderire alle conclusioni del Prof.

Tatarelli, pur completandole nel senso che la condizione personologica riscontrata non figura un disturbo di

mente tale da abolire o diminuire grandemente la coscienza e la libertà di tali atti.

Il Prof. Cantelmi sostiene, poi, che gli accertamenti peritali non hanno rilevato sul Gabriele segni e sintomi

che lo rendono un soggetto socialmente pericoloso.

Dall’istruttoria risulta, invece, che il Gabriele si considerava – e si considera tuttora – una sorta di inviato

della Provvidenza, che gli avrebbe affidato, nel luogo in cui si assumono le più alte decisioni, il ruolo di

«infiltrato» dello Spirito Santo, «per riportare la Chiesa nel suo giusto binario», così come ha dichiarato egli

stesso nel già citato interrogatorio del 5 giugno (doc. n. 46). Il suo pensiero appare fortemente critico su

alcune vicende ed alcuni personaggi che sarebbero autori di raggiri e sopraffazioni. In considerazione della

pervasità della condizione personologica del Gabriele permane, pertanto, la sua pericolosità, cioè, la

possibilità che l’imputato compia di nuovo reati.

È noto che la pericolosità può essere «generica, nel senso cioè che può riguardare qualunque forma di reato,

o specifica, in quanto l’imputato rileva una capacità a delinquere limitata ad una sola e particolare forma di

reato»; può essere inoltre «una particolarità assoluta, nel senso che la sua attività criminosa si sviluppa sotto

l’influenza di stimoli criminogeni di qualsiasi genere ed in ogni tempo e luogo; o una pericolosità relativa in

quanto è portato a delinquere solo sotto l’influenza di particolari stimoli criminogeni e soltanto in alcuni

luoghi e in alcuni periodi di tempo» (cfr. DI TULLIO, Principi di criminologia clinica, Roma 1954, p. 399).

Il Prof. Tatarelli sostiene che ci troviamo in presenza di una forma di pericolosità specifica, in quanto

considera il Gabriele ancora pericoloso, «pur se nello specifico ambito dei reati ascrittigli». Questo Ufficio

condivide tale giudizio prognostico, ma aggiunge che si tratta anche di una pericolosità relativa, in quanto

legata ad alcuni luoghi, in cui si valutano ed assumono decisioni di portata generale.

Il Prof. Cantelmi sostiene, infine, che il Gabriele pur essendo apparso suggestionabile su alcune specifiche

circostanze, non ha manifestato segni, sintomi, e comportamenti che lo rendono un soggetto socialmente

pericoloso e dunque in grado di commettere azioni tese a danneggiare se stesso o altri. Questo Ufficio rileva

che il nesso tra suggestionabilità e pericolosità è unidirezionale. È vero che, in quanto suggestionabile, il

Gabriele potrebbe essere indotto da altri a mettere in essere comportamenti socialmente pericolosi. Non è

vero il contrario: l’imputato pericoloso non è sempre suggestionabile. Nelle specie, esistono – come si è visto

– già inequivoci elementi che portano a ritenere il Gabriele, di per sé, caratterizzato da una pericolosità

sociale specifica e relativa. A questo si aggiunga la sua suggestionabilità (ammessa dallo stesso perito di

parte) e, quindi, la probabilità di ulteriori forme di pericolosità, indotte da altri.

La verità è che, indipendentemente dalla pericolosità sociale, il Gabriele, per l’organizzazione stessa della sua

personalità, ha, come evidenziato dal Prof. Tatarelli, «un profondo bisogno di ricevere attenzione e affetto

da parte degli altri» ed è, pertanto, esposto – come è stato comprovato dai reattivi mentali – a eventuali

«manipolazioni da parte degli altri suoi amici ed alleati».

Ne consegue che – ad avviso di questo Ufficio – il Gabriele va considerato soggetto suggestionabile e, come

tale, in grado di commettere anche azioni eterodirette che possono danneggiare se stesso e/o altri.

7. La responsabilità del Gabriele

Una volta ritenuta l’imputabilità del Gabriele, in questa sede rimane da valutare l’esistenza dei fatti e dei

reati, nonché la responsabilità dell’imputato. Valutazione non per decidere. La dimostrazione che il fatto o il

reato, esista, o non, o che l’imputato sia, o non, responsabile è compito del Tribunale. In sede di istruttoria

ci si deve limitare a verificare se - sulla base delle prove e delle difese raccolte – l’imputato debba essere

sottoposto al giudizio pubblico del Tribunale (MORTARA ALOISI, Spiegazione pratica del codice di procedura

penale, Vol. I, Torino 1917, pp. 542 e 543).

A questi fini vanno esaminati due ordini di fatti che costituiscono ipotesi di reato: i documenti e gli altri

oggetti di proprietà della Santa Sede:

a) Quanto ai documenti, come si è riferito (v. retro, sub 4), negli interrogatori del 5 e 6 giugno 2012 (doc.

46 e 47), il Gabriele ha confessato di essersi impossessato di documenti di proprietà della Santa Sede, di

averli fotocopiati e di averne, poi, disposto, consegnandone copia al giornalista Gianluigi Nuzzi ed altra copia

a B. Il primo, ebbe a pubblicare alcuni dei documenti ricevuti, il secondo ha dichiarato di averli tutti bruciati.

A differenza dei sistemi processuali del passato nei quali veniva considerata la «regina delle prove», aveva,

pertanto, un valore probatorio assoluto ed era spesso sfociata negli odiosi metodi dell’inquisizione, la

confessione nel codice di procedura penale vigente nel Vaticano non assume alcuna forza decisiva, come,

invece, nel giudizio civile (art. 91, § 2, Cod. proc. civ.). Nella relazione al c.p.p. è scritto, infatti, «la stessa

confessione può facilitare la ricerca (della prova), ma per se medesima non la esaurisce» (pag. 85). La

confessione nel giudizio penale si converte, pertanto, in un indirizzo che, come tale, deve essere certo,

esplicito e spontaneo (MANZINI, Trattato di diritto processuale penale italiano, 2° ed., vol III, Torino 1924,

pp. 344 segg.).

Nel caso in esame, la confessione è certa: l’imputato, sorpreso in flagranza di reato nella perquisizione

domiciliare, ha pienamente confessato al Giudice Istruttore competente a riceverla. La confessione è

esplicita: il Gabriele ha reso una dichiarazione nella quale, pur ritenendo l’impossessamento, e la successiva

divulgazione dei documenti de quibus, illecita, ha specificato la volontà ed i motivi per cui ha commesso il

reato. La confessione è spontanea: il Giudice Istruttore si è limitato a chiedere all’imputato «se possa

spiegare il possesso presso la sua abitazione di documenti di proprietà della Santa Sede» (interrogatorio del

5 giugno 2012, doc. 46). Non vi è stata, pertanto, posta alcuna domanda suggestiva o capziosa ed il

Gabriele ha spontaneamente confessato il fatto costituente reato.

Una volta stabilito che la confessione, nella specie, è certa, esplicita e spontanea, occorre, infine, accertare

la sua credibilità oggettiva e soggettiva (MANZINI, Trattato di diritto processuale penale, vol. III, op. cit., p.

347).

Quanto alla credibilità oggettiva, la giurisprudenza che si era formata sul codice vigente in questo Stato

aveva già chiarito che «la confessione di reità implica ammissione non solo dal fatto materiale, ma anche

della colpevolezza, così che non può il giudice ritenere colpevole l’imputato sulla sola confessione del fatto

materiale» (Cassazione italiana 11 settembre 1918, in "La procedura penale" 1919, p. 64). Nel caso in

esame il Gabriele non ha confessato soltanto il fatto materiale di essersi impossessato di documenti altrui.

Egli era pienamente consapevole della sua colpevolezza («anche se il possesso di tali documenti è cosa

illecita, ho ritenuto di doverlo effettuare», dichiarazione del 5 giugno, doc. 46). La sua confessione è, poi, in

coerenza e concordanza con gli altri elementi di prova (le risultanze della perquisizione ed il volume Sua

Santità acquisito agli atti). Ne consegue che non sussiste dubbio alcuno sulla credibilità oggettiva della

confessione, dell’imputato. Quanto alla credibilità soggettiva il Gabriele, negli interrogatori, del 5 e 6 giugno

(doc. 46 e 47), ha esplicitato anche i moventi e lo scopo della confessione e – come accertato dalla perizia

del Prof. Tatarelli – ha piena consapevolezza e libertà dei propri atti. Non può, pertanto, essere messo in

discussione il suo animus confitendi e quindi neppure la credibilità soggettiva della sua confessione.

b) Quanto alle altre cose trafugate di proprietà della Santa Sede, il Giudice Istruttore, all’udienza del 21

luglio 2012 (doc. 142), ha contestato all’imputato di essersi impossessato di un assegno bancario di

100.000,00 euro intestato a Sua Santità; una pepita presunta d’oro ed una cinquecentina dell’Eneide tradotta

da Annibal Caro, oggetti reperiti nel corso della citata perquisizione domiciliare a carico del Gabriele.

Questi, alla contestazione, si è limitato a dichiarare «nella degenerazione del mio disordine è potuto capitare

anche questo». Poi ha cercato di giustificarsi dicendo che era stato autorizzato a far vedere la cinquecentina

al professore di suo figlio, che aveva iniziato lo studio dell’Eneide e che, quindi, gli oggetti erano rimasti nella

sua casa, «in attesa di essere restituiti». La giustificazione appare poco credibile, sia perché non riguarda

l’assegno e la pepita, sia perché l’assegno reca la data del 26 marzo 2012 e la perquisizione è avvenuta il 24

maggio 2012.

A parte la sostanziale ammissione dell’imputato, la prova della responsabilità del Gabriele è nell’osservazione

giudiziale immediata (MANZINI, op. cit., vol. III, pp. 160 ss.) dei risultati della perquisizione, avvenuta in

forma ufficiale e nel modo prescritto dalla legge, risultati, per se stessi, comprovanti fatti costituenti reato,

per il luogo nel quale si trovavano e per la loro connessione con i documenti trafugati.

A giudizio di questo Ufficio l’imputato è, pertanto, responsabile del reato di furto per essersi «impossessato

di cose mobili» della Santa Sede senza il consenso della stessa (art. 402 C.p.).

Si tratta, però, di un furto caratterizzato da due autonome specifiche circostanze aggravanti. Innanzitutto,

esso è stato commesso in «uffici, archivi e stabilimenti pubblici, sopra cose in essi custodite» (art. 403 n. 1

C.p.) e la giurisprudenza ha chiarito che, in questo caso, le «ragione dell’aggravante» è la «maggiore

malvagità congiunta alla maggiore facilità che la natura stessa del luogo offre per la perpetrazione del furto»

(Cassazione Unica italiana 20 luglio 1894, in "Riv. Pen." XL, p. 398, n. 1898). In secondo luogo, il furto è

stato «commesso con abuso della fiducia derivante da scambievoli relazioni d’ufficio» (art. 404, n. 1) e la

giurisprudenza ha precisato che è il fondamento giuridico di questa seconda aggravante è, invece, la tutela

dei rapporti di fiducia, per cui «la parola ufficio usata dall’art. 404, n. 1, non può avere altro significato che di

relazioni inducenti fiducia» (Cassazione Unica italiana 14 giugno 1893 in "Corte Suprema" 1893, p. 472.

Il Promotore di Giustizia, pertanto, ritiene che, allo stato delle prove, Paolo Gabriele vada, pertanto, rinviato

a giudizio per furto aggravato.

8) Fatti costituenti reato contestati allo Sciarpelletti Claudio e sua responsabilità

Come riferito al § 1 di questa requisitoria, il 25 maggio 2012, debitamente autorizzata, veniva eseguita una

perquisizione nei locali della Segreteria di Stato e delle relative pertinenze in uso allo Sciarpelletti (Prot. n.

19/12 Reg. Gen. Pen.). All’interno del cassetto della scrivania lasciato aperto veniva reperita una busta

recante, sulla parte dell’intestazione, "Personale P. Gabriele" e, sul retro, timbro a secco della Segreteria di

Stato Ufficio Informazioni e Documentazioni. All’interno si trovava diverso materiale di interesse per le

indagini in corso ed, in particolare, una relazione dal titolo "Napoleone in Vaticano" , riprodotta dal Nuzzi nel

Volume Sua Santità (doc. 1, all. 2/A del fascicolo n. 19/12).

La Polizia Giudiziaria, ritiene che lo Sciarpelletti aveva tenuto un comportamento contraddittorio e reticente,

alle ore 19 del 25 maggio, procedeva al suo arresto, denunciandolo all’Autorità Giudiziaria per i reati di falsa

testimonianza (art. 214 C.p.), concorso reale nel reato di furto aggravato di documenti della Santa Sede (art.

63 e 402 C.p.), favoreggiamento (art. 225 c.p.) e violazione di segreti (art. 159 C.p.).

Il Promotore di Giustizia, la mattina del 26 maggio, procedeva, quindi, all’interrogatorio dell’imputato,

assistito dal suo difensore di fiducia, Avv. Gianluca Benedetti, e gli concedeva la libertà provvisoria, previa

cauzione e con l’obbligo di osservare talune prescrizioni. Il 16 giugno successivo, il sottoscritto, ritenuto che i

fatti contestati allo Sciarpelletti sono connessi al procedimento a carico del Gabriele, trasmetteva gli atti al

signor Giudice Istruttore per il prosieguo delle indagini con le modalità dell’istruzione formale.

Il Giudice Istruttore, nell’interrogatorio del 28 giugno (doc. 94), ha provveduto a contestare allo Sciarpelletti i

reati di concorso nel reato di furto aggravato (artt. 63 e 402 ss. C.p.), di favoreggiamento (art. 225 C.p.) e di

violazione di segreti (art. 159 C.p.).

Il sottoscritto Promotore di Giustizia, con la richiesta di chiusura parziale della procedura, osservava che lo

Sciarpelletti effettivamente ha tenuto un comportamento ondivago e contraddittorio. La mattina del 25

maggio lo Sciarpelletti ha dichiarato alla Polizia Giudiziaria di non avere «una particolare amicizia» con il

Gabriele «ma solo un buon rapporto di lavoro» (all. 1/1 sempre del proc. 19/12 Reg. Gen. Pen.). Durante la

perquisizione è stato lui ad indicare agli inquirenti il cassetto della sua scrivania nel quale è stata reperita la

busta contenente i documenti di particolare interesse per le indagini in corso (doc. 94 e deposizione dei testi

D, doc. n. 109 e L, doc. 134). La sera dello stesso giorno, dopo l’arresto, l’imputato ha dichiarato

spontaneamente alla Polizia Giudiziaria che era stato Gabriele a consegnargli tutto il materiale contenuto

nella busta «affinché io gli esprimessi un parere…Era mia intenzione aprirla e leggerla, ma non l’ho mai fatto

perché la cosa non mi interessava più di tanto e a distanza di tempo, me ne sono dimenticato (all. 1/4 del

procedimento n. 19/12».

Il 26 mattina, interrogato dal sottoscritto Promotore di Giustizia, lo Sciarpelletti ha invece dichiarato che «la

busta…non mi è stata consegnata dal Sig. Paolo Gabriele e la parola scritta "Personale P. Gabriele" è stata

da me apposta…Questa busta…mi fu consegnata da W affinché io la conservassi e la consegnassi a Paolo

Gabriele. La busta mi è stata consegnata circa due anni fa ed è rimasta sempre chiusa e nella mia scrivania.

Francamente io me ne ero dimenticato in quanto nessuno me l’aveva chiesta» (doc. 2 sempre del proc. n.

19/12).

Il 29 maggio 2012 lo Sciarpelletti ha peraltro, spontaneamente dichiarato alla Polizia Giudiziaria «mi ricordo

di aver ricevuto una busta con appositi timbri…da W…per consegnarla al Sig. Gabriele e dove ho scritto in

calce "Personale P. Gabriele" . Mi ricordo, solo ora, di aver ricevuto una busta simile, sempre chiusa, con

apposti alcuni timbri…, di cui ignoro il contenuto, da parte di X», aggiungendo «per il mio lavoro…capita di

portare corrispondenza per l’aiutante di camera e per i segretari del Santo Padre» (doc. 4, all. n. 1, sempre

del proc. n. 19/12).

Il 28 giugno, interrogato dal giudice Istruttore (doc. 94), l’imputato ha precisato i rapporti che intratteneva

col Gabriele «anche fuori dal lavoro» e che, a volte, coinvolgevano le rispettive famiglie. Egli era a

conoscenza anche della «vita e (dell’)infanzia dolorosa di Paolo Gabriele» Quanto alla busta rinvenuta nel

suo cassetto, Sciarpelletti ha dichiarato «presumo, ma non ne sono assolutamente certo,…che si trattò della

busta affidatami da W per Paolo Gabriele»; «vicenda diversa» era, invece, quella della busta affidatagli da X

a dicembre 2011 o a gennaio 2012.

Il Gabriele nell’interrogatorio del 21 luglio (doc. 142) ha, a sua volta, precisato di aver con lo Sciarpelletti

«un rapporto di amicizia…ci incontravamo anche fuori e con le famiglie, anche a casa dello Sciarpelletti» ed

ha dichiarato di essere stato lui a dare la busta con i documenti allo Sciarpelletti «perché mi desse il suo

parere su quei documenti» e non perché fossero consegnati ad altra persona, aggiungendo, altresì, «lo

Sciarpelletti non mi ha dato mai nulla».

Ad avviso del sottoscritto Promotore di Giustizia, nel caso in esame, non risultano prove sufficienti a stabilire

che l’imputato abbia concorso nel reato di furto aggravato (art. 403, n. 1 e 404, n. 1 C.p.) e manca del tutto

la prova che lo stesso abbia commesso il reato di violazione ai segreti di cui all’art. 159 C.p. Questo ufficio

chiede, pertanto, alla S.V. ill.ma di voler emanare, ex art. 274, co. 2, c.p.p., sentenza istruttoria di non

doversi procedere nei confronti di Sciarpelletti Claudio per i reati di cui sopra. La sentenza di assoluzione

anche per difetto o insufficienza di prove è riservata, infatti, al collegio ex art. 421, co. 2, C.p.p., Differenza

di formule che si riannodano alle «diversità delle due sentenze», quanto alle rispettive funzioni (MORTARA

ALOISI, Spiegazione pratica del C.p.p., op.cit., vol. I p. 542 e 557 ss.; vol. II, pp. 160 -161).

Claudio Sciarpelletti, va, invece, rinviato a giudizio per il reato di favoreggiamento.

L’art. 225 del Codice penale vigente sanziona, in effetti, colui che, non avendo preso parte al reato

antecedente e non avendo contribuito a portarlo a conseguenze ulteriori, tiene, comunque, uno dei due

seguenti comportamenti:

a) «aiuta taluno ad assicurarne il profitto»;

b) aiuta taluno «a eludere le investigazioni dell’autorità ovvero a sottrarsi alle ricerche della medesima o

all’esecuzione della condanna» o ancora «sopprime o in qualsiasi modo disperde o altera le tracce o gli indizi

di un delitto».

Nelle due fattispecie diverso è l’oggetto della tutela giuridica. Nel primo caso, è tutelato principalmente

l’interesse generale ad impedire che sia prestato ai delinquenti una forma di collaborazione destinata a far

diventare definitivi i vantaggi da essi illegittimamente conseguiti. Nella seconda fattispecie, l’ordinamento

tutela, invece, le investigazioni dell’autorità e le ricerche della Polizia Giudiziaria e, quindi, l’interesse

dell’Amministrazione della Giustizia al regolare svolgimento del processo penale, perché i fatti che lo

integrano tendono a fuorviare o ad articolare l’attività di accertamento e repressione dei reati.

Nel vigente diritto italiano queste due specie di favoreggiamento sono state successivamente separate,

facendone due distinti tipi di reato, qualificati, il primo, «favoreggiamento reale» (art. 379 Cod. pen. ital.

Vigente) e il secondo «favoreggiamento personale» (art. 378). Cfr. per tutti, ANTOLISEI, Manuale di diritto

penale, 16^ ed. (parte speciale II, Milano 1992 pp. 479 ss. E, in particolare, GELARDI, L’oggetto giuridico

del favoreggiamento come dover essere del processo, Padova 1993, con ampi riferimenti alla dottrina

italiana e tedesca, che lo viene ormai configurando come reato offensivo dell’interesse dell’Amministrazione

della Giustizia al regolare svolgimento del processo penale).

Tornando all’art. 225 del codice vaticano, non par dubbio che le differenti, contraddittorie dichiarazioni rese

dallo Sciarpelletti integrano la fattispecie prevista dalla norma, sopra descritta sub b, in questo hanno inciso

negativamente sull’attività istruttoria, eludendo le investigazioni dell’autorità e recando intralcio, in

particolare, alle indagini della Polizia Giudiziaria ed alle relative ricerche.

9) Richieste del Promotore di Giustizia

Tutto ciò premesso e considerato, il Promotore di Giustizia

c h i e d e

che l’Ill.mo Signor Giudice Istruttore voglia:

1) dichiarare, ai sensi dell’art. 266 C.p.p., la parziale chiusura dell’istruttoria formale;

2) disporre, ai sensi degli artt. 237 e ss., il sequestro e la modalità di custodia dei documenti rintracciati nel

corso delle perquisizioni di cui in narrativa;

3) emanare, ai sensi degli artt. 273 e ss. C.p.p. sentenza con la quale:

a) rinviare a giudizio avanti al Tribunale l’imputato Paolo Gabriele per rispondere del reato di furto aggravato

(artt. 402, 403 n. 1 e 404 n. 1 C.p.);

b) non doversi procedere nei confronti dell’imputato Sciarpelletti Caludio per insufficienza di prove o per

mancanza di prove in ordine ai reati di concorso in furto aggravato ( artt. 63, 402, 403 n. 1 e 404 n. 1 C. p.)

e di violazione di segreti (art. 159 C.p.):

c) rinviare a giudizio Sciarpelletti Claudio per rispondere del reato di favoreggiamento (art.225 C.p.).

Città del Vaticano, 4 agosto 2012

IL PROMOTORE DI GIUSTIZIA

(Prof. Avv. Nicola Picardi)

[01053-01.01] [Testo originale: Italiano]

· SENTENZA DI RINVIO A GIUDIZIO PRONUNCIATA DAL GIUDICE ISTRUTTORE

IL GIUDICE ISTRUTTORE

presso il Tribunale dello Stato della Città del Vaticano

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel procedimento prot. N. 8/12 Reg. Gen. Pen.

a carico

1) – di Paolo Gabriele, nato a Roma il 19 agosto 1966, cittadino vaticano, residente nello Stato della Città del

Vaticano, Aiutante di Camera di Sua Santità

imputato

del reato di furto aggravato, ai sensi degli art. 402, 403, 1° e 404, 1° c. p., difeso in giudizio dagli avv. Carlo

Fusco e Cristiana Arru;

2) – di Claudio Sciarpelletti, nato a Roma il 29 Luglio 1964, cittadino italiano, dipendente della Segreteria di

Stato

imputato

dei reati di concorso nel reato di furto aggravato, ai sensi degli art. 63, 402, 403, 1°, 404, 1° c.p.; di

favoreggiamento, ai sensi dell’art. 225 c. p. e di violazione di segreto, ai sensi dell’art. 159 c. p., difeso in

giudizio dall’avv. Gianluca Benedetti

SVOLGIMENTO DELLA PROCEDURA ISTRUTTORIA

1. Con un rapporto del 3. II. 2012, depositato in Cancelleria il 6. II del medesimo anno [doc. 1 del fascicolo

d’ufficio], il Direttore dei Servizi di Sicurezza e Protezione Civile riferiva al Promotore di giustizia notizie

diffuse in Italia da una emittente televisiva [La7, in una trasmissione "Gli Intoccabili"] e da organi di stampa

riguardanti la pubblicazione di documenti riservati attinenti vicende relative ad organismi e personalità –

oltre che della Chiesa cattolica – dello Stato della Città del Vaticano. Poiché questi fatti potevano configurare

gravi ipotesi criminose, il medesimo Direttore presentava denuncia «contro ignoti per la commissione di

delitti contro lo Stato e i poteri dello stesso, calunnia e diffamazione». L’Ufficio del Promotore di giustizia

provvedeva a dar corso immediato alle indagini, che si presentavano difficili e complesse, tramite la Polizia

giudiziaria.

Il Sommo Pontefice Benedetto XVI costituiva, il 31. III. 2012, una Commissione cardinalizia con la funzione

di svolgere, in via amministrativa, un’ "indagine autorevole sulla fuga di notizie e la divulgazione di

documenti coperti dal segreto d’ufficio".

Il 20. V. 2012 veniva presentato in Italia il libro di Gianluigi Nuzzi dal titolo "Sua Santità. Le carte segrete di

Benedetto XVI". Con rapporto depositato in Cancelleria il 23. V. 2012 [doc. 6 del fascicolo d’ufficio], il

Direttore dei Servizi di Sicurezza e Protezione Civile, in base a taluni gravi elementi indiziari, sollevava

motivati sospetti nei riguardi del sig. Paolo Gabriele, Aiutante di Camera di Sua Santità, quale responsabile di

furto aggravato della documentazione riservata trasmessa al giornalista Gianluigi Nuzzi, richiedendo allo

stesso Promotore di giustizia l’autorizzazione a procedere ad una perquisizione del domicilio e dell’ufficio del

sig. Paolo Gabriele. Il Promotore di giustizia, con provvedimento posto in calce alla richiesta, autorizzava la

Polizia giudiziaria ad effettuare la perquisizione richiesta e delegava la stessa Polizia giudiziaria a procedere

anche all’analisi forense delle apparecchiature informatiche, cine-fotografiche, e dei telefoni fissi e cellulari in

possesso del medesimo sig. Paolo Gabriele.

Il Direttore del Servizi di Sicurezza e Protezione Civile, con un suo rapporto depositato in Cancelleria il 23. V.

2012 [doc. 8 del fascicolo d’ufficio], informava l’Ufficio del Promotore di giustizia che, nella perquisizione

eseguita a carico del sig. Paolo Gabriele, era stata rinvenuta una gran massa di documenti di proprietà e di

stretto interesse della Santa Sede e dello Stato, taluni dei quali, già ad un primo esame, risultavano

pubblicati nel libro di Gianluigi Nuzzi. Su autorizzazione del Promotore di giustizia si procedeva all’arresto del

sig. Paolo Gabriele [verbale d’arresto allegato al medesimo rapporto], convalidato con provvedimento dello

stesso Promotore di giustizia del 23. V. 2012, posto in calce allo stesso rapporto; con il medesimo

provvedimento il Promotore di Giustizia autorizzava altresì la stessa Polizia giudiziaria ad effettuare un’analisi

preliminare della documentazione sequestrata.

Con successivo rapporto, depositato in Cancelleria il 24. V. 2012 [doc. 10 del fascicolo d’ufficio], il Direttore

dei Servizi di Sicurezza e Protezione Civile segnalava che un documento pubblicato nel libro del Nuzzi

avrebbe potuto essere stato trasmesso allo stesso giornalista dal sig. E, richiedendo l’autorizzazione –

concessa con provvedimento in pari data, posto in calce al rapporto stesso – a procedere alla perquisizione

personale degli ambienti in uso al medesimo sig. E.

Il Promotore di giustizia, con provvedimento del 24. V. 2012 [doc. 14 del fascicolo d’ufficio], richiedeva, a

norma degli art. 187 e seg. c.p.p., l’apertura dell’istruttoria formale, così che le indagini sono state poi

proseguite sotto la direzione del Giudice istruttore. Il Giudice istruttore, il 24. V. 2012, procedeva

all’interrogatorio del sig. Paolo Gabriele [doc. 15 del fascicolo d’ufficio], che nominava come propri Patroni di

fiducia gli avv. Carlo Fusco e Cristiana Arru, entrambi presenti all’udienza. Nel corso dello stesso

interrogatorio il Giudice istruttore contestava al sig. Paolo Gabriele il reato di furto aggravato, di cui agli art.

402 e seg. c.p. e la flagranza, ai sensi dell’art. 168 c.p.p. Lo stesso Giudice istruttore, con provvedimento del

24. V. 2012 [doc. 17 del fascicolo d’ufficio], convalidava l’arresto del sig. Paolo Gabriele, autorizzava i legali,

su loro istanza, ad un colloquio con l’imputato e delegava la Polizia giudiziaria ad esperire ogni indagine

necessaria od utile sulla documentazione sequestrata al sig. Paolo Gabriele.

Con rapporto del 24. V. 2012 [doc. 9 del fascicolo d’ufficio], il Direttore dei Servizi di Sicurezza e Protezione

Civile segnalava al Promotore di Giustizia che la Polizia giudiziaria era a conoscenza di contatti del sig. Paolo

Gabriele con il sig. Claudio Sciarpelletti, richiedendo pertanto l’autorizzazione – che veniva concessa con

provvedimento in pari data, posto in calce al medesimo rapporto – ad effettuare una perquisizione nei locali

dove quest’ultimo lavorava e delle relative pertinenze. La perquisizione dava esito positivo, portando al

sequestro di alcuni documenti [doc. 1, all. 2 e 3 del fascicolo prot. N. 19/12 Reg. Gen. Pen]. In data 25. V.

2012 contestatigli dalla Polizia giudiziaria i reati di falsa testimonianza, concorso reale nel reato di furto

aggravato di documenti e di favoreggiamento nel medesimo reato, nonché di violazione del segreto, il sig.

Claudio Sciarpelletti veniva posto in stato di arresto [doc. 1, all. 4 del fascicolo prot. N. 19/12 Reg. Gen.

Pen.]. Il 26. V. 2012 [doc. 2 del fascicolo prot. N. 19/12], il Promotore di giustizia il 26. V. 2012 interrogava

il sig. Claudio Sciarpelletti, che nominava suo Patrono di fiducia l’avv. Gianluca Benedetti, che era presente

alla deposizione [doc. 2 del fascicolo prot. N. 19/12 Reg. Gen. Pen.]. Lo stesso Promotore di giustizia, con

ordinanza del 26. V. 2012 [doc. 3 del fascicolo prot. N. 19/12 Reg. Gen. Pen.], poneva lo stesso sig. Claudio

Sciarpelletti in libertà provvisoria, previa cauzione, con l’obbligo di osservare alcune prescrizioni. Con

provvedimento del 6. VI. 2012 [doc. 5 del fascicolo prot. N. 19/12 Reg. Gen. Pen.], il Promotore di giustizia

disponeva – per connessione – la riunione del procedimento a carico del sig. Claudio Sciarpelletti [prot. N.

19/12 Reg. Gen. Pen.] con quello a carico del sig. Paolo Gabriele [prot. N. 8/12 Reg. Gen. Pen.] con la

conseguente trasmissione degli atti al Giudice istruttore [doc. 48 del fascicolo d’ufficio].

Il 26. V. 2012 i legali di fiducia dell’imputato Paolo Gabriele impugnavano il decreto del Giudice istruttore del

24. V. 2012 [doc. 24 del fascicolo d’ufficio], chiedendo l’annullamento del decreto con la conseguente libertà

dell’imputato all’interno dello Stato o, in subordine, la libertà condizionata nella propria abitazione o in

qualsiasi luogo diverso dal carcere ritenuto idoneo, non sussistendo pericolo sia di inquinamento probatorio

che di fuga. Il Giudice istruttore, con suo decreto del 28. V. 2012 [doc. 25 del fascicolo d’ufficio] si riservava

di decidere sulla impugnazione presentata dalla difesa dell’imputato, ritenendo esistenti, allo stato, esigenze

istruttorie che richiedevano la permanenza dell’imputato stesso in stato di arresto in carcere.

L’imputato Paolo Gabriele veniva successivamente ancora interrogato il 5 [doc. 46 del fascicolo d’ufficio] e il

6 [doc. 47 del fascicolo d’ufficio] VI. 2012 ed ancora il 21. VII dello stesso anno [doc. 142 del fascicolo

d’ufficio].

Il 28. VI. 2012 veniva interrogato il signor Claudio Sciarpelletti [doc. 94 del fascicolo d’ufficio] che

confermava come Patrono di fiducia l’avv. Gianluca Benedetti, presente all’udienza; nel corso del medesimo

interrogatorio allo stesso signor Claudio Sciarpelletti venivano contestati i reati di concorso, a norma dell’art.

63 c.p. e di favoreggiamento, ai sensi dell’art. 225 c.p., nel reato di furto aggravato di cui all’art. 402 e seg.

del quale è imputato il sig. Paolo Gabriele, nonché del reato di violazione del segreto, ai sensi dell’art. 159

c.p. Il 2. VII. 2012 [doc. 99 del fascicolo d’ufficio] il Promotore di giustizia chiedeva al Giudice istruttore, per

l’imputato sig. Claudio Sciarpelletti, la revoca degli obblighi collegati alla concessione della libertà provvisoria;

il Giudice istruttore, con provvedimento del 6. VII. 2012 [doc. 107 del fascicolo d’ufficio] accoglieva la

richiesta del Promotore di giustizia, revocando gli obblighi che erano stati disposti all’atto della concessione

della libertà provvisoria.

Infine in data 4. VIII. 2012 il Promotore di giustizia depositava in Cancelleria la sua requisitoria [doc. 159 del

fascicolo d’ufficio].

2. Durante il periodo nel quale l’imputato Paolo Gabriele è rimasto in carcere in stato di arresto sono stati

adottati dall’Ufficio del Giudice istruttore numerosi provvedimenti riguardanti la sua condizione [per

un’appropriata vita carceraria (28, V., 15 e 30 VI. 2012, rispettivamente doc. 27, 68 e 97 del fascicolo

d’ufficio); per una conveniente assistenza medica (29. V. 2012, doc. 31 del fascicolo d’ufficio); per

un’adeguata assistenza spirituale (26. V, 31. V, 14. VII. 2012, rispettivamente doc. 23, 32 e 126 del fascicolo

d’ufficio); per un idoneo sostegno sia legale (istanze dei legali di fiducia del 24. V. 2012 – doc. 18 del

fascicolo d’ufficio – autorizzata il 25. V. 2012 – doc. 20 del fascicolo d’ufficio – ed ancora istanze dei legali,

con autorizzazione in calce, del 29. V, 1. VI, 4. VI, 8. VI, 15. VI, 22. VI, 23. VI, 27. VI, 2. VII, 7. VII, 10. VII,

17. VII, 24. VII, rispettivamente doc. 30, 37, 41, 51, 70, 83, 86, 90, 101, 107, 116, 131, 147 del fascicolo

d’ufficio) che familiare (istanze della moglie, per visitare quasi sempre con i due figli maggiori il marito o di

partecipare con lui alle Messe festive, del 25. V. 2012 – doc. 21 del fascicolo d’ufficio – autorizzata in pari

data – doc. 21 del fascicolo d’ufficio – ed ancora istanze, con autorizzazione in calce del 29. V, 1. VI, 2. VI,

5. VI, 8. VI, 14. VI, 20. VI, 25. VI, 27. VI, 30. VI, 5.VII, 10. VII, 13. VII, 16. VII, 18. VII, rispettivamente

doc. 29, 38, 40, 43, 50, 63, 81, 87, 89, 98, 105, 117, 122, 130, 139 del fascicolo d’ufficio; istanza di visita da

parte del padre insieme alla moglie del 15. VI. 2012 con autorizzazione in calce, doc. 64 del fascicolo

d’ufficio)] e sono state effettuate molteplici e complesse attività investigative.

Le indagini, che non hanno ancora portato piena luce su tutte le articolate e intricate vicende che

costituiscono l’oggetto complesso di questa istruzione, si sono dispiegate in varie direzioni. Sono state

ascoltate varie persone in qualità di testimoni [il 23. VI. 2012 il teste A; il 28. VI. 2012 i testi C e B; il 7. VII.

2012 i testimoni D, E, F, G; il 14. VII, 2012 la Teste H; il 17. VII. 2012 i testi I ed L; il giorno 18. VII. 2012

oltre ai testimoni O, N, M, è stato sentito come testimone anche Mons.Georg Gänswein, rispettivamente doc.

85, 92, 93, 109, 110, 111, 112, 126, 133, 134, 135, , 137, 138 e 136 del fascicolo d’ufficio].

Su istanza del Promotore di giustizia, avanzata durante l’interrogatorio dell’imputato Paolo Gabriele del 6. VI.

2012, alla quale si sono associati anche i legali di fiducia dell’imputato [doc. 47 del fascicolo d’ufficio], il

Giudice istruttore, con decreto del 9. VI. 2012 [doc. 54 del fascicolo d’ufficio] ha accolto la richiesta di

disporre una perizia d’ufficio di carattere psicologico e psichiatrico, nominando quale Perito d’ufficio il Prof.

Dr. Roberto Tatarelli, professore Senior della Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università "La Sapienza" di

Roma.

Il Perito d’ufficio – che prestava giuramento [doc. 55 del fascicolo d’ufficio] lo stesso 9. VI. 2012 e che si

impegnava a iniziare le operazioni peritali il successivo 18. VI. 2012 e a concluderle il 7. VII del medesimo

anno – era chiamato a rispondere ai seguenti quesiti: «a) Se il predetto Gabriele [l’imputato Paolo Gabriele]

nel periodo 2011-2012, ed attualmente, era ed è in tale stato di mente da togliergli la coscienza e la libertà

dei propri atti; b) se il predetto Gabriele sia attualmente persona socialmente pericolosa; c) se il predetto

Gabriele sia soggetto suggestionabile capace di ideazioni criminose e/o eterodirette». Lo stesso Perito

d’ufficio, con nota del 16. VI. 2012 [doc. 61 del fascicolo d’ufficio], della quale il giudice istruttore prendeva

atto, comunicava di volersi avvalere come collaboratore dello psicologo clinico Prof. Dr. Paolo Roma, docente

all’Università "La Sapienza" di Roma.

I legali di fiducia dell’imputato Paolo Gabriele, con dichiarazione depositata in Cancelleria il 16. VI. 2012

[doc. 71 del fascicolo d’ufficio] – approvata in pari data in calce allo stesso documento dal Giudice istruttore

– nominavano come secondo perito il Prof. Dr. Tonino Cantelmi, Direttore della Scuola di Specializzazione di

Psicoterapia Cognitivo-Interpersonale (MIUR) in Roma, e la Dr. Martina Aiello. Con decreto del 18. VI. 2012

[doc. 74 del fascicolo d’ufficio] il Giudice istruttore nominava come Secondo Perito il Prof. Dr. Tonino

Cantelmi e come collaboratrice – con facoltà di surroga come Secondo Perito qualora se ne presentasse la

necessità – la Dr. Martina Aiello.

Il Perito d’ufficio Prof. Dr. Roberto Tatarelli il 7. VII. 2012 depositava in Cancelleria la sua relazione peritale

d’ufficio [doc. 108/A del fascicolo d’ufficio]. Il 10. VII. 2012 i legali di fiducia dell’imputato, sig. Paolo

Gabriele, depositavano la Relazione psicologica e psichiatrica sulla persona del sig. Paolo Gabriele redatta dal

Secondo Perito Prof. Dr. Tonino Cantelmi [doc. 115/A del fascicolo d’ufficio].

Sotto il controllo e la guida dell’Autorità giudiziaria inquirente sono state effettuate e si stanno effettuando,

da parte della Polizia giudiziaria, numerose indagini. In particolare sono state avviate complesse ed elaborate

investigazioni di natura video-telefonica, cinefotografica ed informatica. Inoltre è stata intrapresa un’attenta

analisi ed un approfondito studio forense per le documentazioni dell’imputato Paolo Gabriele rinvenute sia

nella sua abitazione vaticana sia in altro luogo come pure per il dossier trovato nell’ufficio dell’imputato

Claudio Sciarpelletti. In specie, con riferimento al materiale reperito nell’appartamento vaticano dell’imputato

Paolo Gabriele, si è proceduto a formare l’inventario di quanto interessa la procedura in atto e si è iniziata

un’accurata valutazione dei documenti che ragionevolmente potrebbero avere anche una provenienza

diversa da quella della Segreteria particolare del Sommo Pontefice, di quelli sequestrati che non risultano

essere pubblicati nel volume di Gianluigi Nuzzi "Sua Santità. Le carte segrete di Benedetto XVI" e, ancora, di

quelli che, divulgati tramite quest’ultimo volume, non sono però presenti nel materiale rinvenuto nella

dimora vaticana dell’imputato Paolo Gabriele.

In questo molteplice e complesso contesto istruttorio, suscettibile di durare molto tempo, si è posta

l’esigenza di stabilire un ordine procedurale della vicenda penale in discussione. Su parere del Promotore di

giustizia, il Giudice istruttore ha ritenuto di dare la precedenza alle situazioni riguardanti il furto aggravato

per le quali risulta ormai completata l’istruzione. Al riguardo il Promotore di giustizia, nella sua requisitoria

[cfr. doc. 159 del fascicolo d’ufficio] – ciò che al Giudice istruttore pare del tutto condivisibile – scrive di

ritenere «che nell’economia dei giudizi, si possa ormai chiudere l’istruttoria formale, limitatamente al solo

reato di furto aggravato e nei confronti degli imputati Paolo Gabriele e Claudio Sciarpelletti, restando,

ovviamente, aperta l’istruttoria per i restanti fatti costituenti reato nei confronti dei predetti imputati, e/o di

altri», chiedendo quindi lo stesso Promotore di giustizia «la parziale chiusura dell’istruzione formale» a

norma dell’art. 266 c.p.p.

Occorre quindi prendere in esame le posizioni dapprima dell’imputato Paolo Gabriele e, successivamente,

dell’imputato Claudio Sciarpelletti, per quanto riguarda l’ambito nel quale si sono ritenute completate le

indagini istruttorie costruite in chiave formale ai sensi degli art. 187 e seg. c.p.p., e cioè, in riferimento alla

fattispecie di furto aggravato di cui agli art. 402 e seg. c.p.

IN FATTO E IN DIRITTO

3. Bisogna anzitutto soffermarsi sulla posizione dell’imputato Paolo Gabriele al fine di accertare se sussistano

o non sussistano le condizioni per sottoporlo a giudizio. In una tale prospettiva si rende necessario verificare

dapprima la verità del fatto materiale, in quanto condotta esteriore legalmente prevista come furto

aggravato [art. 402 e seg. c.p.] causalmente riconducibile all’imputato come atto posto in essere da lui [atto

d’uomo], e, successivamente, assodare la verità di quella medesima condotta quale comportamento

attribuibile all’imputato stesso come atto propriamente umano e, quindi, come atto conosciuto e valutato

nelle sue componenti essenziali [in altri termini come atto compreso in se stesso e nel suo disvalore] ed

insieme liberamente voluto [essendo stato possibile al momento dell’attuazione dei fatti criminosi una scelta

operativa diversa].

Cominciamo prendendo in considerazione il primo aspetto, individuando anzitutto la fattualità

normativamente statuita per una tale tipologia delittuosa. In particolare la fattispecie del furto ricorre,

secondo il disposto del primo comma dell’art. 402 c. p., per «chiunque s’impossessa della cosa mobile altrui

per trarne profitto, togliendola dal luogo dove si trova senza il consenso di colui al quale essa appartiene».

L’art. 403, 1° c.p. sancisce come aggravante che il furto sia stato commesso «in uffici, archivi o stabilimenti

pubblici, sopra cose in essi custodite o altrove sopra cose destinate ad uso di pubblica utilità». Ancora l’art.

404, 1° c. p. prevede un aggravamento del furto, se il fatto sia commesso con abuso di fiducia derivante da

scambievoli relazioni d’ufficio, di prestazione d’opera o di coabitazione, anche temporanea, tra il derubato e il

colpevole, sulle cose che in conseguenza di tali relazioni sono lasciate ed esposte alla fede di quest’ultimo».

Al nostro scopo basteranno al riguardo poche e sintetiche osservazioni. Per il verificarsi dunque di una tale

fattispecie delittuosa deve risultare anzitutto l’altruità di quanto è stato carpito, e cioè la sussistenza sulla

cosa di un interesse considerato comunque legalmente meritevole di protezione; la sottrazione che deve

essere compiuta in assenza di autorizzazione di colui che ha la cosa medesima, ossia, come precisa l’art. 402

c. p., «senza il consenso di colui al quale la cosa appartiene». Di più, l’azione criminosa deve essere

perpetrata – pur senza che la norma pretenda l’attuazione di un tale effetto – allo scopo di trarne profitto e,

quindi, un esito in qualsiasi modo vantaggioso, in quanto si consegua dalla cosa carpita una qualunque

utilità godimento o giovamento, materiale o morale, dal momento che si è voluto dare legalmente protezione

allo stato di altruità della cosa, considerato, per se stesso, un bene comunitariamente da proteggere.

Vengono quindi in considerazione due aggravanti. La prima stabilita nell’art. 403, 1° c. p., riguardando i

luoghi, costituisce un’aggravante oggettiva insita specialmente nella necessità di una conveniente protezione

delle cose custodite in uffici, archivi o stabilimenti pubblici o anche in altri luoghi ma sempre in servizio della

pubblica utilità, al fine di una ordinata disciplina e attuazione delle funzioni che vi si svolgono e, dunque,

ancora una volta l’accento dell’aggravante è posto oggettivamente sulle cose e non soggettivamente sulle

persone che quelle cose utilizzano. Secondo quanto è stato richiamato nella requisitoria del Promotore di

giustizia [doc. 159 del fascicolo d’ufficio] «la giurisprudenza ha chiarito che, in questo caso, la "ragione dell’

aggravante" è la "maggiore malvagità congiunta alla maggiore facilità che la natura stessa del luogo offre

per la perpetrazione del furto" (Cassazione Unica italiana 20 luglio 1894, in "Riv. Pen" XL, p. 398, n. 1898)».

In una simile ottica appare la diversità di tale aggravante rispetto a quella prevista nell’art. 404 1° c. p., che

ha la sua "ratio" nella tutela e del dovere di lealtà e del rapporto fiduciario necessario ad un assolvimento

efficace ed efficiente dei rapporti di lavoro in uno stesso ambito strutturale, tanto più quando questi vengono

espletati, come nel caso di specie, in un ambiente così particolare come quello della "Famiglia Pontificia";

una tale aggravante ha, per ciò, il suo perno nelle relazioni che si attuano a causa dell’appartenenza ad un

medesimo ufficio e che, obbligate dall’esercizio delle rispettive attività, pure per effetto della vicinanza

personale, assumono, di frequente, una dimensione di confidenza resa sicura dalla quotidianità dei contatti,

così che, come precisa lo stesso art. 404, 1 c. p., le «cose… in conseguenza di tali relazioni» sono «lasciate o

esposte alla fede» di quanti compiono le loro mansioni nell’ambito di un medesimo ufficio. In definitiva una

simile aggravante si costruisce su tre elementi fondamentali, ossia che il furto sia commesso – 1° – in un

preciso ambito funzionale costituito dalle «scambievoli relazioni di ufficio, di prestazione d’opera o di

coabitazione, anche temporanea, tra il derubato e il colpevole»; ed ancora – 2° – abusando del credito

fiduciario acquisito per effetto di quelle stesse relazioni e in fine – 3° – riguardando delle cose che, per

effetto di quelle medesime relazioni, siano state lasciate alla fede del delinquente, considerando che questa

– come ha precisato la giurisprudenza – si estende a tutte le cose «che in ragione dell’esercizio [di quelle

funzioni] restano, per consuetudine, alla libera portata della persona che» le «esercita» (Cassazione Unica

italiana, 12 febbraio 1897, in, Riv. Pen., vol. XLV, p. 406, n. 788].

La fattispecie delittuosa in discussione si perfeziona con l’impossessamento della cosa, e cioè, secondo

quanto specifica l’art. 402 c.p., «togliendola dal luogo dove si trova», ossia, con una posizione che

normativamente si può individuare come mediana tra la rimozione e lo spostamento in un luogo diverso da

quello nel quale è custodita, attraverso un cambiamento dell’ordine oggettivamente preesistente all’azione

criminosa.

4. Costruiamo ora sommariamente il fatto materiale così come si è evidenziato dagli atti di causa con

riferimento all’imputato Paolo Gabriele.

Il 19. V. 2012 veniva reso pubblico il libro di Gianluigi Nuzzi "Sua Santità. Le carte segrete di Benedetto XVI"

[doc. 141/A del fascicolo d’ufficio]. Il lunedì successivo 21. V. 2012 si svolgeva una riunione ristretta della

"Famiglia Pontificia" alla quale partecipavano Mons. Georg Gänswein, Mons. Alfred Xuereb, la sig.na Birgit

Wansing, le quattro Memores e l’imputato Paolo Gabriele [cfr. deposizioni dei testimoni, P, O, N, M e

interrogatorio dell’imputato del 21. VII. 2012, rispettivamente doc. 136, 135, 137, 138 e 142 del fascicolo

d’ufficio]. In questa riunione ciascuno dei presenti dava una risposta negativa alla domanda se fosse stato lui

o lei a consegnare i documenti al giornalista Gianluigi Nuzzi. Successivamente in quella medesima riunione,

mons. Georg Gänswein ebbe ad indicare all’imputato alcuni documenti non ancora usciti dall’ufficio, tra i

quali vi erano due lettere che l’imputato stesso aveva certamente avuto tra le mani, poiché era stato

incaricato di preparare la risposta. Al riguardo il testimone Mons. Georg Gänswein precisa: «Avendogli detto

[all’imputato Paolo Gabriele] davanti a tutti che questo pur non dando la prova creava un forte sospetto nei

suoi confronti ho avuto come risposta una negazione decisa ed assoluta del fatto» [doc. 136 del fascicolo

d’ufficio].

Mercoledì 23. V. 2012 lo stesso Mons. Georg Gänswein veniva avvertito della decisione relativa alla

sospensione "ad cautelam" dello stesso imputato Paolo Gabriele, al quale l’avrebbe potuta comunicare, pur

se il medesimo imputato l’avrebbe poi dovuta formalmente ricevere dal Prefetto della Casa Pontificia; in

proposito il teste Mons. Georg Gänswein afferma: «Ho allora chiamato davanti alle altre persone della Casa

Pontificia Paolo Gabriele e gli ho comunicato la sospensione ad cautelam… Lui ha allora detto che in questo

modo era stato trovato il capro espiatorio della situazione. Molto freddamente mi ha poi detto che era

tranquillo e sereno avendo a posto la coscienza avendo avuto un colloquio con il suo Padre spirituale» [doc.

136 del fascicolo d’ufficio].

Nell’interrogatorio del 24. V. 2012 [doc. 15 del fascicolo d’ufficio] l’imputato Paolo Gabriele pur avendo

asserito di dare la «collaborazione più piena ai fini dello scoprimento della verità», si è poi sostanzialmente

avvalso frequentemente della facoltà di non rispondere. Nel successivo interrogatorio del 5. VI. 2012 [doc.

46 del fascicolo d’ufficio] cambiando atteggiamento al riguardo ha poi chiarito: «Ho… proceduto alla

duplicazione dei documenti fotocopiandoli in ufficio e successivamente portandoli a casa. Negli ultimi tempi,

quando la situazione è degenerata, provvedevo per non restare senza copie, alla loro duplicazione attraverso

la fotocopiatrice inserita nella stampante del computer».

Nell’interrogatorio del 21. VII. 2012 [doc. 142 del fascicolo d’ufficio] l’imputato Paolo Gabriele, rispondendo

ad una domanda precisa posta dal Giudice istruttore, ha esplicitamente affermato di avere egli stesso

formato la documentazione sequestrata nella sua casa vaticana il 23. VII. 2012, fotocopiandola da quella che

rinveniva sulla scrivania di Mons. Georg Gänswein o che era in giacenza sul piano che si trovava di fronte

alla scrivania «senza mai andare a spulciare i dossier quando erano riposti fuori dalla scrivania».

Di questa attività di fotocopiatura l’imputato fornisce anche, sempre nell’interrogatorio del 5. VI. 2012 [doc.

46 del fascicolo d’ufficio] le ragioni: «Anche se il possesso di tali documenti è cosa illecita ho ritenuto di

doverlo effettuare spinto da diverse ragioni quali i miei interessi personali, inoltre ritenevo che anche il

Sommo Pontefice non fosse correttamente informato su alcuni fatti. In questo contesto [fui] spinto anche

dalla mia fede profonda e dal desiderio che nella Chiesa si dovesse far luce su ogni fatto». Nell’interrogatorio

del 21. VII. 2012 [doc. 142 del fascicolo d’ufficio; cfr. anche deposizione della teste H, doc. 126 del fascicolo

d’ufficio] il medesimo imputato aggiunge in proposito: «La ragione era quella di poter analizzare e capire il

"sistema", non avendo la possibilità di farlo in ufficio».

Lo stesso imputato Paolo Gabriele, nel corso dell’interrogatorio del 5. VI. 2012 [doc. 46 del fascicolo

d’ufficio], precisa ancora: «Dei documenti consegnati a Nuzzi ho fatto fotocopia che ho consegnato al Padre

spirituale, B, ritengo perciò che tra le copie consegnate a Nuzzi e quelle consegnate a B ci fosse una identità,

potrebbe però essere avvenuta una qualche diversità. Le carte rimaste a casa sono sostanzialmente un

rimasuglio disordinato dovuto al caos di documenti che avevo con me, molti dei quali prendevo da internet o

erano frutto di ricerche personali».

Il testimone B [doc. 93 del fascicolo d’ufficio] conferma di aver ricevuto tra il febbraio e il marzo 2012

dall’imputato – senza che questi gli ponesse alcuna condizione – una raccolta di documenti – importanti in

quanto attinenti alla Santa Sede – contenuti in una scatola con stemma pontificio larga come un foglio di A4

ed alta circa sei o sette centimetri, a proposito della quale precisa: «Ho distrutto i documenti per una duplice

ragione in quanto ne conoscevo l’importanza e in quanto qualche mese prima avevamo subito un furto». Di

più lo stesso testimone aggiunge: «Inoltre sapevo che queste documentazioni in fotocopia erano frutto di

una attività non legittima e non "onesta" e temevo che se ne potesse fare un uso altrettanto non legittimo e

non "onesto"». Si può peraltro osservare che tutte le ragioni addotte per la distruzione dei documenti erano

già presenti al momento del loro ricevimento.

Dopo essergli stato mostrato, nel corso dell’interrogatorio del 21. VII. 2012 [doc. 142 del fascicolo d’ufficio],

un dossier di trentasette documenti rinvenuti nell’abitazione che aveva in uso a Castel Gandolfo, l’imputato

Paolo Gabriele, che dice di non ritenerlo propriamente una raccolta, al riguardo specifica: «Nella mia

sbadataggine poiché vivevo a Castel Gandolfo durante il periodo delle vacanze estive del Santo Padre, avrò

dimenticato lì quei documenti e non li ho portati con me. Pertanto non li ho consegnati al Nuzzi».

Riguardo al rapporto con Gianluigi Nuzzi il cui libro "Vaticano SPA" l’aveva molto colpito, l’imputato Paolo

Gabriele, nel suo interrogatorio del 6. VI. 2012 [doc. 47 del fascicolo d’ufficio] chiarisce di aver conosciuto

tramite internet sia il fatto che il giornalista stava preparando sull’emittente televisiva "La7" una trasmissione

["Gli Intoccabili"] sia l’indirizzo della redazione romana che era sito in Via Sabotino; essendo riuscito quindi a

contattare il giornalista l’imputato spiega: «In effetti dopo circa una settimana ci siamo incontrati sempre

davanti alla porta di Via Sabotino ed insieme siamo andati all’appartamento che lui aveva a disposizione a

Viale Angelico. Abbiamo quindi avuto una serie di incontri dapprima a distanza di circa una settimana e poi di

due settimane. Questo nei mesi di novembre, dicembre 2011 e gennaio 2012. Successivamente il nostro

rapporto è venuto scemando di intensità». Lo stesso imputato puntualizza che per la consegna dei

documenti fatta da lui ed avvenuta a più riprese [cfr. anche l’interrogatorio dell’imputato del 21. VII. 2012,

doc. 142 del fascicolo d’ufficio] non ha ricevuto versamenti in denaro o altri benefici; del resto il medesimo

giornalista gli «aveva detto che non era solito avere documenti a pagamento, ma manteneva contatti

soltanto con chi aveva fiducia in lui e per questo gli forniva le prove necessarie» [interrogatorio del 6. VI.

2012, doc. 47 del fascicolo d’ufficio].

Anche di una tale divulgazione l’imputato Paolo Gabriele, nel suo interrogatorio del 6. VI. 2012 [doc. 47 del

fascicolo d’ufficio] espone le ragioni, lamentando che nell’intervista televisiva apparsa nella trasmissione del

Nuzzi, costruita in modo che non potesse essere riconosciuto, fossero state tagliate alcune parti, «in

particolare quelle… nelle quali affermavo che le mie motivazioni erano state sempre quelle di venire incontro

ad un miglioramento della situazione ecclesiale e non mai quelle di far danno alla Chiesa ed al suo Pastore».

Ed ancora, nell’interrogatorio del 21. VII. 2012 [doc. 142 del fascicolo d’ufficio] lo stesso imputato ha avuto

modo di specificare: «Anche se non sapevo dove si sarebbe potuti arrivare con questa mia iniziativa [quella

della divulgazione dei documenti tramite Gianluigi Nuzzi], ebbi l’impulso di fare qualcosa che consentisse in

qualche modo di uscir fuori dalla situazione che si viveva all’interno del Vaticano; dalla posizione dalla quale

mi trovavo potevo osservare la duplice funzione Papale, quella di vertice della Chiesa e quella di vertice dello

Stato. In particolare per queste ultime funzioni vedevo nella gestione di alcuni meccanismi vaticani una

ragione di ostacolo o comunque di scandalo per la fede. Mi rendevo conto che su alcune cose il Santo Padre

non era informato o era informato male. Con l’aiuto di altri come il Nuzzi pensavo di poter vedere le cose con

più chiarezza».

Nell’interrogatorio del 2. VII. 2012 [doc. 142 del fascicolo d’ufficio] il Giudice istruttore ha fatto presente

all’imputato Paolo Gabriele che dal raffronto tra il materiale sequestrato nella sua casa vaticana e quello

pubblicato nel volume del Nuzzi "Sua Santità. Le carte segrete di Benedetto XVI", si evidenzia una duplice

situazione, e cioè quella relativa a documenti pubblicati nel libro ma non reperiti nella raccolta trovata

nell’abitazione vaticana dell’imputato stesso e quella invece riguardante documenti rinvenuti in quest’ultima

ma non pubblicati dal giornalista; di ciascuna delle due categorie venivano anche indicati taluni documenti a

titolo esemplificativo; al riguardo l’imputato ha precisato sia in modo generico sia in maniera specifica con

riferimento ai documenti esemplificativamente mostratigli di avere effettuato per tutti la consegna al Nuzzi.

Rimane così confermata la natura caotica ed in qualche maniera anche residuale della documentazione

sequestrata e definita dallo stesso imputato nell’interrogatorio del 5. VI. 2012 [doc. 46 del fascicolo d’ufficio]

un «rimasuglio disordinato».

Alla contestazione, avvenuta nel corso dell’interrogatorio del 21. VII. 2012 [doc. 142 del fascicolo d’ufficio],

da parte del Giudice istruttore relativa al rinvenimento tra il materiale sequestrato il 23. V. 2012 di un

assegno del 26. III. 2012 intestato a Sua Santità Benedetto XVI relativo ad una somma di 100.000,00

[centomila/00] euro, di una pepita presunta d’oro e di una edizione della traduzione dell’Eneide di Annibal

Caro del 1581 – tutti regali offerti al Sommo Pontefice, dei quali il teste Mons. Georg Gänswein nel suo

interrogatorio [doc. 136 del fascicolo d’ufficio] ha detto di non avere avuto alcuna conoscenza – l’imputato

Paolo Gabriele ha risposto: «Nella degenerazione del mio disordine è potuto capitare anche questo»,

aggiungendo ancora con riferimento alla edizione cinquecentina: «Ero l’incaricato di portare alcuni doni

presso il magazzino e altri in Ufficio… Per quanto riguarda l’edizione dell’Eneide ricordo che avendo mio figlio

cominciato lo studio di quel poema chiesi a Mons. Gänswein se potevo far vedere il libro al Professore di mio

figlio. Lui mi disse di sì ed il libro rimase a casa per essere restituito».

Il fatto materiale riguardante il reato di furto aggravato riceve nelle sue componenti fondamentali una

peculiare – anche se non esclusiva – conferma dalle parole dello stesso imputato Paolo Gabriele che pertanto

costituiscono in se stesse una confessione.

Nel codice di procedura penale vigente nello Stato della Città del Vaticano peraltro la confessione non

assume alcuna forza decisiva. Nella relazione a quel medesimo codice è scritto solamente che «la

confessione può facilitare la ricerca [della prova] ma per se medesima non la esaurisce» [p. 85]. Del resto

anche per l’ordinamento canonico, che alla stregua della vigente legge vaticana sulle fonti del diritto [cfr. art.

1, 1°, L. n. LXXI del 1° ottobre 2008] costituisce «la prima fonte normativa e il primo criterio di riferimento

interpretativo», nel can. 1536, § 2 del codice di diritto canonico per la Chiesa latina, si sancisce: «In causis

autem quae respiciunt bonum publicum [tra le quali sono certamente da ricomprendersi – cfr. can. 1728, § 1

di quel medesimo codice – anche le controversie penali; cfr. con riferimento puntuale al can. 1536, § 2, B.F.

Pighin, Diritto penale canonico, Venezia, 2008, pp. 565-566], confessio iudicialis… vim probandi habere

[potest]… a iudice aestimandam una cum ceteris causae adiunctis, at vis plenae probationis tribui nequit,

nisi alia accedant elementa quae [eam]… omnino corroborent».

La confessione esprime pertanto un orientamento probatorio che occorre sia certo, esplicito, spontaneo [cfr.

V. Manzini, Trattato di diritto processuale penale italiano, vol. III, Torino, 19242, pp. 344 seg.] oltre che

credibile. Del resto, anche nel diritto canonico nel quale fin dalla Glossa al Decreto Grazianeo [cfr. C. 2, q. 1,

c. 1, glossa "Confessum"] erano posti molti requisiti alla sua rilevanza giudiziaria, tradizionalmente alla forza

probatoria della confessione giudiziale nel processo sono collegate alcune fondamentali connotazioni che,

essendo per lo più di diritto divino, hanno valenza generale temporalmente non limitata: «Ipse actus

confessionis fiat necesse est scienter et sine errore atque cum pleno usu rationis, sponte et absque vi et

metu, clare aperteque in iudicio et coram iudice competente; spontaneitati non opponitur quod fiat per

responsum ad iudicis interrogationem» [F.X. Wernz – P. Vidal, Ius canonicum, tom VI, De processibus,

Romae, 19492, p. 405].

Ora è indubitabile che l’imputato Paolo Gabriele ha reso il suo interrogatorio, oltre che consapevolmente e

senza inganno, con modalità, non soltanto certe – in quanto avvenute nel contesto e con le garanzie di

un’istruzione formale –, ma altresì chiare e del tutto libere, rispondendo a domande direttamente attinenti ai

fatti di causa. La generale credibilità degli elementi confessati, almeno in linea generale e per quanto

riguarda il fatto materiale, trova conferma negli altri elementi di prova, costituiti così dalle deposizioni

testimoniali come dai riscontri positivi concretizzati in particolare con la perquisizione del 23. V. 2012 e con i

raffronti con quanto è stato pubblicato nel libro di Gianluigi Nuzzi "Sua Santità. Le carte segrete di Benedetto

XVI", allegato agli atti di causa [doc. 141/A del fascicolo d’ufficio].

Nel caso in discussione, quindi – con una sufficienza tale da consentire su di esse il giudizio – si riscontrano

le componenti essenziali del furto aggravato contestato all’imputato Paolo Gabriele: l’alterità delle cose

sottratte appartenenti – non all’imputato – ma alla Santa Sede della quale manca ogni autorizzazione

legittimante ed insieme il profitto individuato dalle ragioni che hanno determinato le operazioni delittuose; si

evidenzia altresì – con il perfezionamento del reato [consolidato nell’impossessamento necessario all’attività

di fotocopiatura] – l’Ufficio [la Segreteria particolare del Sommo Pontefice] e le relazioni di servizio che in

questo si svolgono, mettendo così in luce gli elementi sui quali può essere esperito un giudizio in riferimento

alla duplice aggravante che specifica il reato di furto nel caso in discussione.

Sotto il profilo del fatto materiale sussistono quindi le condizioni per sottoporre a giudizio l’imputato Paolo

Gabriele, ancorché queste non siano sufficienti allo scopo, dovendosi necessariamente valutare anche quelle

relative alla componente soggettiva che si deve ora prendere in esame.

5. A questo punto si pone il problema dell’imputabilità, ossia dell’attribuzione del fatto materiale criminoso

all’imputato considerato penalmente capace. In altri termini nella relazione tra l’agente e il suo operato, con

l’imputazione si ha l’addossamento di un’attività criminosa, con ogni sua qualità ed effetto, alla persona che

l’ha posta in essere. Al fine di un tale addebitamento si rende peraltro necessaria la sussistenza di una

condizione soggettiva legalmente individuata, in riferimento al delitto, dal primo comma dell’art. 45 c.p.:

«Nessuno può essere punito per un delitto, se non abbia voluto il fatto che lo costituisce, tranne che la legge

lo ponga altrimenti a suo carico, come conseguenza della sua azione od omissione».

Un tale disposto trova il suo completamento in una duplice prescrizione codiciale. In effetti il primo comma

dell’art. 46 c.p. statuisce: «Non è punibile colui che, nel momento in cui ha commesso il fatto, era in tale

stato di infermità di mente da togliergli la coscienza e la libertà dei propri atti». Questa disposizione trova poi

una sua integrazione nel primo comma dell’art. 47 c.p. che dispone una diminuzione della pena «quando lo

stato di mente indicato nell’articolo precedente era tale da scemare grandemente la imputabilità senza

escluderla».

L’art. 45 attiene quella che si è chiamata imputabilità morale [cfr. G. Crivellari, Il codice penale per il Regno

d’Italia, vol. III, Torino, 1892, p. 268]. Si è scritto al riguardo: «Il criterio dell’imputabilità morale consiste nel

simultaneo concorso dell’intelletto e della libera volontà dell’agente al momento della commissione o

dell’omissione del fatto comandato o vietato dalla legge con sanzioni penali. Vi ha, in altre parole,

imputabilità morale, quando l’agente, violando la legge sapeva quello che faceva e volle liberamente quello

che fece; quando insomma egli abbia agito non tanto con coscienza dei propri atti quanto con libertà di

elezione» [ibidem, p. 282].

Una simile prospettazione dell’imputabilità può anche essere accostata a quella canonica, essendo

l’ordinamento ecclesiale la prima fonte ed il criterio ermeneutico di riferimento per il diritto statuale vaticano

[cfr. art. 1, 1°, L. n. LXXI del 1° ottobre 2008], ed in particolare ai disposti del can. 2195, § 1 del codice piobenedettino

del 1917 e del can. 1321 della vigente codificazione per la Chiesa latina, norme da considerare –

al di là della discrasia nella dizione normativa – contenutisticamente equivalenti [cfr. A. D’Auria,

L’imputabilità nel diritto penale canonico, Roma, 1997, pp. 67-71].

Prescindendo dalla specificità dell’indicazione testuale, alla base della prospettazione canonica vi è la

qualificazione umana dell’atto, che si ha quando questa si conforma come «il dinamismo dello spirito

informato dall’idea o, se ci piace di più, il dinamismo dell’idea (e del valore) che si realizza per mezzo dello

spirito» [J. De Finance, Saggio sull’agire umano, Città del Vaticano, 1992, p. 39]. Bisogna anzi aggiungere

che tra tutte quelle attività che hanno nell’uomo la propria causa efficiente ["actiones hominis"] possono

qualificarsi propriamente come azioni umane ["actiones humanae"] solamente quelle che esprimono un tale

rapporto tra idea [e valore] e volontà. Del resto, come aveva già sottolineato Tommaso D’Aquino, «differt…

homo ab aliis irrationalibus creaturis in hoc, quod est suorum actuum dominus. Unde illae solae actiones

vocantur proprie humanae, quarum homo est dominus. Est autem homo dominus suorum actuum per

rationem et voluntatem… Illae ergo actiones proprie humanae dicuntur, quae ex voluntate deliberata

procedunt» [ Summa theologiae, 1-2, q. 1, a. 1 c]. Ogniqualvolta l’atto umano assume i contorni di una

fattispecie penale l’imputabilità può acquisire anche i contorni della colpevolezza [cfr. A. D’Auria,

L’imputabilità, op. cit., pp. 46-47].

È quindi evidente che l’accertamento in un caso concreto della mancanza soggettiva dell’idoneità intellettiva

e volitiva, e cioè della capacità sia di comprendere come pure di valutare, sia di effettuarne una decisione

frutto di libera scelta impediscono, con la qualificazione umana dell’atto, l’esistenza di una colpevolezza

ascrivibile all’imputato, come sanciscono il can. 1322 del codice vigente per la Chiesa latina [cfr. V. De Paolis,

in, V. De Paolis – D. Cito, Le sanzioni nella Chiesa, Roma, 2000, pp. 154-155] e sostanzialmente in modo

non diverso l’art. 46 c. p. la cui «formola intera adunque: infermità di mente, deve essere intesa nel senso di

comprendervi qualunque perturbazione morbosa, di qualunque grado e sotto qualsiasi aspetto, di qualunque

delle facoltà psichiche dell’uomo. La caratteristica e i caratteri della infermità di mente involge quindi una

questione tecnica di scienza psichiatrica» [G. Crivellari, Il codice penale, III, op. cit., p. 410] la cui soluzione

deve essere demandata ad una perizia. Più specialmente poi l’art. 46 c.p., parlando di "coscienza" dei propri

atti «si riferisce… alla capacità di intendere, cioè all’intelletto» [ibidem, p. 416] e con l’espressione "libertà

dei propri atti" – unita alla precedente in via disgiuntiva tramite la particella "o" – «si riferisce alla capacità di

volere» [ibidem, p. 417].

Occorre peraltro osservare quanto è altresì statuito dal secondo comma del medesimo art. 46 c.p.: «Il

giudice, nondimeno, ove stimi pericolosa la liberazione dell’imputato prosciolto, ne ordina la consegna

all’Autorità competente per i provvedimenti di legge». Nella norma si fa riferimento ad un provvedimento che

non discende in via automatica dalla sentenza di proscioglimento, ma impegna il Giudice, costituendo per lui

un obbligo, a compiere in ogni caso un’attenta valutazione in relazione alla pericolosità dell’imputato che

l’incapacità di intendere e di volere rende non punibile. «Questo giudizio è lasciato esclusivamente alla

coscienza intemerata e prudente del Magistrato; ma quando egli sia convinto del pericolo della liberazione

deve far luogo al provvedimento. Ordina, dice il capoverso; la disposizione è imperativa… Ciò che è da

rimarcarsi singolarmente è questo: che il ricovero non è ordinato dal Giudice che conobbe la causa; questo

non ha altro compito che quello di ordinare la consegna all’Autorità competente» [G. Crivellari, Il codice

penale, III, op. cit., pp. 420-421].

D’altra parte, il successivo art. 47 c. p. – sostanzialmente non altrimenti da quanto dispone il can. 1326, 6°

del vigente codice di diritto canonico per la Chiesa Latina [cfr. A. D’Auria, L’imputabilità, op. cit., pp. 180-

181] – stabilisce una diminuzione della colpevolezza, e quindi della pena, se l’infermità di mente, riuscendo

«soltanto a far sì che l’agente non abbia intera coscienza del carattere della sua azione e delle sue

conseguenze e a non avere padronanza intiera dei propri movimenti, la scema grandemente» [G. Crivellari,

Il codice penale, III, op. cit., p. 425], ossia «non qualunque squilibrio degli atti psichici attenua la

responsabilità cogli effetti dell’articolo 47, ma quello soltanto che si accompagna ad una notevole

perturbazione della facoltà della mente» [L. Majno, Commento al codice penale italiano, vol. I, Verona, 1890,

p. 109].

6. Occorre anzitutto ricostruire – sia pure sinteticamente e per sommi capi – tramite le deposizioni in atti, la

personalità dell’imputato Paolo Gabriele ed insieme la comprensione e l’autonomia che questi abbia avuto

degli atti costituenti il fatto criminoso nel contesto immediato nel quale sono stati compiuti con le reazioni

che hanno saputo suscitare in lui, per poi valutare, con grande serietà e cautela, le letture che ne hanno

compiuto il Perito d’ufficio e il Secondo Perito.

L’imputato è apparso ai testimoni [cfr. anche deposizioni dei testi F, I e N, rispettivamente doc. 111, 133 e

137 del fascicolo d’ufficio] come persona cattolicamente credente e impegnata, intelligente e capace di

espletare le proprie mansioni con la diligenza e la riservatezza che queste richiedevano. In particolare la

testimone O, osserva: «Fino all’uscita del libro Sua Santità del Nuzzi il Gabriele mi sembrava una brava

persona, sempre gentile ma riservato. Adempiva il suo lavoro cercando di farlo nel modo migliore possibile.

Era inoltre una persona molto pia; quotidianamente ascoltava la S. Messa celebrata dal Santo Padre e

pregava molto» [doc. 135 del fascicolo d’ufficio]. Per parte sua la testimone H, in merito annota: «Conosco

Paolo Gabriele come persona molto religiosa, affidabile, molto intelligente, capace di risolvere i problemi di

sua competenza che gli possono venire affidati. Di lui ho grandissima stima» [doc. 126 del fascicolo

d’ufficio].

Un’altra testimone, M, al riguardo rileva: «Era una brava persona e un bravo padre di famiglia. Per quanto

riguarda il lavoro presso il Santo Padre, lo svolgeva bene con una certa coscienza. Devo però aggiungere che

non aveva alcuna particolare inventiva per migliorarlo né prendeva alcuna iniziativa sotto questo profilo ma

si limitava ad eseguire quanto gli veniva detto. Caratterialmente pur essendo una persona di spirito ed

avendo un certo umorismo risultava molto chiuso. Era difficile entrare almeno per noi in confidenza con lui

soprattutto sembrava una persona in continua competizione e alla ricerca di approvazione per il suo

comportamento. Rispetto ai fatti della vita quotidiana si metteva in posizione di giudice ed era molto critico

per esempio nei confronti delle vicende relative alla scuola dei figli e agli insegnanti» [doc. 138 del fascicolo

d’ufficio].

Il testimone Mons. Georg Gänswein soprattutto, ma non solamente, in riferimento alle sue attitudini

lavorative [con riferimento alla sua professionalità cfr. pure deposizioni dei testi A, B e H, rispettivamente

doc. 85, 93 e 126 del fascicolo d’ufficio] asserisce: «Era persona [l’imputato Paolo Gabriele] che aveva

bisogno comunque di essere continuamente instradato e guidato. Era un esecutore a cui quindi non si

potevano affidare compiti di natura diversa, anzi talvolta era necessario ripetere le cose più di una volta.

Comunque avendolo conosciuto dopo circa un anno ho ritenuto che potesse svolgere anche qualche compito

di ordinaria amministrazione o routinario in relazione al mio Ufficio. Erano comunque sempre cose semplici.

Tutto al più, qualche lettera in lingua italiana e di amministrazione molto ordinaria. Mi è comunque sembrato

una persona onesta della cui lealtà non si poteva dubitare ed è proprio per questo che gli ho potuto affidare

qualche compito da svolgere in ufficio… che gli ha consentito quindi di essere presente nello stesso. Non gli

ho mai trasmesso o fatto vedere documenti riservati né tantomeno ho chiesto a lui di preparare le risposte in

questi casi. Lui comunque essendo presente era in grado di poter seguire il flusso dei documenti ancorché

non il contenuto» [doc. 136 del fascicolo d’ufficio].

L’imputato nei suoi interrogatori ha puntualizzato che nel compiere le fattualità criminose si rendeva conto di

porre in essere atti che, da una parte comportando dei rischi, richiedevano delle precauzioni e dall’altra

avevano bisogno del consiglio di chi gli era spiritualmente di guida implicando un disvalore del quale aveva

consapevolezza: «Anche se il possesso di tali documenti è cosa illecita ho ritenuto di doverlo effettuare

spinto da varie ragioni» [interrogatorio del 5. VI. 2012, doc. 46 del fascicolo d’ufficio].

In particolare, raccontando i suoi rapporti con Gianluigi Nuzzi, l’imputato ha modo di precisare nel suo

interrogatorio del 6. VI. 2012 [doc. 47 del fascicolo d’ufficio] in relazione al suo primo abboccamento con il

giornalista: «Questo incontro, che è avvenuto a ottobre o forse a novembre 2011 è durato poco tempo

anche perché, sapendo di rischiare, temevo di poter essere riconosciuto da qualcuno. Avendogli detto che

non volevo avere contatti telefonici anche per timore dei controlli su di essi, il Nuzzi, mi ha invitato per un

successivo incontro a casa sua». Ed ancora, sempre in quel medesimo interrogatorio: «Ho avuto con il Nuzzi

un’intervista avvenuta nell’appartamento che lui aveva a disposizione. In questa intervista vennero prese

tutte le precauzioni necessarie affinché io non venissi riconosciuto. Anzi cercò di tranquillizzarmi e usò

ulteriori camuffamenti per darmi una maggiore certezza al riguardo». Parlando in genere del suo rapporto

con Gianluigi Nuzzi, sempre nello stesso interrogatorio, l’imputato precisa inoltre: «Naturalmente sapevo di

correre dei pericoli, nel senso che c’era il rischio di essere scoperto. Soprattutto per le gravi conseguenze

che questo comportamento importava. Naturalmente sapevo anche che non avrei potuto scappare o

sottrarmi poiché questo sarebbe stato espressione di vigliaccheria».

Che l’imputato avesse sentito la necessità di parlare con il proprio Padre spirituale è confermato dal

testimone Mons. Georg Gänswein nel riferire l’atteggiamento tenuto dallo stesso imputato Paolo Gabriele

quando gli aveva comunicato la sospensione cautelare dal lavoro: «Molto freddamente mi ha poi detto che

era tranquillo e sereno avendo a posto la coscienza avendo avuto un colloquio con il Padre spirituale» [doc.

136 del fascicolo d’ufficio]. Del resto il medesimo imputato, nel corso del suo interrogatorio del 21. VII. 2012

[doc. 142 del fascicolo d’ufficio], ha spiegato con il consiglio della propria Guida spirituale la posizione di

diniego tenuta nei confronti delle contestazioni mossegli da Mons. Georg Gänswein nel corso della riunione

della "Famiglia Pontificia" del 21. V. 2012: «D’altra parte questo mio atteggiamento di negazione delle

responsabilità, seguiva anche le indicazioni del mio Padre Spirituale che mi aveva detto di attendere le

circostanze e salvo che fosse stato il Santo Padre a chiedermelo di persona di non affermare ancora questa

mia responsabilità».

Inoltre il comportamento disteso, quando non distaccato, tenuto dall’imputato Paolo Gabriele dopo la

divulgazione dei documenti riservati attuata dal giornalista Gianlugi Nuzzi e notata anche da alcuni testimoni

[cfr. deposizioni dei testi, O, N e M, rispettivamente doc. 135, 137 e 138 del fascicolo d’ufficio], appare come

qualche cosa di consapevole fin dal primo interrogatorio dello stesso imputato il 24. V. 2012 [doc. 15 del

fascicolo d’ufficio]: «Durante la notte ho pensato ai fatti che mi vedono coinvolto e ho deciso di dare la mia

collaborazione più piena ai fini dello scoprimento della verità, mi sento comunque tranquillo anche se sono

consapevole [che] alcuni danni, provocati dai fatti che mi hanno visto coinvolto e che non riguardano la mia

persona, non sono riparabili».

L’attività criminosa dell’imputato è maturata in un contesto di disagio e di critica consapevole nei riguardi di

vicende, organismi e personalità della Chiesa e dello Stato della Città del Vaticano [cfr. deposizioni dei

testimoni A, H e M, rispettivamente doc. 85, 126 e 138 del fascicolo d’ufficio] come lo stesso imputato ha

asserito nel suo interrogatorio del 6. VI. 2012 [doc. 47 del fascicolo d’ufficio]: «Sono stato suggestionato da

circostanze ambientali, in particolare dalla situazione di uno Stato nel quale c’erano delle condizioni che

determinavano scandalo per la fede, che alimentavano una serie di misteri non risolti e che destavano diffusi

malumori». D’altronde il medesimo imputato nel corso dell’interrogatorio del 5. VI. 2012 [doc. 46 del

fascicolo d’ufficio] aveva avuto occasione di annotare: «Preciso che vedendo male e corruzione dappertutto

nella Chiesa, sono arrivato negli ultimi tempi, quelli… della degenerazione, ad un punto di non ritorno,

essendomi venuti meno i freni inibitori. Ero sicuro che uno shock, anche mediatico, avrebbe potuto essere

salutare per riportare la Chiesa nel suo giusto binario. Inoltre nei miei interessi c’è sempre stato quello per

l’intelligence, in qualche modo pensavo che nella Chiesa questo ruolo fosse proprio dello Spirito Santo, di cui

mi sentivo in certa maniera un infiltrato».

7. In cause come quella in discussione assumono un ruolo di peculiare importanza le perizie, nella cui

valutazione il Giudice è tradizionalmente guidato da due principi risalenti: il primo secondo il quale "peritis in

arte standum est" [cfr. G. Mascardi, Conclusiones omnium probationum, vol. II, Augustae Taurinorum, 1597,

concl. 1151, n. 12, f. 94r; concl. 1174, n. 1, f. 117r e concl. 1214, n. 3, f. 156r], ed il secondo per il quale

"iudex est peritus peritorum". Come si è detto [cfr. supra, n. 2] in giudizio si hanno due perizie: quella

d’ufficio, affidata al Prof. Dr. Roberto Tatarelli [doc. 108/A del fascicolo d’ufficio] e quella del Secondo Perito,

nominato dall’imputato, Prof. Dr. Tonino Cantelmi [doc. 115/A del fascicolo d’ufficio].

Le operazioni peritali si sono articolate in tre colloqui clinici svolti rispettivamente il 18 e il 21. VI e il 2. VII.

2012. Inoltre al periziando sono stati somministrati alcuni reattivi mentali [Minnesota Multiphasic Personality

Inventory – 2; Millon Clinical Multiaxial Inventory – III (MCMI – III); Metodo Rorschach – somministrato e

siglato secondo Exner; Progressives Matrices 38 (Colonne C, D)].

Il Perito d’ufficio, basandosi su molteplici ed accurati esami condotti sul periziando, dopo aver tra l’altro

annotato che «il pensiero [ dell’imputato] risulta contraddistinto da marcati elementi di tipo persecutorio»,

così che «più volte fa riferimento a complotti e macchinazioni a favore e/o danno di personaggi di rilievo sia

laici sia, più frequentemente, prelati», afferma: «Non si rilevano disturbi di significato clinico sia nell’area

attentiva, sia in quella mnestica, sia nell’intelligenza. A tal proposito, però, nel corso dei colloqui, si nota una

povertà delle capacità associative e di quelle dell’astrazione con un pensiero solo superficialmente complesso

ma in verità piuttosto semplificato… In conclusione dall’esame psichico non si rivelano segni o sintomi che

possano indicare una sindrome psichiatrica maggiore».

A giudizio del Prof. Dr. Roberto Tatarelli questa condizione psicodiagnostica dell’imputato Paolo Gabriele

trova sostegno negli esiti dei reattivi mentali impartiti al periziando dal suo collaboratore Prof. Dr. Paolo

Roma che nelle sue considerazioni conclusive puntualizza: «Il sig. Gabriele si caratterizza per una intelligenza

semplice in una personalità fragile con derive paranoidi a copertura di una profonda insicurezza personale e

di un bisogno irrisolto di godere della considerazione e dell’affetto degli altri. Accanto ad elementi di

sospettosità interpersonale sono presenti condotte ossessive del pensiero e dell’azione (meticolosità,

perseverazione), sentimenti di colpa e senso di grandiosità, connessi ad un desiderio di agire a favore di un

personale ideale di giustizia. La necessità di ricevere affetto può moderare i contenuti paranoidi ma al

contempo può esporre il soggetto a manipolazioni da parte degli altri ritenuti suoi amici ed alleati».

Il Prof. Dr. Roberto Tatarelli ritiene quindi di poter pervenire a queste conclusioni: «Il periziando risulta

caratterizzato da elementi marcatamente distonici della personalità. Tali elementi non sono facilmente

rilevabili all’esame psichico di routine, ma emergono con ampia evidenza nel colloquio prolungato, libero e a

contestazione, nonché, ancor più efficacemente, dal risultato dei reattivi mentali in tal senso si può

affermare che il periziando sia affetto da un’alterazione paranoide, con sfondo di persecutorietà, per lungo

tempo adeguatamente compensata nello stile di vita del sig. Gabriele».

Lo stesso Perito d’ufficio Prof. Dr. Roberto Tatarelli aggiunge ancora nella sua relazione peritale:

«L’organizzazione di personalità del sig. Gabriele si caratterizza anche per un profondo bisogno di ricercare

attenzione e affetto da parte degli altri. Il periziando riferisce in particolare di una sua grande capacità

comunicativa e di un enorme interesse ad intessere relazioni di tipo amicale e confidenziale con altri

dipendenti e con Prelati, anche di alto rango, della Città del Vaticano. In questi rapporti egli verosimilmente

andava molto al di là di quanto avrebbe potuto riferire se si fosse attenuto ai suoi limiti e ai suoi doveri di

riservatezza impliciti nel suo ruolo istituzionale… Questa condizione personologica è ulteriormente accentuata

e rafforzata dalla semplicità cognitiva riscontrata nel medesimo [periziando], confermata anche dal risultato

dei reattivi mentali somministrati».

Il Perito d’ufficio può così sinteticamente rispondere ai tre quesiti postigli dal Giudice istruttore [cfr. supra, n.

2]:

Al 1°: «La condizione personologica riscontrata [nel periziando] non configura un disturbo di mente tale da

abolire la coscienza e la libertà dei propri atti».

Al 2°: «In considerazione della pervasività della condizione personologica riscontrata, si ritiene il periziando

ancora socialmente pericoloso pur se nello specifico ambito dei reati ascrittigli».

Al 3°: «Tenuto conto dell’assetto personologico accertato, si considera il periziando suggestionabile e quindi

in grado di commettere azioni che possono danneggiare se stesso e/o altri».

Il Secondo Perito, Prof. Dr. Tonino Cantelmi, che ha partecipato alle operazioni peritali condotte dal Perito

d’ufficio, ritiene di poter affermare: «Gli elementi conoscitivi tratti dall’indagine clinico-testologica sulla

persona del sig. Paolo Gabriele delineano un’organizzazione personologica affetta da una identità incompleta

ed instabile, da suggestionabilità, da sentimenti di grandiosità, da alterata rigidità morale con un personale

ideale di giustizia, nonché da un bisogno di essere apprezzato e stimato. Tali aspetti personoligici hanno reso

il periziando fortemente inadeguato ad assolvere alle mansioni lavorative ricoperte dallo stesso». Anzi,

«l’incapacità del periziando di attenersi alle sue specifiche mansioni è stata ulteriormente peggiorata dal suo

personale ideale di giustizia e dall’alterata rigidità morale dando vita a valutazioni, considerazioni e

comportamenti inappropriati al suo ruolo istituzionale».

Il Secondo Perito annota ancora: «Il sig. Gabriele… proprio a causa della sua inidoneità a tener presente la

natura del proprio incarico lavorativo, sviluppò un grave malessere psicologico caratterizzato da inquietudine,

tensione, rabbia e frustrazione, in quanto fortemente sensibile alle vicende che, con modalità ossessiva,

diventavano oggetto di indagine ed approfondimento da parte dello stesso. Il periziando, inoltre, essendo

caratterizzato da un marcato bisogno di ricevere approvazione e considerazione, era incline ad allinearsi alle

richieste ambientali, diventando, in tal modo, soggetto di manipolazioni esterne».

In questo contesto psicodiagnostico il Secondo Perito, Prof. Dr. Tonino Cantelmi, può così rispondere ai

quesiti posti dal giudice istruttore:

Al 1°: Tra l’altro in questa risposta si sottolinea: «Quanto emerso appare avere assunto sul periziando il

potere di sviluppare una deformazione dei processi ideativi, fissità ideo-affettiva, rimuginazione, un esame

alterato della propria realtà personale ed ambientale che allo stato attuale e nel periodo 2011-2012 ha agito

abolendo la coscienza e la libertà dei propri atti».

Al 2°: «Gli accertamenti peritali svolti non hanno rilevato sul sig. Gabriele segni e sintomi che lo rendono un

soggetto socialmente pericoloso».

Al 3°: «Il periziando, pur essendo apparso suggestionabile su alcune specifiche circostanze, non ha

manifestato segni, sintomi e comportamenti che lo rendono un soggetto socialmente pericoloso e dunque in

grado di commettere azioni tese a danneggiare se stesso e gli altri».

Anzitutto, come si è annotato [cfr. supra, n. 5], l’art. 45 c. p. richiede soggettivamente, al fine

dell’imputabilità, e per ciò della colpevolezza, l’attribuibilità delle fattualità materiali costituenti reato come

atti umani; una tale qualifica, in forza dell’art. 46 c.p., viene meno in caso di infermità mentale tale da

togliere «la coscienza o la libertà dei propri atti», così che questi non possono più qualificarsi come umani.

Dagli atti di causa [cfr. supra, n. 6] risulta un espletamento corretto e diligente delle mansioni lavorative che

svolgeva l’imputato Paolo Gabriele, a giudizio non solo di chi lo conosceva ma, soprattutto, di quanti gli

erano vicini nell’espletamento di quelle attività o le dirigevano.

D’altra parte diventa difficile considerare come non umane le fattualità criminose delle quali, nonostante le

giustificazioni, l’imputato sentiva, con la gravità delle conseguenze che ricadevano su altri, il disvalore così da

avvertire il bisogno del consiglio del proprio Padre spirituale dal quale riceveva pace e tranquillità di

coscienza.

In questo complesso contesto fattuale e legale, non altrimenti da quanto sostiene anche il Promotore di

giustizia nella sua requisitoria [doc. 159 del fascicolo d’ufficio], appaiono più persuasive di quelle del

Secondo Perito [cfr. doc. 115/A del fascicolo d’ufficio], le conclusioni del Perito d’ufficio Prof. Dr. Roberto

Tatarelli [doc. 108/A del fascicolo d’ufficio] il quale afferma che «in conclusione dall’esame psichico non si

rilevano segni o sintomi che possano indicare una sindrome psichiatrica maggiore», cosicché «la condizione

personologica riscontrata non configura un disturbo di mente tale da abolire la coscienza e la libertà dei

propri atti». In definitiva si deve affermare la sussistenza nell’imputato di una capacità di intendere e di

volere tale da non impedirne la imputabilità e la colpevolezza, anche se, eventualmente, spetterà al Giudice

di merito soppesarne l’esatta misura, in particolare alla luce dell’art. 47 c.p.

D’altra parte in presenza della perdurante posizione critica verso vicende e persone che operano nella Chiesa

e nello Stato della Città del Vaticano evidenziata dagli atti di causa [cfr. supra, n. 6] ed altresì in presenza di

condizioni di manipolabilità personali ammesse, come si è visto, dalla stessa relazione del Secondo Perito –

anche se solo «su alcune specifiche circostanze», che ne precisano quindi una delimitazione – diventa arduo,

con il Prof. Dr. Tonino Cantelmi, negare sia una pericolosità dell’imputato – anche se circoscritta agli ambiti

nei quali si è attuata la sua attività materialmente delittuosa – sia una sua capacità di ideazione criminosa

auto o etero-diretta, ancorché nella sfera ristretta nella quale si è svolta la sua fattualità delittuosa. In realtà

sembra al Giudice istruttore condivisibile quanto in proposito puntualizza il Promotore di giustizia nella sua

requisitoria [doc. 159 del fascicolo d’ufficio] e cioè che si deve considerare «il Gabriele, di per sé

caratterizzato da una pericolosità specifica e relativa» e inoltre, nello stesso ambito circoscritto, «soggetto

suggestionabile e, come tale, in grado di commettere anche azioni eterodirette che possono danneggiare se

stesso e/o altri».

8. Occorre ora soffermarsi sulla posizione dell’altro imputato in stato di libertà provvisoria, il sig. Claudio

Sciarpelletti, alle cui vicende processuali si è già avuto occasione di fare cenno [cfr. supra, n. 1]. Il 25. V.

2012, con l’autorizzazione del Promotore di giustizia, si procedeva alla perquisizione dell’ufficio del sig.

Claudio Sciarpelletti.

In un cassetto della scrivania indicato dallo stesso sig. Claudio Sciarpelletti [cfr. deposizioni dei testimoni D e

L, rispettivamente doc. 109 e 134 del fascicolo d’ufficio] veniva rinvenuta – secondo quanto si legge nel

verbale di interrogatorio e di arresto dello stesso imputato Claudio Sciarpelletti redatto dalla Polizia

Giudiziaria [doc. 1 all. 4 del fascicolo prot. N. 19/12 Reg. Gen. Pen.] – «una busta bianca formato medio,

chiusa, con su scritto sulla parte davanti "Personale P. Gabriele" e sul retro, riportante il timbro a secco bleu

della Segreteria di Stato – Ufficio Informazione e Documentazioni», contenente alcuni documenti. In special

modo nella busta sequestrata si è trovato anche materiale pubblicato nel libro di Gianluigi Nuzzi "Sua

Santità. Le carte segrete di Benedetto XVI", in particolare lo scritto denominato "Napoleone in Vaticano".

Occorre osservare come l’imputato Claudio Sciarpelletti abbia tenuto, nel caso degli interrogatori ai quali è

stato sottoposto dalla Polizia Giudiziaria [doc. 1, all. 1, 4 e 5 del fascicolo prot. N. 19/12 Reg. Gen. Pen.], dal

Promotore di giustizia [cfr. doc. 2, del fascicolo prot. N. 19/12 Reg. Gen. Pen.] e dal Giudice istruttore [cfr.

doc. 94 del fascicolo d’ufficio] un atteggiamento variabile e altalenante, già per quanto si riferisce al suo

rapporto con l’imputato Paolo Gabriele. In proposito, nelle dichiarazioni spontanee rese alla Polizia

Giudiziaria, se in quelle del 25. V. 2012 anteriori alla perquisizione del suo ufficio aveva parlato di una

semplice conoscenza con rapporti di natura unicamente lavorativa [doc. 1, all. 1 del fascicolo prot. N. 19/12

Reg. Gen. Pen.], in quelle, pur dello stesso giorno, ma successive a quella perquisizione, aveva affermato

che, ancorché tra loro non vi fosse una grande amicizia, aveva intrattenuto con lui «uno scambio di opinioni»

[doc. 1, all. 4 del fascicolo prot. N. 19/12 Reg. Gen. Pen.]. Nell’interrogatorio poi davanti al Giudice istruttore

del 28. VI. 2012 [doc. 94 del fascicolo d’ufficio] l’imputato Claudio Sciarpelletti ha affermato di avere tenuto

con l’imputato Paolo Gabriele, dopo che questi era divenuto Aiutante di Camera del Sommo Pontefice,

numerosi rapporti di lavoro, aggiungendo: «Ho avuto occasione di scambiare con lui circa tre e-mail e una

ventina di sms. Una volta siamo andati con le famiglie a consumare insieme un gelato e un’altra volta

insieme ad altri colleghi abbiamo partecipato ad una gita presso i giardini di Castel Gandolfo. Una volta è

anche venuto con la famiglia a vedere la mia casa.».

A proposito della documentazione sequestrata, l’imputato Claudio Sciarpelletti forniva una prima versione dei

fatti nelle dichiarazioni spontanee rese alla polizia giudiziaria dopo la perquisizione del suo ufficio il 25. V.

2012: «Questa busta me l’ha data Paolo Gabriele circa un paio di anni fa, non ne sono matematicamente

certo. Con Paolo non ho una grande amicizia ma vi è uno scambio di opinioni e per questo mi ha consegnato

tutto il materiale contenuto nella busta affinché io gli esprimessi un parere. Preciso che quando Paolo mi ha

dato la busta, questa era chiusa, e completamente in bianco, solo nella parte retrostante vi era il timbro a

secco della Segreteria di Stato – Ufficio Informazioni e Documentazioni. Non so chi avesse applicato questo

timbro, presumo che ce l’abbia messo Paolo. Era mia intenzione aprirla e leggerla, ma non l’ho mai fatto

perché la cosa non mi interessava più di tanto, e a distanza di tanto tempo me ne sono dimenticato. Dopo

pochi giorni ho scritto sul davanti la dicitura "Personale P. Gabriele" riproponendomi di leggerla

successivamente. Fino a oggi, quando i Gendarmi sono venuti nel mio ufficio, è rimasta sempre nel cassetto

della scrivania, né Paolo me l’ha più richiesta, come pure non mi ha mai più chiesto il parere che dovevo

esprimergli».

Una seconda versione viene fornita nelle dichiarazioni spontanee rese alla stessa Polizia Giudiziaria il giorno

successivo 26. V. 2012 [doc. 1, all. 5 del fascicolo prot. N. 19/12 Reg. Gen. Pen.] e più tardi confermate

davanti al Promotore di giustizia [doc. 2 del fascicolo prot. N. 19/12 Reg. Gen. Pen.]: «Dopo aver passato la

notte a riordinare le idee posso precisare che la busta che avete sequestrato e che era all’interno della mia

scrivania non mi è stata consegnata dal sig. Paolo Gabriele e la scritta "Personale P. Gabriele" è stata da me

apposta. La busta era integralmente chiusa con timbro della Segreteria di Stato. Questa busta non mi fu

consegnata da Paolo Gabriele, ma da W affinché io la conservassi e la consegnassi a Paolo Gabriele. La

busta mi è stata consegnata circa 2 anni fa ed è rimasta sempre chiusa e nella mia scrivania. Francamente io

me ne ero dimenticato in quanto nessuno me l’aveva chiesta. Preciso che ho apposto la dicitura "Personale

P. Gabriele" affinché potessi ricordare a chi era destinata. Né W né Paolo Gabriele non mi hanno mai chiesto

conferma dell’avvenuta consegna della busta. Per questo motivo me ne sono dimenticato».

Nell’interrogatorio davanti al Giudice istruttore del 28. VI. 2012 [cfr. doc. 94 del fascicolo d’ufficio],

l’imputato Paolo Sciarpelletti, dopo aver precisato che la vicenda risalente agli anni 2009-2010 aveva avuto

inizio da una richiesta fattagli dall’imputato Paolo Gabriele di incontrare W e, suo tramite, di conoscere Y così

che si era avuto un duplice scambio di buste da «Paolo Gabriele da consegnare a W e da W per Paolo

Gabriele», in riferimento alla documentazione sequestratagli asserisce: «Presumo, ma non ne sono

assolutamente certo, nonostante i miei tentativi di ricordare con certezza la vicenda, che si tratti della busta

affidatami da W per Paolo Gabriele». Il medesimo imputato – ciò che può destare una qualche perplessità –

pur ammettendo che la consegna di una tale documentazione costituisse un fatto eccezionale, nello stesso

interrogatorio del 28. VI. 2012 afferma di averla dimenticata senza conoscerne i contenuti nella sua

scrivania, non avendo dato peso alla cosa in se stessa ed essendo stato preso dalla molteplicità dei suoi

impegni d’ufficio.

Per parte sua l’imputato Paolo Gabriele nel suo interrogatorio del 21. VII. 2012 [doc. 142 del fascicolo

d’ufficio] ha affermato di essere stato lui, per averne un parere – pur se lascia dubbiosi la richiesta di

valutazione su persone che, salvo per quanto attiene al documento relativo al Corpo della Gendarmeria, lo

stesso Sciarpelletti nel suo interrogatorio del 28. VI. 2012 [doc. 94 del fascicolo d’ufficio] dice di non

conoscere – a consegnare la documentazione all’imputato Claudio Sciarpelletti con il quale precisa inoltre di

avere un rapporto di amicizia dovuto alle frequentazioni di servizio e con il quale – aggiunge – «ci

incontravamo anche fuori e con le famiglie anche a casa dello Sciarpelletti».

Avendogli poi il Promotore di giustizia ricordato di essere stato anche tramite della consegna all’imputato

Paolo Gabriele di una busta datagli da X ed essendogli stato chiesto il perché si fosse pensato a lui,

l’imputato Claudio Sciarpelletti precisa: «X ha pensato a me nell’affidarmi questa busta per le mie

frequentazioni della Segreteria del Santo Padre. Tanto più che quando ciò accade è proprio Paolo Gabriele

che mi accompagna» [interrogatorio del 28. VI. 2012, doc. 94 del fascicolo d’ufficio].

Un attento esame degli elementi che emergono dagli atti di causa porta ad escludere la sussistenza di

qualsiasi traccia riguardante il reato di cui all’art. 159 c. p. relativo alla violazione del segreto epistolare.

Troppo labili e vaghi appaiono anche gli indizi relativi al reato di concorso nel furto aggravato di cui è

accusato il sig. Paolo Gabriele, ai sensi degli art. 63 e 402 e seg. c.p., così da far ritenere che non siano

sufficienti le condizioni necessarie per un giudizio.

Occorre invece verificare con attenzione l’altra ipotesi delittuosa imputata al sig. Claudio Sciarpelletti

riguardante il reato di favoreggiamento previsto dall’art. 225 c. p. per «chiunque, dopo che fu commesso un

delitto per il quale è stabilita una pena non inferiore alla detenzione, senza concerto anteriore al delitto

stesso, e senza contribuire a portarlo a conseguenze ulteriori, aiuta taluno ad assicurarne il profitto, a

eludere le investigazioni dell’Autorità, ovvero a sottrarsi alle ricerche della medesima o alla esecuzione della

condanna, e chiunque sopprime o in qualsiasi modo disperde o altera le tracce o gli indizi di un delitto che

importi la pena suddetta».

Una simile norma prevede due diverse ipotesi delittuose. Una prima fattispecie – di natura oggettiva

[favoreggiamento reale] ha lo scopo di impedire una collaborazione volta al consolidamento decisivo dei

vantaggi determinati dalle attività criminose. La seconda, invece – di natura soggettiva [favoreggiamento

personale] – è soprattutto indirizzata a salvaguardare una corretta amministrazione della giustizia e. per ciò,

una attuazione lineare del processo penale.

In questa seconda ipotesi delittuosa rientra l’elusione delle investigazioni da parte della Autorità alle quali

queste sono affidate dalla legge. A proposito di una simile fattispecie è stato scritto: «La ipotesi in esame

deve riguardare il fatto che le ricerche dell’Autorità che si vogliano rendere vane [o comunque che si

intendono ostacolare], siano dirette, non alla ricerca dell’Autore del fatto principale…, ma alla constatazione

di circostanze o di indizi riguardanti la colpevolezza dell’Autore medesimo» [G. Crivellari, Codice penale, op.

cit., vol. VI, Torino, 1895, p. 670].

In questa prospettiva le contrastanti versioni dei fatti fornite dall’imputato Claudio Sciarpelletti possono

aversi come un intralcio alle indagini. Considerato che dagli atti di causa risulta che non vi è stato concerto

tra gli imputati Paolo Gabriele e Claudio Sciarpelletti e che quest’ultimo non ha portato ad ulteriori

conseguenze il reato del quale è accusato il primo imputato, si può ritenere che sussistono ragioni sufficienti

per sottoporre a giudizio per il reato di favoreggiamento l’imputato Claudio Sciarpelletti.

9. P. Q. M.

In conformità con le richieste avanzate dal Promotore di giustizia nella sua requisitoria;

visti gli art. 265 e seg. c.p.p.;

dichiara

la parziale chiusura dell’istruttoria, ai sensi dell’art. 265 seg. c.p.p.;

dispone

il sequestro giudiziario della documentazione prelevata dalla Polizia Giudiziaria il giorno 23. V. 2012 a seguito

di perquisizione personale e locale nell’abitazione del cittadino vaticano sig. Paolo Gabriele stabilendo che la

conservazione, con le garanzie e gli obblighi di legge, sia posta presso i locali del corpo della Gendarmeria a

disposizione dell’Autorità giudiziaria, nominandone custode il Direttore dei Servizi di Sicurezza e Protezione

Civile con facoltà di delega ad un ufficiale del Corpo della Gendarmeria, ai sensi degli art. 237 e seg. c.p.p.;

rinvia

il signor Paolo Gabriele a giudizio davanti al Tribunale per il reato di furto aggravato ai sensi degli art. 402,

403, 1° e 404, 1° c.p.;

dichiara

non doversi procedere nei confronti dell’imputato Claudio Sciarpelletti per il reato di violazione del segreto, ai

sensi dell’art. 159 c.p., per carenza di prova e per il reato di concorso nel reato di furto aggravato, ai sensi

degli art. 63, 402, 403, 1° e 404, 1° c.p., per insufficienza di prove;

rinvia

il sig. Claudio Sciarpelletti a giudizio davanti al Tribunale per il reato di favoreggiamento ai sensi dell’art. 225

c.p.

Si notifichi al Promotore di giustizia, agli imputati ed ai loro difensori ed al Corpo della Gendarmeria.

Città del Vaticano 13 agosto 2012

Prof. Avv. Piero Antonio Bonnet

città del vaticano

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