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Vittima di un'ingiustizia

Chico Forti, odissea negli Usa. In carcere da 12 anni senza prove, lo zio: "Non hai mai visto i suoi figli"

Gianni Forti racconta la storia del nipote accusato di omicidio: "Tutto questo ci è costato un milione di dollari"

Chico Forti, odissea negli Usa. In carcere da 12 anni senza prove, lo zio: "Non hai mai visto i suoi figli"

 

di Alessandro Dell'Orto

Chico Forti, 53 anni, è rinchiuso in carcere a Miami dal 2000. Accusato di un omicidio che non ha mai commesso. Ieri abbiamo raccontato la sua incredibile storia giudiziaria, ma non ci sono solo leggi e processi. C’è anche la vita di una famiglia distrutta. Chico come sta? E i suoi parenti? E i tre figli? E i genitori? Lo zio Gianni Forti, 70 anni, colui che sta gestendo la questione dall’inizio, si racconta e ci racconta quindici anni di calvario.

 

Gianni Forti, lei dal 1998 fa avanti e indietro dagli Usa per seguire da vicino la vicenda di Chico. A Trento chi è rimasto?
«Maria, la madre di Enrico, che ha 84 anni». 
Da quanto tempo non vede suo figlio?
«Per l’ottantesimo compleanno ha chiesto, come regalo, di essere portata in carcere. Poi c’è il fratello Stefano che ha 59 anni. E io, che sono lo zio. Fratello di suo papà Aldo».
Che non c’è più?
«Aveva problemi cardiaci. Quando Chico è stato arrestato non ha retto allo stress e nel 2001 è morto di crepacuore, aveva 71 anni».
Lei, tra i familiari, è quello che coordina questa situazione dall’inizio.
«Chico viene arrestato la prima volta tra il 20 e il 21 febbraio del 1998. Mi precipito negli Usa e il 23 febbraio sono già là, pur non sapendo una parola di inglese. Con l’aiuto della moglie mi faccio accompagnare dagli avvocati. E rimango senza parole».
Perché?
«Chiedo cosa sta succedendo e la risposta è: “Con gli italiani è meglio non parlare”. Capito? Come dire che non siamo affidabili, che siamo dei delinquenti».
Urca che impatto. E Chico? Quando lo incontra la prima volta?
«Pochi giorni dopo. É rinchiuso nel carcere del tribunale, in camere da 50/60 persone. Ci parliamo attraverso un vetro, domando che è successo. Mi guarda: “Zio, non so nulla di preciso”. A parte le dichiarazioni rese la prima volta, non era più stato sentito dal Procuratore».
Quando il secondo incontro?
«Nove giorni dopo presentiamo i documenti per garantire la somma della cauzione. Chico viene liberato e ha la possibilità di stare a casa con un gambaletto su cui c’è inserito un monitor: controlla che non esca dall’abitazione e che non parli con nessuno al telefono».
Per quanto tempo?
«Un mese. Poi ottiene la possibilità di muoversi all’interno del residence per due mesi e infine torna libero: basta che non esca dagli Usa».
E riprende a lavorare?
«Commercia in cosmetici, organizza sfilate, tanto per riuscire a guadagnare qualcosa. Ma poi...».
Che succede?
«Nell’ottobre del 1999 va dall’avvocato pensando di chiudere il caso, ma si trova una sorpresa inaspettata».
Quale?
«C’è pronto un dossier - basato sulle testimonianze del padre della vittima e del tedesco che ha coinvolto Chico in tutta questa faccenda - che ha convinto il pm a cambiare l’accusa: da concorso in omicidio a omicidio di primo grado. L’11 ottobre Enrico viene arrestato e portato nel carcere di Metro-Dade, dove resterà per 8 mesi in attesa del processo».
Già, terminato con l’incredibile condanna all’ergastolo.
«Chico quindi viene trasferito nel carcere Everglades Correctional Institution, poco fuori Miami. Noi parenti siamo schedati e possiamo entrare solo il sabato e la domenica digitando un “pin” mentre posizioniamo la mano in una macchinetta. Che il più delle volte non funziona».
Enrico come si trova nella nuova prigione?
«L’impatto è duro. Avendo un fisico da atleta, gli affidano la gestione di uno stage sportivo, una sorta di palestra. Qualcuno degli altri carcerati però non apprezza e cerca di boicottarlo: un ragazzo di colore gli rompe gli attrezzi, scoppia uno scontro. E Chico riesce a farsi rispettare, conquistando anche la fiducia degli altri».
Gianni, lei quante volte è andato a trovare suo nipote in carcere?
«Una quarantina».
Il momento più drammatico?
«Un mese dopo la sentenza c’è l’appello di routine. Chico è nella tribunetta, incatenato con altri sei detenuti. L’avvocato parla per cinque minuti, mentre il giudice beve un caffè e ripete quasi a caso ogni tanto “questo è irrilevante”. Poi batte il martello e dice: “Condanna confermata”. Ecco, gli occhi sbarrati di Enrico in quel momento non li dimenticherò mai». 
Torniamo alla prigione. Dopo 10 anni cambia ancora.
«Dal 2010 Chico è rinchiuso nel Dade Correctional Insitution di Florida City, a circa 75 km da Miami. Per noi ora, vederlo, è un po’ più complicato».
Perché?
«Non essendo residenti negli Usa dobbiamo fare una richiesta di visita ogni volta, compilando un modulo speciale e corredando la richiesta di passaporto e biglietto aereo di andata e ritorno. Però...».
Dica.
«Siamo orgogliosi perché Chico il 6 dicembre ha ricevuto un riconoscimento dal carcere per aver ideato un programma scolastico che si chiama Re-Entry destinato ai detenuti che stanno per essere rilasciati e dovranno affrontare la vita civile della quale ormai non conoscono più quasi nulla. Chico fa l’insegnate (cultura generale, libertà finanziaria, matematica e inglese per gli stranieri) e il progetto ha avuto un grande successo: gli studenti sono oltre 70 e da altri carceri vanno a vedere come funziona».
Gianni, parliamo della famiglia di Chico. Lui ogni volta spiega che la forza per andare avanti e non mollare la trova nei suoi tre figli.
«Savannah ha compiuto 18 anni il 30 dicembre, Jenna ha 16 anni e Francesco ne ha 14».
Dove stanno?
«Alle Hawai, dove l’ex moglie di Enrico si è trasferita subito dopo la condanna per raggiungere la madre».
Li sente per telefono?
«Può parlare con loro, ma solo ogni tanto».
Ogni quanto li vede?
«Non li ha mai più visti, anche perché erano piccoli e non abbiamo voluto condizionarli. Una sola volta, nel 2004, i due più piccoli sono andati a trovarlo in carcere. Savannah ha sempre avuto un blocco psicologico e ripete che desidera riabbracciare suo papà, ma solo da uomo libero». 
Gianni Forti, questa situazione assurda ha portato drammi umani, ma anche complicate questioni economiche. Tra processi, avvocati, appelli e cauzioni finora quanto avete dovuto pagare?
«Più di un milione di dollari. Senza l’aiuto delle sottoscrizioni non ce l’avremmo mai fatta. E non è ancora finita».
Appunto. Quando andrà da Chico la prossima volta?
«Per la presentazione della nuova istanza di revisione del processo. Tra un mese. Sperando che sia la volta buona».

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