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Disintossicarsi dai litigi

L'Anonima dei figli di genitori separati

Michele ha sei anni. Non vuole frequentare la nuova casa del padre, tanto meno rimanerci a dormire nei giorni fissati dal giudice. I genitori si sono separati in malo modo e la situazione è ancora tesa: Michele preferisce rimanere nella casa che percepisce come familiare segue a pagina e oltretutto, andando dal padre, crede di tradire la madre. E ancora. Angelo ha dieci anni e non vuole sentir parlare della bambina avuta dalla mamma dal secondo matrimonio. La piccola incarna la nuova relazione della madre, giocarci vuol dire riconoscere la fine della prima famiglia. Che Angelo, però, spera di poter ancora riunire. Fin qui i bambini: gli adolescenti hanno una reazione diversa alla separazione di mamma e papà. Daniela, 17 anni, è una “bulimica” senti - mentale: entra e esce da fidanzamenti che dovrebbero essere eterni, ma non durano. Federico, un anno più piccolo, è invece un eremita che rifugge le relazioni sentimentali. Entrambi interiorizzano e trasformano la rottura dei propri genitori. Mortificazione, vergogna, desiderio di ricomporre il nucleo familiare.

Così come rabbia, paura e necessità di sentirsi ancora uniti sia alla figura paterna che a quella materna. E una sola soluzione: parlare per uscire dal proprio guscio. È il divorzio visto dalla parte dei bambini, così come risulta dall’Osservatorio nazionale sui gruppi di Parola dell’uni - versità Cattolica di Milano, struttura coordinata da Maria Costanza Marzotto. Secondo i dati Istat, nel 2011 ci sono state più di 88mila separazioni e quasi 54mila divorzi: nella maggior parte dei casi si è trattato di coppie con bambini. Quello che fa l’equi - pe della Marzotto, in cicli di terapia da quattro incontri in un mese, è mettere al centro le reazioni e le esigenze dei più piccoli. L’esempio viene dai paesi anglosassoni, dove il gruppo di parola è un’espe - rienza consolidata. Con quartiere generale a Milano, ma presente in tutti i grandi centri e ben ramificato al centronord, l’Osservatorio ha pubblicato nel 2010 un primo volume con i risultati delle proprie esperienze. Entro il 2014 darà alle stampe la versione aggiornata del proprio lavoro.

«Dividiamo i ragazzi in due fasce d’età, perché l’età caratterizza il tipo di reazione alla separazione dei genitori - spiega Paola Farinacci, mediatrice familiare e membro del gruppo di ricerca guidato da Marzotto -: prima i bambini tra i 6 e gli 11 anni, e poi gli adolescenti». I primi hanno una reazione dettata dal senso di responsabilità: «Si sentono in colpa, vogliono porre rimedio alla situazione, si sentono diversi rispetto agli amici ». I secondi, invece, reagiscono in modo diverso, ma non meno complesso: «È un’età in cui già si affronta una trasformazione - sostiene Farinacci - che passa proprio dalla differenziazione dai genitori ». Non c’è una differenza di genere, fanno sapere dall’Osser - vatorio, se non che le bambine sanno tradurre più facilmente in parole i propri sentimenti, mentre i maschietti ricorrono più spesso al linguaggio del corpo. C’è un aspetto, però, che unisce le due esperienze: il bisogno di parlare. «I nostri si chiamano gruppi di parola proprio perché - aggiunge Farinacci - la cosa più difficile per i figli di coppie in via di separazione è esternare i sentimenti e condividere le emozioni».

I più piccoli sono egocentrici e autoreferenziali, «per questo confrontarsi con chi vive le stesse condizioni - dice la mediatrice familiare - aiuta a capire i confini delle proprie esperienze e a realizzare che la vita va avanti». Al termine dei ciclo di incontri i risultati si vedono, i limiti e le autocensure cadono: Michele accetta di andare dal padre, Angelo di prendere in braccio la sorellina. Ma perché ciò avvenga, è importante la partecipazione di entrambi i genitori. «Prima di accettare i bambini nel gruppo - racconta Farinacci - chiediamo l’autorizza - zione firmata sia del padre che della madre. Non solo per questioni legali: loro partecipano a due incontri su quattro, e fanno parte integrante del lavoro». Spesso le separazioni sono conflittuali. A volte le madri mettono i figli contro i padri, o viceversa. «Si perdono di vista le esigenze del bambino - commenta - è questo non può non avere ricadute. Il figlio porta entrambi i genitori nella sua identità profonda - aggiunge -, ha bisogno di rimanere sempre in contatto con loro, non dovrebbe essere coinvolto nel conflitto».

di Roberto Procaccini

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