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Muore d'infarto per troppo lavoro: azienda condannata

La Cassazione conferma il risarcimento ai familiari di un dirigente

Muore d'infarto per troppo lavoro: azienda condannata

Il datore di lavoro è responsabile se il dipendente muore di infarto a causa dell’eccessivo carico di lavoro a cui è stato sottoposto. Lo ha sancito la Cassazione, confermando la responsabilità di una nota azienda di telecomunicazioni, che dovrà dunque risarcire con oltre 850mila euro i familiari - la vedova e una figlia minorenne - di un dirigente morto di infarto. La sezione lavoro della Suprema Corte ha infatti rigettato il ricorso della società contro la sentenza con cui la Corte d’appello di Roma, ribaltando il verdetto emesso dal giudice di primo grado, aveva stabilito il risarcimento danni per i familiari dell’uomo. Egli svolgeva mansioni di quadro nella società e, negli ultimi mesi di lavoro si era trovato ad operare - aveva denunciato la famiglia - in "condizioni di straordinario aggravio fisico": l’attività lavorativa "si era intensificata fino a raggiungere ritmi insostenibili", con una media di "circa 11 ore giornaliere" e con il "protrarsi dell’attività a casa e fino a tarda sera".

Il datore di lavoro si era invece difeso davanti alla Corte rilevando che tali ritmi "serratissimi" erano dovuti soltanto alla "attitudine" del dipendente "a sostenere e a lavorare con grande impegno" e al suo "coinvolgimento intellettuale ed emotivo nella realizzazione degli obiettivi". L’azienda si era detta ignara delle "modalità" con cui l’uomo "esplicava la sua attività lavorativa", dato che egli non aveva "mai espresso doglianze o manifestato disagi fisici".

I giudici di piazza Cavour non hanno affatto condiviso le tesi dell’azienda. "La responsabilità del modello organizzativo e della distribuzione del lavoro - si legge nella sentenza - fa carico alla società, la quale non può sottrarsi agli addebiti per gli effetti lesivi dell’integrità fisica e morale dei lavoratori che possano derivare dall’inadeguatezza del modello adducendo l’assenza di doglianze mosse dai dipendenti o, addirittura, sostenendo di ignorare le particolari condizioni di lavoro in cui le mansioni affidate ai lavoratori vengono in concreto svolte". 

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Commenti all'articolo

  • carlooliani

    08 Dicembre 2014 - 09:09

    E i familiari parassiti si vergognino. Spero che debbano dilapidare i soldi rubati all'azienda che li ha mantenuti fino alla scomparsa di chi ivi lavorava per qualche disgrazia naturale mandata dal cielo. I disonesti (loro, il loro avvocato ed i giudici) solo questo si meritano. E i disoccupati aumenteranno ancora di più grazie a questi giudici e a queste sentenze.

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  • carlooliani

    08 Dicembre 2014 - 09:09

    La ditta deve essere onnisciente e deve controllare come lavora il dipendente e cosa fa quando è a casa sua! E la libertà del lavoratore stavolta non interessa. Vorrei conoscere i Giudici di Appello e Cassazione che hanno emesso questa sentenza per sputargli in faccia a questi bastardi delinquenti!

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  • carlooliani

    08 Dicembre 2014 - 09:09

    Paese di dementi! Giudici , esseri innominabili equiparabili a Dio, se non fossero spesso dei deficienti mentali. Il Giudice di primo grado però va salvato. Quelli d'Appello e Cassazione vanno sottoposti a cure psichiatriche per uso di sostanze allucinogene.

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  • allianz

    08 Dicembre 2014 - 09:09

    Vale anche per chi svolge un lavoro al'estero?In cantiere lavoriamo 12 ore al giorno senza riposo per 90/120 giorni ed in condizioni climatiche estreme?.Come siamo trattati nel caso che qualcuno di noi ci rimane secco?La famiglia verrà risarcita nel caso di morte oppure noi lavoratori di cantieri estero siamo figli di un Dio minore?

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