Cerca

Sentenza Mediaset

Le strane relazioni del giudice che ha condannato Silvio Berlusconi

Le strane relazioni del giudice che ha condannato Silvio Berlusconi

In Italia è in atto una guerra dei trent’anni tra la magistratura italiana e una genìa di imprenditori di Cassino (Frosinone), accusati, a partire dal 1982, di truffa, evasione fiscale, bancarotta e, cosa particolarmente grave, di rapporti con la criminalità organizzata. Vincenzo Gabriele Terenzio, 62 anni, e il figlio Luigi, 41, sono stati arrestati e processati molte volte. Riuscendo con prescrizioni e assoluzioni a rimanere fuori dalle patrie galere. Ma se l’assoluzione del 2012 dall’accusa di associazione per delinquere di stampo camorristico (il sostituto procuratore aggiunto Otello Lupacchini ha presentato un articolato ricorso), aveva permesso loro di tirare un sospiro di sollievo, la Corte d’appello di Roma, nel luglio 2013, gli ha subito tolto il sorriso, confermando la confisca dei beni del 2009 e del 2011 per un valore di circa 150 milioni di euro. Una decisione, richiesta dalla Direzione investigativa antimafia, che ora dovrà essere confermata dalla sesta sezione della Suprema Corte di Cassazione. Il patrimonio sequestrato è disseminato tra Roma, Cassino e Frosinone: 41 unità immobiliari, 1 albergo, 22 terreni, 10 società, 2 imbarcazioni, 35 autovetture, 48 rapporti bancari intrattenuti con istituti di credito e intermediari finanziari.

Tra i beni confiscati va segnalato il complesso monumentale di origine medioevale soprastante una collina sita nel comune di Amaseno, trasformato in struttura ricettiva con ristorante, 12 bungalow, piscina, maneggio e persino un’antica chiesa. Per gli investigatori della Dia «i Terenzio nel corso degli anni hanno movimentato una liquidità pari a 76 milioni di euro a fronte di minimi redditi». Luigi, il più facoltoso, risulta dipendente della società anonima svizzera Az fashion, con un stipendio da «soli» 10 mila euro lordi che non gli ha impedito di aprire diversi conti in Svizzera e alle Bahamas. In ogni caso i Terenzio hanno i loro guai pure nella Confederazione elvetica. A quanto risulta a Libero, di loro si stanno interessando sia l’Amministrazione federale delle dogane (l’ufficio di Samaden) che la polizia criminale dell’Engadina (a Sankt Moritz i Terenzio hanno una pellicceria bersagliata da misteriosi furti). Gli inquirenti transalpini avrebbero messo sotto la lente d’ingrandimemto proprio l’Az fashion di cui Terenzio è ufficialmente dipendente (ma per gli investigatori è a lui riferibile), considerandola con i suoi 161 mila euro di merce sdoganata in 2 anni, una specie di scatola vuota utilizzata per traffici illeciti.

Nonostante questo impressionante elenco di guai giudiziari e l’ombra dei rapporti con la criminalità organizzata questa famiglia in autoesilio dorato sulle rive del lago di Lugano, non ha perso la voglia di intessere pubbliche relazioni. Aggiungendo, tra un processo e un altro, alla propria rete di amicizie una stimabile famiglia sorrentina di uomini di legge, i D’Isa. Il capostipite è il giudice della Suprema corte di Cassazione Claudio D’Isa, sessantacinquenne di Piano di Sorrento. Il suo nome è diventato famigliare al grande pubblico nel luglio 2013 quando D’Isa ha fatto parte della sezione feriale che ha condannato Berlusconi. Questo giudice, rotariano di antica data e ripetutamente corteggiato dal Pd sorrentino per una candidatura a sindaco, per sua stessa ammissione (vedere l’intervista) avrebbe conosciuto i Terenzio attraverso il figlio Dario, avvocato e imprenditore. Il trentasettenne legale, a sua volta, avrebbe ricevuto la delega per occuparsi del sequestro di uno dei natanti dei Terenzio e poi si sarebbe interessato per trovargli un posto barca. Da quel momento i rapporti professionali si sono trasformati in amicizia, e Luigi e Dario hanno condiviso pure le vacanze estive, successive alla sentenza Mediaset. Un po’ sulla barca «di un comune amico» sulla Costiera, un po’ in Engadina, dove Luigi Terenzio ha una bella dimora a Silvaplana.

Durante le vacanze estive Dario D’Isa ha presentato il padre ai nuovi amici. La loro frequentazione si sarebbe limitata a pochi convenevoli di circostanza. O per lo meno questa è la versione ufficiale dei D’Isa con cui, oggi, cercano di diradare il numero di incontri e di ridimensionare il tipo di legame con i Terenzio. Ma al nostro giornale, grazie a testimonianze e altre prove, risulta che questi rapporti siano molto più stretti di quanto non vogliano ammettere i protagonisti. Certo possiamo comprendere l’imbarazzo del giudice D’Isa nel rispondere di certi incontri ravvicinati, visto anche il suo impegno in pubblici convegni sulla legalità e sulla lotta alla criminalità organizzata. Per esempio nel 2011 presentò a Sorrento un libro dell’ex pm Antonio Ingroia. In quell’occasione attaccò Leonardo Sciascia per le sue parole sui «professionisti dell’antimafia» e Silvio Berlusconi per la sua critica a Roberto Saviano e alle opere che dipingono l’Italia unicamente come covo di mafiosi: «Per certi personaggi politici bisogna stare zitti, non pubblicare scritti sulla mafia o altra organizzazione criminale, non bisogna sollecitare dibattiti, non girare film e così via». Quindi aggiunse: «Parlare di legalità e di opposizione alla criminalità organizzata in questo Paese non è mai troppo, svegliare le coscienze, tenerle sempre in allerta è un dovere civico di tutti».

Nel settembre del 2013 D’Isa ha recuperato quella sua lezione e l’ha riletta pari pari agli studenti di un liceo sorrentino. Aveva appena partecipato alla camera di consiglio con cui è stato condannato Berlusconi. Al suo fianco era seduto il presidente di quella sezione feriale della Cassazione Antonio Esposito, già al centro di polemiche per aver parlato delle motivazioni della condanna al Cav in una interivsta. Il riferimento all’ex premier, nonostante la fresca condanna, non è stato eliminato. Nemmeno per una questione di eleganza. Evidentemente per lui una «frode fiscale» da 3 milioni di euro è un imperdonabile reato da galera. Convincimento legittimo. Più che legittimo. Ciò non gli ha impedito, però, di frequentare una famiglia di pluriinquisiti e arrestati a cui la Corte d’appello di Roma ha appena confermato un sequestro da 150 milioni di euro anche per sospetti rapporti con la criminalità organizzata. Il motivo forse lo troviamo proprio nelle parole di D’Isa, pronunciate, con tono piatto e quasi meccanico, sia nel 2011 che nel 2013: «Il pericolo è l’assuefazione, si l’assuefazione tipica di noi italiani e, ancora di più, di noi meridionali. Quella propensione ad accettare tutto, a cercare di giustificare tutto, senza ribellarsi, senza denunciare, senza mai più indignarsi e immergersi, così, in quella melma, o fango per usare un termine caro a Roberto Saviano, che non fa distinguere la persona perbene dagli uomini di malaffare, che porta a quella contiguità pericolosa accettata per meri tornaconti personali, giustificandoci con il dire “così fan tutti, nessuno può cambiare le cose”».
di Giacomo Amadori

Tutti gli approfondimenti su Libero in edicola oggi, martedì 13 maggio

- I Terenzio visti dai pm: "Sono vicini a membri della camorra"

- L'intervista a D'Isa: "Ho visto i Terenzio solo una volta"

- L'editoriale di Maurizio Belpietro: "Avere certi rapporti non è reato. Ma se sei una toga..."

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

Commenti all'articolo

  • zhoe248

    14 Maggio 2014 - 09:09

    Eh no, signori miei, qui un bel "concorso esterno" ci sta tutto!!

    Report

    Rispondi

  • zhoe248

    14 Maggio 2014 - 08:08

    Avere certi rapporti non è reato se li hanno i pm. A parità di frequentazioni Berlusconi o berlusconiani sarebbero già stati perseguiti e condannati per "concorso esterno".

    Report

    Rispondi

  • debant

    13 Maggio 2014 - 21:09

    Al Terego 2: Ricorda il milione di pensione?, Ricorda la legge (poi abrogata con un referendum) che riduceva della metà deputati e senatori, dava più poteri al Presidente del Consiglio, riforma CSM etc?, Mi auguro non capiti nelle grinfie di questa magistratura. HO partecipato ad un processo civile per 5 anni (come testimone) , ne sono passati altri 5 e non si é ancora concluso.

    Report

    Rispondi

  • debant

    13 Maggio 2014 - 21:09

    Al Terego: prima di scrivere s'informi. i posti di loavoro furono più di un milione, il falso in bilancio esiste ancora, ridurre i termini di prescrizione (così lunghi solo in Italia perché i magistrati lavorano poco e prima di decidere devono conoscere bene il credo politico dell'inquisito) è un dovere verso i cittadini che devono essere giudicati subito e non attendere lustri e lustri.

    Report

    Rispondi

Mostra più commenti

blog