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Il parere delle toghe

I Terenzio visti dai pm: "Sono vicini a membri della camorra"

I Terenzio visti dai pm: "Sono vicini a membri della camorra"

Il 4 luglio 2013 i giudici della Corte d’appello di Roma Claudio Cavallo, Alfredo Mantovano (l’ex sottosegretario all’Interno) e Maria Luisa Paolicelli hanno rigettato con decreto i ricorsi contro la confisca dei beni della famiglia Terenzio, imprenditori di Cassino (Frosinone), un patrimonio del valore di circa 150 milioni di euro. A richiedere il sequestro, nel 2009, erano stati la Direzione investigativa antimafia e il tribunale di Frosinone, su imput della Direzione distrettuale antimafia di Roma. La richiesta di rigetto, sostenuta dal sostituto procuratore generale Otello Lupacchini, ha superato lo scoglio dell’Appello e adesso si attende solo la pronuncia della Sesta sezione penale della Suprema corte di Cassazione che potrebbe rendere definitiva un’iniziativa giudiziaria tanto clamorosa. Nel procedimento di prevenzione sono coinvolti il capostipite, Vincenzo Gabriele Terenzio, 62 anni, i figli Luigi, 41, Anna Rita, 36, Enzo, 24, la moglie di Luigi, Coralla Rea, 40, e la compagna di Enzo, Marzia Covelli, 22, oltre a due stretti collaboratori della famiglia: Fabrizio Ferrante, 40, e Pierfrancesco Spada 37. La procedura ha avuto un’articolata istruttoria ed è durata circa 2 anni. Per Vincenzo e Luigi Terenzio è stata applicata per due anni anche la misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza. Misura che a Luigi è stata sospesa dopo il suo trasferimento in Svizzera, a Lugano. Il sequestro è stato confermato sulla base del nuovo codice antimafia, modificato dalla legge Alfano-Maroni nel 2008 e nel 2010, che estende la misura di prevenzione patrimoniale anche alla pericolosià generica e non solo a quella specifica di chi è organico alla criminalità organizzata.

Infatti il 22 ottobre 2012 i Terenzio sono stati assolti da un'accusa di mafiosità, sebbene lo stesso Lupacchini abbia presentato appello anche per quella decisione. In ogni caso le parole scelte dai giudici d'Appello per confermare la confisca sono devastanti per l'immagine di questi imprenditori del Frusinate: «Gli elementi significativi delle attività dei Terenzio descrivono una continuità di attività illecite» e se se le condanne divenute definitive sono «soltanto due, remote e interessano Vincenzo Gabriele» il motivo è semplice: «Sono non pochi i procedimenti penali estinti per prescrizione, senza che sia intervenuta una sentenza di assoluzione piena». Un concetto sottolineato dopo poche pagine: «La responsabilità di Vincenzo Gabriele per i numerosi episodi di bancarotta non ha trovato conferma definitiva solo grazie allo scorrere del tempo».

Quindi le toghe rimarcano le similitudini negative tra le diverse generazioni dei Terenzio: «Se si opera un salto in avanti di una decina di anni e si passa dal padre al figlio, ci si imbatte in modalità operative illecite assolutamente uguali, a conferma della circostanza che non ci si trova di fronte a due specchiati imprenditori perseguitati dalla giustizia (…) bensì a protagonisti di reiterate condotte di grave distorsione delle regole delle aziende, produttive di danni nei confronti di chi ha avuto a che fare con loro economicamente». I due, per la Corte, sono ugualmente «persone socialmente pericolose perché dedite a traffici delittuosi e ad acquisire il provento, anche in parte, di delitti, con condotte prolungate e reiterate tali da evidenziare uno stile di vita basato su bancarotte fraudolenti di aziende (…) false fatturazioni e false comunicazioni sociali». Per i magistrati in questo modo si inquina «il mercato legale dell'imprenditore onesto che non più in grado di operare in concorrenza per l'abbattimento dei costi dell'imprenditore “delinquente”». Ma se queste frasi sono uno stigma quasi definitivo per i Terenzio «imprenditori», in altre parti la sentenza collega i loro nomi alla criminalità organizzata. E lo fa nonostante, in primo grado, il Tribunale di Roma abbia escluso l'esistenza di un’associazione per delinquere di stampo mafioso collegata al traffico di merce contraffatta cinese, di cui avrebbero fatto parte i Terenzio. Infatti scrivono i tre giudici dell'Appello: «Gli elementi di fatto che si rinvengono agli atti del processo definito in primo grado appaiono tali da rafforzare la valutazione della pericolosità di Vincenzo Gabriele e di Luigi Terenzio, poiché descrivono padre e figlio oltre che dediti agli illeciti societari e fallimentari prima descritti, come soggetti prossimi a esponenti di rilievo della criminalità camorristica campana e a quella laziale».

In particolare emergerebbe la capacità dei Terenzio di misurarsi da pari pari con personaggi di primissimo piano della storica criminalità romana, come i Casamonica ed Enrico Nicoletti, l'ex tesoriere della Banda della Magliana, ma anche con «soggetti legati alla criminalità organizzata campana». Tra di essi, Gennaro De Angelis, descritto dalla Direzione investigativa antimafia come legato al clan dei Casalesi, «il quale appare particolarmente vicino ai Terenzio». Secondo la Corte d'Appello di Roma i Terenzio si sarebbero rivolti ai camorristi anche per risolvere questioni personali, come riottenere il maltolto, dopo aver subito una rapina, o per organizzare una truffa a un'asta giudiziaria. In quest'ultimo caso «la spregiudicatezza» di Vincenzo Gabriele Terenzio sarebbe giunta alle minacce, come dimostrerebbe un'intercettazione in cui si rivolge così a un diretto concorrente: «Ritirati subito, st'omme e merda, ti devo rompere le corna, ti devo far camminare sopra una sedia rotelle». Telefonate a parte, «a tratteggiare la figura di Vincenzo Gabriele Terenzio come un soggetto socialmente pericoloso (…) sono - in modo sostanzialmente concorde - più collaboratori di giustizia con età, storia, appartenenza, “risentimenti” e motivazioni differenti». Un’identità di dichiarazioni che «rinvia, al di là del dettaglio - la rapina, la truffa - a una effettiva contiguità con ambienti camorristici, che viene in causa ogni qual volta, soprattutto Vincenzo Gabriele Terenzio, ha necessità di risolvere questioni che lo interessano in modo “diretto”, “efficace”». Nel processo per mafia i Terenzio erano stati assolti soprattutto per la contraddittorietà delle dichiarazioni sul loro conto del boss Salvatore Giuliano, senza contare che il collegio di primo grado ha conferito ai loro rapporti con Giuliano carattere non di «collaborazione diretta per un tempo apprezzabile», ma di «occasionalità». Pure in questo caso i colleghi della Corte d’appello di Roma hanno scelto una linea diversa: «L’esistenza di rapporti non continuativi con uno dei personaggi storicamente più importanti della camorra napoletana, non è spiegabile per imprenditori come i Terenzio che si proclamano onesti ed estranei a contesti criminali».

di Giacomo Amadori

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