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Rassegna stampa

Renzi? Per Geremicca è un populista, per Galli Della Loggia un boy scout cattolico

Ernesto Galli Della Loggia e Federico Geremicca

Il successo di Matteo Renzi? Tutto merito del suo cattolecesimo da boy-scuot, sostiene Ernesto Galli Della Loggia. Macché! Tutto merito del suo populismo, afferma Federico Geremicca. Su Corriere della Sera e La Stampa le due penne del giornalismo italiano si affannano a spiegare come ha fatto il premier a convincere milioni di elettori a scommettere su di lui. E così mentre Geremicca fa notare come non succedesse da anni vedere un premier camminare tra la gente senza rischiare fischi, insulti e lanci di monetine, Della Loggia spiega che quello che conta è la sua appartenenza al mondo cattolico. Un cattolicesimo, puntualizza l'editorialista del Corsera, diversa da quella della vecchia Democrazia Cristiana, quanto quello "dei Dossetti, dei La Pira, dei don Milani. Intriso d’inquietudini riformatrici, sospeso tra un ribellismo austero e spregiudicato che ricorda Savonarola e la consapevolezza tormentata della sfida portata alla fede dai tempi nuovi. Percorso da una moderna vena intellettualistica e insieme da una devozione antica, popolaresco quanto l’altro era popolare, assuefatto al confronto con chi non ha i suoi ideali e a misurarsi con esso".

"È questo, nel fondo", scrive Della Loggia, "io credo, il cattolicesimo di Renzi e dei suoi amici, quello che essi hanno respirato. Ma che oggi essi stessi declinano in una versione particolare, la quale ne addolcisce i tratti e ne stempera assai le ambizioni e l’asprezza originaria dei contenuti". Un versione versione del cattolicesimo da boy scout, spiega l'editorialista del Corsera, "cioè una versione di cattolicesimo certamente debole rispetto all’originale; una versione che più che ad una qualche teologia radicale sembra rimandare all’immediatezza di un sentimento: quello che molto semplicemente vede il mondo diviso tra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto, tra deboli e forti, tra ricchi e poveri. E che di fronte a ciò non sa che farsene di qualunque intellettualismo più o meno palingenetico, di qualunque sogno di «società cristiana», per prendere piuttosto la strada della concretezza, del cambiare ciò che è possibile ma provandoci davvero".

Da parte sua Geremicca fa il paragone con la stessa accoglienza che veniva riservata a Silvio Berlusconi nel 1994, anche per lui erano baci lanciati e applausi. Certo, dice l'editorialista della Stampa, era un'altra Italia, ma c'è la stessa voglia di cambiamento. Geremicca si chiede come mai il Paese si è lasciato ipnotizzare dal "populismo raffinato" del leader fiorentino trovando una risposta appunto nel "populismo". "Entrare in sintonia con quelle richieste non può essere considerato un errore tout court. Non sempre le richieste che arrivano dai cittadini (e dal popolo) sono sbagliate", scrive Geremicca. "Se il popolo chiede la pena di morte è giusto ignorarlo; se in nome della sicurezza vuole che i migranti vengano lasciati in mare, è civile rispondere di no. Ma se sollecita riforme, la fine dei privilegi, un giro di vite su sprechi e ruberie, ascoltarlo sarebbe poco fine, superficiale, una prova insomma di populismo e demagogia?".

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Commenti all'articolo

  • elea6001

    03 Giugno 2014 - 17:05

    tutto chiacchiere e in quanto al distintivo meglio non indagare, bisognerebbe fare ricorso al Devoto Oli delle frasi irripetibili.

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  • capitanuncino

    03 Giugno 2014 - 15:03

    Per me invece può andare a vendere pentolame & affini porta a porta.

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  • arwen

    03 Giugno 2014 - 13:01

    No, è un uomo furbo e senza scrupoli che ha fatto sua la lezione berlusconiana. Senza morale, privo coscienza votato alla sua immagne e al potere, grande parlatore, una volta avrebbero detto oratore, capace di promettere la luna e far credere a chi lo ascolta che la luna è lì dietro l'angolo. La specie di politico da fine repubblica di cui si trovano migliaia di esempi nei libri di storia.

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    • blu521

      03 Giugno 2014 - 14:02

      Completamente d'accordo

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