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Morto a 64 anni

Giorgio Faletti, l'artista dalle tre vite. Con lui il "Drive in" si è vendicato dei radical-chic di sinistra

Giorgio Faletti, l'artista dalle tre vite. Con lui il "Drive in" si è vendicato dei radical-chic di sinistra

Viene spontaneo pensare che Giorgio Faletti abbia avuto tre vite: una da comico di enorme successo, una da cantante capace di proporre testi profondi e una da autore di bestseller inaspettati. Invece la vita è stata una sola, incredibilmente ricca e prolifica. Quella di un artista capace di esprimersi in campi diversi, di esplorare l’ampio territorio dell’intrattenimento con forme diverse, sempre gradite al grande pubblico. Quando Antonio D’Orrico, con un geniale colpo pubblicitario, gli fece dedicare la copertina di Sette, riempita dal suo faccione e dal titolo «Il più grande scrittore italiano», furono in molti a non prenderlo sul serio. Ma chi, si domandavano, Vito Catozzo? Ma se l’ultimo libro che ha scritto si intitola Porco il mondo cano che c’ho sotto i piedi! Ma dai! Invece probabilmente non era il più grande scrittore italiano, ma come autore di thriller aveva talento. Io uccido, un voluminoso tomo sfornato da Baldini e Castoldi, reggeva il confronto con le opere di tanti professionisti stranieri del genere. E infatti il peso massimo Jeffery Deaver disse che sarebbe diventato una leggenda. Ha venduto milioni di copie in tutto il mondo, proseguendo il successo con Niente di vero tranne gli occhi e Fuori da un evidente destino, poi altri libri, persino con Einaudi. Visto? Il cabarettista di «Drive In» che passeggia nel tempio della cultura italiana. Vedete un po’ di ridere adesso.

Berlusconismo - Fa specie che proprio da Einaudi sia uscito il saggio di Massimiliano Panarari che stigmatizzava «l’egemonia sottoculturale» del berlusconismo, e che definiva «Drive In» «l’elogio della nuova religione dei consumi. Compreso quello sessuale con la fabbrica di femmine infiocchettate per il tempo libero dei maschi». Beh, Faletti ha dimostrato che in quella trasmissione, oltre al genio satirico di Ricci, c’erano altre menti pensanti, e non solo pagliacci caricati a molla che spacciavano l’oppio intellettuale del Biscione. Più che con i libri, per la verità, Giorgio lo ha fatto con le canzoni. A parte Signor tenente, con cui arrivò secondo a Sanremo, ha firmato testi per Mina, Branduardi, Fiordaliso, diventando in breve tempo un paroliere piuttosto richiesto. Certo, non è mai stato un maître à penser. Non ha voluto diventarlo. È rimasto ancorato all’intrattenimento, la cosa che gli veniva meglio. Con diversità di profondità e di registri. Cantando delle stragi di mafia non si tramutava in un novello Pasolini, uno che «sa i nomi» dei colpevoli e dei mandanti anche politici. Anzi, dalla politica si è tenuto piuttosto lontano, senza andarsene in giro a pontificare e a dolersi per la serva Italia prigioniera negli artigli del Caimano. 

Comico - Se ne stava in disparte, Faletti, anche fisicamente, ritirato all’Isola d’Elba, lui che era nato ad Asti. Forse qualche volta si sentiva ancora «condannato a ridere» (era il titolo del suo terzo album), ma non è rimasto prigioniero del suo personaggio. Ha sorpreso il pubblico e probabilmente anche se stesso. Ha suscitato velenose invidie fra gli scrittori impegnati, quelli che non potevano perdonare a lui, a un comico, tutte quelle copie che prendevano il volo dagli scaffali. Il sistema culturale italiano non ce l’ha fatta a trasformarlo in un pentito del cabaret (la definizione è di Maurizio Milani), ovvero uno che è pronto a sputtanare la precedente incarnazione di sé in nome della cultura. Non ha rinnegato, Faletti. Ha continuato a flirtare con la comicità anche da giallista affermato, partecipando a Notte prima degli esami, nel ruolo di un professore cattivo come una belva, e per questo divertentissimo. Poteva vestire i panni di Suor Daliso e scrivere canzoni per Fiordaliso, interpretare un panzuto poliziotto e dar vita a inquietanti serial killer sulla pagina. E non era l’unico, fra i volti del «Drive In» (anche Enzo Braschi, con meno successo, si è dedicato alla narrativa). Sarà stata anche «sottocultura», la sua. Ma se l’alternativa sono i professionisti della cultura, meglio tenersi alla larga e stare sotto. Anche sotto i piedi, porco il mondo.

di Francesco Borgonovo

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Commenti all'articolo

  • frabelli

    05 Luglio 2014 - 17:05

    È triste, prima una malattia che l'ha costretto a cambiare professione, diventando scrittore di successo, poi quest'ultima fase che il distino ha voluto privarci di un grande uomo.

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  • zydeco

    05 Luglio 2014 - 14:02

    Me lo ricordo circa 35 anni fa al Derby che è' stata la culla di tantissimi comici, da Cochi e Renato in giu'. Faceva i suoi monologhi con l'accento piemontese. Una persona che mi è' sempre piaciuta, soprattutto per la sua versatilità'. RIP

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