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Presunti colloqui

Lavitola-Berlusconi, l'inchiesta verso l'archiviazione

Valter Lavitola

Un cancelliere del Tribunale di Napoli accusato di avere “tradito” il suo ruolo e consegnato gli atti segreti dell’inchiesta sul faccendiere Valter Lavitola e Silvio Berlusconi a un avvocato amico, il quale avrebbe poi passato lo “scoop” al settimanale Panorama. I pubblici ministeri che chiedono l’interdizione del cancelliere stesso.

Il gip che rigetta la richiesta, denunciando le presunte lacune di un’indagine bollata come una somma di «mere congetture». Gli stessi pubblici ministeri che (oltre all’avvocato Alessandro Maresca che avrebbe passato le carte e favorito lo scoop) mettono sotto inchiesta il direttore di Panorama Giorgio Mulè e il giornalista che ha redatto l’articolo, anticipando che a carico di Valter Lavitola c’era una richiesta d’arresto. Rivelazione di segreto e corruzione, i reati contestati ai due giornalisti.

È il 25 agosto quando il settimanale della famiglia Berlusconi, svela la richiesta d’arresto - allora, segretissima - a carico di Valter Lavitola, di Giampaolo Tarantini e consorte con l’accusa di tentata estorsione ai danni dell’ex presidente del Consiglio. Sebbene compaia nell’inchiesta come vittima, l’istruttoria (stando all’accusa) allarma Silvio Berlusconi, a causa delle escort che Tarantini avrebbe portato a Palazzo Grazioli nel 2009.

Per i magistrati inquirenti, lo scoop di Panorama induce Lavitola a fuggire e darsi alla latitanza a Panama. Dall’estero il faccendiere chiama Berlusconi, che gli dice: «Resta dove sei». Basta e avanza per ipotizzare un complotto che invece non sta in piedi.

Venti giorni prima della pubblicazione della notizia dell’arresto di lavitola c’è stato un accesso abusivo al pc del giudice Amalia Primavera che ha firmato il provvedimento. Secondo gli inquirenti, sarebbe stato proprio il cancelliere Marco Reale a copiare il file e a passarlo all’avvocato Maresca, frequentatore assiduo di quegli Uffici.

Il penalista, a sua volta, lo avrebbe girato al cronista del settimanale Giacomo Amadori, in cambio di aiuto «per la pubblicazione di un libro». Ma per il giudice di Napoli, Anita Polito, «difficilmente un cancelliere esperto come Reale avrebbe rischiato il proprio lavoro per aiutare un amico a pubblicare un libro».

Nella richiesta dei pm sono citate anche le mail del 19 agosto 2011 tra il direttore di Panorama e Amadori. Il cronista scrive a Mulè: «Le richieste della fonte le conosci». E lui risponde: «Se vuole ti dia le carte, ma tu non prendere alcun impegno. Di alcun tipo, di nessun genere».

Giornalista e direttore vengono intercettati per due anni. E sul telefono di Giorgio Mulè viene intercettata anche Marina Berlusconi. La figlia dell’ex presidente del Consiglio, però, non viene indagata. Il nome di Marina non finirà mai sul registro. Ma le conversazioni con il direttore della testata di sua proprietà, sarebbero finite nella redazione dell’Espresso. E il settimanale, adesso, sarebbe pronto a pubblicarle per dimostrare che gli affari stretti fra Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti, che presto diventerebbero partner di una concessionaria di pubblicità online, «non cambiano la linea editoriale del settimanale».

La macchina del fango, dunque, non si ferma. E poco importa che le conversazioni carpite, riguardanti Marina, non abbiamo alcuna rilevanza penale. Poco importa anche che l’inchiesta a carico del giornalista di Panorama e del direttore Giorgio Mulè si stiano avviando verso l’archiviazione.

È notizia di ieri, infatti , che il pm di Roma Nicola Maiorano abbia chiesto (e secondo quanto risulta a Libero avrebbe ottenuto) dal giudice la chiusura del caso. La macchina del fango, dunque, si mette in moto non solo sulle conversazioni fra Marina Berlusconi e il direttore Giorgio Mulè che non hanno mai comportato alcun reato, ma anche su un’inchiesta destinata a finire nel nulla. (C.L.)

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