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La riabilitazione dell'ex tesoriere

I giudici condannano il Pd: "Deve reintegrare Lusi"

I giudici condannano il Pd: "Deve reintegrare Lusi"

«Renzi stia tranquillo. Con la politica ho chiuso. Non ho nessuna intenzione di presentarmi alla prossima Assemblea del Pd con la tessera in mano». Parola di Luigi Lusi, l’ex tesoriere della Margherita condannato il 2 maggio 2014 a otto anni di reclusione per appropriazione indebita di 25 milioni di euro destinati ai Dl, che ieri ha ottenuto una riabilitazione almeno politica. Già, perché il tribunale civile di Roma ha accolto l’istanza da lui presentata definendo illegittima la sua espulsione dal partito. I giudici hanno anche condannato il Pd a pagare la metà delle spese legali: 3.250 euro.

La riabilitazione - Tutto ha inizio il 6 febbraio 2012, quando, a soli sei giorni dall’esplosione dello scandalo per i rimborsi elettorali che travolse Lusi, la commissione dei garanti, presieduta da Luigi Berlinguer, decise di espellere il senatore marsicano dal partito. Per Berlinguer, Lusi era «incompatibile con il Pd per fatti molto gravi che hanno causato un grave danno al partito» e per questo doveva essere cacciato. L'ex tesoriere della Margherita, però, non accettò quel verdetto. E, dal momento che i garanti non vollero neanche ascoltarlo, decise di rivolgersi direttamente all’autorità giudiziaria. L’iter legale andò avanti tre anni, Lusi finì in prigione. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti del Pd, che ha cambiato completamente volto. E nessuno si sarebbe mai aspettato una riabilitazione politica dell’uomo che è stato il simbolo del potere ladrone.

La cacciata - Il tribunale capitolino, nella persona del giudice Stefano Cardinali, ha dato ragione a Lusi con la seguente motivazione: «Il provvedimento deve considerarsi illegittimo per non essere stato preceduto da alcuna contestazione in ordine agli addebiti sui quali l’irrogazione della sanzione si fondava. Premesso che deve ritenersi necessaria la preventiva contestazione degli addebiti all’interessato». In effetti, stando a quanto riferisce il difensore di Lusi, Renato Archidiacono, «non ci fu mai alcun contraddittorio nel partito, lo cacciarono senza concedergli mai possibilità di replica». Versione che trova conferma nelle parole dei giudice: «Non può non rilevarsi che il Pd, nonostante ne avesse l’onere, non ha fornito alcuna prova di aver comunicato al Lusi l’intenzione di adottare il provvedimento di esclusione e gli addebiti posti a fondamento di tale volontà». Quindi per il tribunale di Roma la cacciata di Lusi dal partito fu una forzatura antidemocratica. Di più, un atto anticostituzionale, come si legge nella sentenza: «Ne discende che l’esclusione dal partito, comminata senza la preventiva contestazione degli addebiti e senza consentire all’interessato alcuna possibilità di interloquire al riguardo, deve considerarsi in contrasto con i principi costituzionali che tutelano la libertà di associazione e il metodo democratico cui devono ispirarsi le associazioni partitiche che concorrono a determinare la politica nazionale, con conseguente invalidità della delibera di espulsione oggetto della presente impugnazione che, pertanto, deve essere annullata».

La calunnia - Una riabilitazione politica che comunque non ha nulla a vedere con la vicenda penale dell’ex tesoriere Dl e non attenua minimamente la sentenza di condanna per appropriazione indebita dei fondi della Margherita per 25 milioni di euro e di calunnia nei confronti di Rutelli. Ma è pur sempre una piccola vittoria per Lusi, che raggiunto al telefono da Libero esulta: «Certo che sono contento. Ho combattuto tre anni contro un provvedimento del partito che consideravo ingiusto, fatto per dare in pasto al popolo un capro espiatorio perfetto». Ora ha riottenuto la cittadinanza del Pd, ma assicura che non ne farà alcun uso: «Non farò più politica. Ero, sono e resto un avvocato. A me basta che il Pd onori per iscritto questa sentenza, ma dubito che lo farà. Io mi sono disintossicato dalla politica e mi sento un signore. Non dal punto di vista fiscale, certo. Ma personale, sì».

di BARBARA ROMANO

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Commenti all'articolo

  • compagno sovietico

    21 Febbraio 2015 - 22:10

    Anche sulle situazioni di partito intervengono i magistrati?A me pare una stronzata.Certo in un sistema dittatoriale tutto deve passare per la magistratura.

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  • compagno sovietico

    21 Febbraio 2015 - 22:10

    Anche sulle situazioni di partito intervengono i magistrati?A me pare una stronzata.Certo in un sistema dittatoriale tutto deve passare per la magistratura.

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  • alvit

    21 Febbraio 2015 - 12:12

    ahahahahah se io fossi Corona, condannato a 14/16 anni, appena esco faccio una ulteriore cazzata. Vado a cercare tutti questi togati sporchi e maneggioni e li tolgo dalle spese. Ora è proprio vero, i ladri di partito, specialmente quello sinistro, possono rubare, hanno il patentino dato dalla magistratura. Domando, ma non c'è nessun altro giudice che possa impugnare questa pratica mostruosa?

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  • routier

    21 Febbraio 2015 - 07:07

    Gli unici "compagni che sbagliano" sono solo quelli che si fanno sorprendere con le mani nella marmellata. Gli altri (alcuni parenti di una certa Farla Franca) sono tutti galantuomini.

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