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Bombe sotto il velo

Isis e terrorismo, l'allarme degli 007: "Mogli e amiche dei jihdisti potrebbero fare attentati in Italia"

Isis e terrorismo, l'allarme degli 007: "Mogli e amiche dei jihdisti potrebbero fare attentati in Italia"

Cherchez la femme. Sotto il burqa, il niqab o un qualsiasi indumento da fondamentalista islamico, si potrebbe nascondere la minaccia di una strage come quelle recentemente avvenute a Parigi o a Copenaghen. Fra le categorie più pericolose, la Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza consegnata ieri al Parlamento, individua anche «familiari/amici di combattenti (donne incluse) attratti dall’eroismo dei propri cari, specie se martiri». Ma non è affatto obbligatorio che sotto il velo integrale si nasconda proprio una donna.
Hayat Boumediene, la compagna del terrorista Amedy Coulibaly, non ha partecipato con lui alla strage nel negozio kosher di Parigi e se n’è andata a combattere in Siria, da dove fa propaganda verso i musulmani europei. Altre donne potrebbero dedicarsi al reclutamento, dopo aver prestato i loro indumenti ai jihadisti. Le articolazioni più importanti del fenomeno, in fondo, sono quelle dell’indottrinamento e della radicalizzazione. La «minaccia» è interna, «nell’estremismo homegrown», in «un’area di consenso verso il jihad violento che spesso riflette processi di radicalizzazione individuali ed invisibili», avvertono gli 007.

Rimane alto «il rischio di nuovi attacchi in territorio europeo, e più in generale in Occidente» proprio perché riflette lo scontro all’interno del mondo islamico «caratterizzato dalla progressiva affermazione dello Stato Islamico di Al Baghdadi e dalla connessa, rivitalizzata effervescenza del jihad». Nei processi di radicalizzazione, per quanto riguarda l’Italia, resta «rilevante» l’apporto di una «vecchia guardia» di imam «estremisti, stanziali o itineranti, latori di messaggi istigatori, se non veri e propri reclutatori, attivi specialmente in quei luoghi di aggregazione dove sia sedimentata l’eredità di trascorse gestioni d’impronta radicale». Non si può nemmeno dire la parola «moschea», in un documento ufficiale. Ma si intende esattamente il luogo di culto islamico, dove «potrebbe ricrearsi un humus fertile per l’azione di sostegno logistico a estremisti, reduci, ex detenuti o militanti di movimenti messi al bando nei rispettivi Paesi di origine».

È una dinamica e un’evoluzione domestica, comune a tutta l’Europa, dove «la minaccia terroristica di matrice jihadista, attestata negli ultimi anni su livelli significativi ma stabili, nel 2014 ha fatto registrare un trend crescente», culminato, nel gennaio scorso, nell’attentato di Parigi a Charlie Hebdo. Per i servizi di sicurezza, quindi «è da ritenersi crescente il rischio di attacchi in territorio europeo ad opera di varie «categorie» di attori esterni o interni ai Paesi-bersaglio: i primi sono gli «emissari addestrati e inviati dall’Is o da altri gruppi, compresi quelli che fanno tuttora riferimento ad Al Qaida», a cui si aggiungono le cellule dormienti e i foreign fighters di rientro o i «pendolari» dal fronte (commuters), oltre ai «lupi solitari» e ai microgruppi che decidano di attivarsi autonomamente (self starters). «Ciò sulla spinta - viene rilevato - anche di campagne istigatorie che ritengono pagante trasformare il Continente europeo in “terreno di confronto”: con l’Occidente, in chiave di rivalsa, e tra le stesse componenti della galassia jihadista, nel quadro di dinamiche di competizione tutt’altro che univoche».

Le poche contromisure del governo non riescono a far fronte alla sfida. Per il ministro dell’Interno Angelino Alfano, intervenuto ieri a Uno Mattina, «non esiste un paese a rischio zero di terrorismo. L’elemento positivo è che non abbiamo evidenza di una minaccia specifica per l’Italia e abbiamo un decreto moderno che ci dà la possibilità di intervenire. Dalla fine di dicembre abbiamo avuto 21 espulsi per radicalismo violento». Molte di più le reclute partite dall’Italia per unirsi all’Isis. Nel frattempo, Alfano convoca i responsabili dei motori di ricerca di Internet «per affrontare i proselitismi mediante i social». Tutti schierati «per la prevenzione» di ogni possibile infiltrazione. Eppure, per quanto riguarda l’attività di proselitismo dei jihadisti «si è registrata la tendenza a privilegiare i social network, attraverso i quali, tra l’altro, i foreign fighters europei, per spronare i connazionali correligionari, alimentano un’informazione parallela ai comunicati “ufficiali” dei gruppi armati - peraltro sempre più spesso sottotitolati o tradotti in italiano - diffondendo immagini di guerra, eulogie dedicate ai martiri e testimonianze della loro esperienza accanto ai fratelli provenienti da tutto il mondo». «In questo contesto - scrivono dall’Intelligence - appare sempre più concreto il rischio che nel magmatico universo della messaggistica agiscano veri e propri centri di reclutamento per aspiranti jihadisti, in grado di intercettare la domanda di estremisti homegrown che, insoddisfatti da un impegno esclusivamente virtuale e del ruolo di meri divulgatori, aspirino a trasferirsi nel teatro siro-iracheno».

di Andrea Morigi

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Commenti all'articolo

  • er sola

    11 Aprile 2015 - 20:08

    Un motivo in più per vietare che si coprano il volto ed il corpo con quegli stracci luridi.

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