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Il ritratto (segreto)

Claudio Giardiello, il "Conte Tacchia": le urla, le violenze e gli affari dello stragista di Milano

Claudio Giardiello, il "Conte Tacchia": le urla, le violenze e gli affari dello stragista di Milano

Ha sparato e ucciso tre persone nel tribunale di Milano, una quarta è morta in seguito a un malore. Il folle che ha terrorizzato l'Italia si chiama Claudio Giardello, imputato per bancarotta, definito dal suo ex legale "una persona instabile", uno che "era ingestibile", uno che "minacciava di farsi saltare in aria". Uno che oggi è inspiegabilmente entrato in tribunale con un'arma e ha sparato. E ha ucciso. Dietro alla sua follia c'è una vicenda di soldi in nero, di accordi stracciati, di disperazione. I guai finanziari di Giardiello, come spiega Walter Galbiati su Repubblica.it, iniziano da un contenzioso con la Cisep spa, una società con cui attraverso la Magenta srl condivideva una partecipazione nella Milani immobiliari. Una lite tra soci per la contabilità occulta della partecipata e del giro di affari in nero. Nei fatti era stato stretto un accordo tra gli amministratori della Miani per far transitare nelle casse sociali e non far apparire nelle risultanze contabili e fiscali una parte dei corrispettivi incassati dai promissari acquirenti di una operazione immobiliare che coinvolgeva la costruzione di due palazzine.

Voleva di più... - I soci di Giardello (uno dei quali, Giorgio Erba, ucciso nella sparatoria) avevano pattuito di dividersi le somme all'atto della stiupla dei contratti preliminari e al rogito, ma l'accordo non ha retto: Giardello voleva di più. A seguito di una violenta discussione, a giugno 2006, denunciò gli affari in nero chiamandosi fuori da ogni responsabilità. Tre dei suoi soci tentarono una riconciliazione con il Fisco, ma Giardello utilizzò i dati della regolarizzazione avviata dalla Cisep per intraprendere un'azione di responsabilità civile contro i vertici della Miani. Dunque la Cisep, a sua volta, rispose chiedendo alla giustizia che Giardiello e la Immobiliare Magenta venissero condannati al risarcimento del danno ad essa causato per effetto delle sue denunce (stimato in 5,4 milioni di euro).

Quelle "stecche" - Dai documenti emerge che gli amministratori della Miani avessero raggiunto un accordo per la spartizione dei ricavi in nero. Nelle accuse si legge: "Ogni qualvolta si doveva concludere un contratto preliminare il sig. Massimo D’Anzuoni, presidente del consiglio di amministrazione della Miani, veniva convocato, presso la sede della Magenta Immobiliare, dal sig. Claudio Giardiello il quale teneva per sé (e per l’altro socio sig. Davide Limongelli) il 25% della somma non contabilizzata e versava al D’Anzuoni il restante 75%, destinato ad essere distribuito anche agli altri amministratori della Miani". E ancora: "La prova di tale meccanismo di pagamento è contenuta in un documento, sottoscritto dai signori D’Anzuoni, Tonani, Erba, Giardiello e Limongelli, nel quale viene riepilogata, alla data del 29.9.2005, la situazione degli importi percepiti da ciascuno dei compartecipi dell’accordo, tutti indicati con uno pseudonimo (il sig. Claudio Giardiello è il “Conte Tacchia” e il sig. Davide Limongelli è il “Marchesino”)".

"Propenso all'aggressione" - Stando alla ricostruzione, dunque, si capisce che Giardiello-"Conte Tacchia" pretendeva maggiori compensi: "I rapporti tra gli amministratori della società esponente avevano iniziato a deteriorarsi allorquando il sig. Claudio Giardiello, evidentemente non soddisfatto della disponibilità finanziaria procuratagli dal descritto accordo con i signori D’Anzuoni, Erba e Tonani, aveva iniziato ad avanzare insostenibili ed ingiustificate pretese economiche nei confronti degli altri amministratori della Miani. I quali in nessun modo riuscivano a ricondurre a ragione il loro interlocutore, soggetto, peraltro, ad improvvise alterazioni dell’umore e propenso anche all’aggressione pur di farsi ragione". Un immagine inquietante, dunque, quella di Giardiello. Un carattere ingestibile che ha portato alla fine di affari e rapporti. La Miani e la Cisep tentarono di regolarizzare la posizione col Fisco. Ma alla fine nessuna società riuscì a sopravvivere allo scontro, ed entrambe finirono davanti al Tribunale fallimentare. E oggi, a distanza di dieci anni, l'epilogo della vicenda, mortale e sanguinoso.

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