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La violenza

Torino, disabile stuprata da tre immigrati: fermati un profugo e un clandestino già espulso

Torino, disabile stuprata da tre immigrati: fermati un profugo e un clandestino già espulso

Ci sono angoli bui, in questo Paese, anfratti oscuri, che suscitano un solo pensiero: questa non è Italia. Non lo è più. Sono metastasi che si moltiplicano e infettano il corpo di uno Stato che cede sotto i colpi della malattia, non sa riprendersi. C’è un buco nero, a Torino, in cui l’Italia si liquefa e sprofonda in un pozzo d’orrore. Si chiama Moi, e avrebbe dovuto essere un’eccellenza, il villaggio costruito per le Olimpiadi del 2006, un pezzetto del volto con cui la nostra nazione si mostra al mondo. Invece è la faccia marcia del ritratto di Dorian Gray. Nella realtà ribaltata che domina questa terra, il Moi si è tramutato in una enclave in cui regnano criminali e spacciatori. In cui i clandestini si rifugiano perché sanno che si tratta di una zona franca, in cui la polizia teme di entrare: peggio che una banlieue, un ghetto felice di esserlo, in cui vigono una giustizia e un’economia parallele.

È nei sotterranei di questa città nella città che è stata trascinata, il 27 maggio, una ragazza di vent’anni a cui ieri La Stampa ha attribuito il nome fittizio di Luisa, per proteggerne almeno l’identità, visto che tutto il resto ormai era stato violato. Luisa è disabile. È candida come lo sono a volte i ragazzi, tutti i ragazzi. Lei aveva solo bisogno di un po’ di protezione in più. È andata incontro col sorriso agli uomini che l’hanno massacrata.

Luisa è sul pullman, quella mattina di fine maggio, sta andando a scuola. È felice, sorride. E il suo sorriso d’innocente incontra quello malevolo di alcuni ragazzi che siedono vicino a lei. Sono in tre, tutti stranieri. Le parlano, chissà cosa le dicono mentre la loro testa malata già suggerisce pensieri cattivi.
Il segreto di quello che succede dopo è nascosto nei sotterranei neri del Moi, insieme alla sporcizia e alla violenza. Luisa sparisce, inghiottita da chissà cosa per un giorno e mezzo. La famiglia, disperata, continua a chiamarla sul cellulare. Sono del Lingotto, una zona che ha fatto la storia d’Italia, una storia di popolo, di lavoro e di fatica. Il telefono di Luisa squilla a vuoto. La loro bambina, così generosa e leggera, non si trova più.

Il buio la risputa fuori dopo ore lunghissime. La riconosce per strada un amico, la vede camminare assieme a tre ragazzi di colore, che fuggono immediatamente. L’hanno abbandonata lì, sull’asfalto, in stato confusionale, gonfia di sofferenza. A fatica, nei giorni seguenti, dalla sua stanza d’ospedale Luisa ricostruisce quello che è successo: i tre stranieri l’hanno trascinata giù dall’autobus, l’hanno condotta nella terra di nessuno del Moi, nei sotterranei, e l’hanno stuprata per ore. Dei suoi carnefici, la ragazza ricorda che uno assomigliava «a un calciatore di serie A». Alla fine, la descrizione c’è, Luisa - un faticoso pezzo dopo l’altro - ha ricostruito il suo inferno.

Ed è a questo punto che si svela l’assurdo più brutale. La polizia sa che tre uomini hanno violentato una ragazza disabile. Sa dove si nascondono: nel fu villaggio olimpico. Ma non possono entrare. Perché quella non è più Italia. Lì le loro divise non contano nulla. Quella è terra del crimine. È il mondo parallelo dei clandestini, degli spacciatori, della violenza cieca. Se uno sbirro mette il naso lì dentro, rischia di fare una brutta fine. E allora gli agenti restano fuori, si appostano. Stanno nascosti, perché là dentro è pericoloso, là sono altri a comandare. Ci sono vedette, che avvisano appena si sente puzza di guardie.

Per arrestare gli stupratori, i poliziotti devono aspettare che questi escano dal Moi. I primi due li hanno bloccati tre giorni fa. Sono nati entrambi nel 1986: uno è somalo, l’altro del Ghana, è in Italia perché ha fatto richiesta di asilo ed è in attesa della risposta. Il terzo viene fermato mercoledì mattina. Ha trent’anni, è nigeriano. È un clandestino, ma gira senza pensieri. Anche se è stato colpito da un provvedimento di espulsione dall’Italia un anno fa. Nessuno lo ha accompagnato alla porta, è rimasto qui, libero di violentare una ragazza disabile e di esercitare chissà quali altri commerci. Tutti e tre sono accusati di sequestro di persona e violenza di gruppo. Magari faranno un po’ di carcere, come no. Ma chi se ne frega. Che cosa pensate che cambierà, per Luisa? Chi la risarcirà di quello che costoro le hanno fatto? Della brutalità vomitevole a cui l’hanno sottoposta, abusando di lei per ore in un sotterraneo lercio?

Se ci fosse ancora una nazione, toccherebbe allo Stato rispondere. È lo Stato, qui, che non ha fatto il suo dovere, che ha tradito una ragazza che doveva essere difesa, più di altri. E l’ha tradita per proteggere dei clandestini: uno già espulso, che nessuno si è preoccupato di mandare via. Un altro in attesa di un improbabile asilo, la cui richiesta giace chissà dove a intasare i tribunali e a far lavorare qualche avvocato altrimenti disoccupato, ovviamente a spese degli italiani. Un richiedente asilo, come lo era il marocchino che - ubriaco in un bar - qualche mese fa, a Terni, ha sgozzato un ragazzo di 27 anni per nessun motivo.

Qui è lo Stato che si dichiara sconfitto, che abdica. Che se ne va lasciando nelle mani dei criminali pezzi di città, che poi crescono come metastasi e producono marciume. Ed è lo Stato che deve pagare, che deve dimostrare a Luisa - e agli altri e altre come lei - che questo Paese ha ancora una dignità. Tempo fa, a Padova, la coraggiosa avvocatessa Evita Della Riccia aveva provato a sostenere una tesi affine in un’aula di Tribunale, ma un giudice le ha risposto picche. Come se la giustizia non esistesse se non in caratteri a stampa. Invece esiste prima di tutto in ciò che un popolo percepisce come giusto. Ed è giusto che lo Stato si assuma la responsabilità di non aver rispedito dei clandestini nei loro Paesi. Così come lo Stato deve assumersi la responsabilità di quello che sta accadendo in queste ore a Milano, a Roma, a Firenze. Strade, stazioni, giardini invasi da profughi. Alcuni malati, altri sofferenti e provati, lasciati ad accamparsi senza rispetto alcuno, per loro e per gli italiani.

Uno Stato deve garantire la dignità, prima ai suoi abitanti e poi ai suoi ospiti meritevoli. Ma questa, a quanto pare, non è più Italia. È un universo concentrazionario a confronto del quale il «sottomondo» di Mafia Capitale è una barzelletta. È una metastasi, ma non la curiamo, e la morte è tutt’altro che dolce.

di Francesco Borgonovo

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Commenti all'articolo

  • gianni modena

    12 Giugno 2015 - 10:10

    questa e' l'italia di renzi , alfano e del PD che trae vantaggi economici dall'arrivo e dalla gestione di questa feccia criminale . mandateli a cas tutti e se la nappi li vuole alloggiare dateli a lei .

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