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La storia

La scelta di una madre: "Non voglio vedere mia figlia data in adozione"

La scelta di una madre: "Non voglio vedere mia figlia data in adozione"

Libertà di scelta. Anche quella di non incontrare dopo trentacinque anni la figlia che ha messo al mondo per poi, con la morte nel cuore, darla subito in adozione. Adele, questo il nome di fantasia scelto da Repubblica per raccontare la sua storia, ha detto no a un'assistente sociale che l'ha contattata su mandato del Tribunale dei minori di Roma, per chiedere se voleva vedere la figlia che ha presentato un'istanza per conoscere la genitrice. La ragazza è malata e vorrebbe sapere dalla madre naturale se la sua malattia è di origine genetica. Adele ha accettato di rendere noti i suoi dati sanitari, ma dell'incontro non vuole sentirne parlare. "Ho vissuto il presente seppellendo il passato", dice  Adele, che oggi ha 55 anni e altri quattro figli, a Maria Novella De Luca. "Riaprire dopo 35 anni quel capitolo sarebbe un disastro per tutti".

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Un passato pesante - Un passato di sofferenze quello di Adele che ha superato con coraggio e che adesso le ripiomba addosso. Nel 1980, poco più che adolescente resta incinta: un amore giovanile, un errore, o forse qualcosa di peggio. I genitori nascondono la sua gravidanza, in famiglia è il padre che comanda e decide per tutti. Un uomo duro, autoritario, violento. Un paese del Sud, una morale arcaica. In segreto Adele viene portata a Roma, partorisce in un grande ospedale della periferia, e abbandona la sua bambina, chiedendo di restare anonima. "È stato il dolore più grande della mia vita, credete forse che si possa dimenticare un figlio?", racconta a De Luca. Poi però si rimette a studiare, si diploma, si sposa e fa due figli. "Ma quel segreto è restato un segreto. Forse è stato il condizionamento di mio padre, o la vergogna di aver abbandonato la bambina. Ma non potevo difendermi, ero prigioniera della mia famiglia e della mia giovinezza". Adele resta vedova, si risposa, diventa madre altre due volte. È una donna istruita, gentile, dirige un negozio. "Spesso penso che avrei dovuto raccontare tutto ai miei compagni, ai miei figli. Magari avrebbero capito, ma adesso è troppo tardi. Viviamo in una realtà provinciale, soprattutto per le più piccole sarebbe uno scandalo. Resterò anonima, come dice la legge". La sua busta con i dati di quel dramma giovanile, verrà di nuovo blindata. Per sempre. Nei cassetti del tribunale di Roma.

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