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Bancarotta della Privilege Yard

A picco gli yacht dei vip e i soldi della banca di papà Boschi

A picco gli yacht dei vip e i soldi della banca di papà Boschi

Per anni i potenti amministratori del cantiere navale dei vip, il Privilege yard, hanno illuso lavoratori e amanti del gossip con notizie (subito rilanciate dai media) senza alcun riscontro. Nel 2007 dilagò il tormentone del panfilo ordinato a Civitavecchia da Brad Pitt e Angelina Jolie. Qualcuno obiettò che i due divi americani neanche sapevano dove si trovasse il porto con il forte michelangiolesco e il nome dei due attori scomparve dalle cronache. Da allora nessuno degli altri presunti armatori dei nove lussuosissimi yacht annunciati dalla proprietà è mai venuto allo scoperto e in molti dubitano che siano mai esistiti.

Nel frattempo, dopo otto anni di illusioni, la favola degli yacht più lussuosi del mondo da costruire in Lazio è giunta al termine. Non ne è stato completato nemmeno uno e a Civitavecchia sta arrugginendo l'unico scafo realizzato dal 2007, quello del P430, un gigante lungo 127 metri. L'altroieri la sezione fallimentare del tribunale civitavecchiese, presieduta dal giudice Gianfranco Mantelli, ha dichiarato il fallimento della Privilege yard spa per insolvenza, certificando un buco di oltre 200 milioni di euro e lasciando definitivamente a casa 160 lavoratori. L'altro ieri il curatore fallimentare, l'avvocato Daniela De Rosa, si è presentata al cantiere con la sentenza e i poliziotti hanno posto i sigilli ai cancelli. Nel provvedimento è sintetizzato il fantomatico cronoprogramma con cui l'azienda aveva provato a evitare di portare i libri in tribunale. Il socio unico, la britannica Shipping investment limited, si era impegnato a mettere a disposizione 130 milioni, di cui 30 entro gennaio 2015; a organizzare un «finanziamento soci fruttifero» di 85 milioni; ad accordarsi con le banche per la «ristrutturazione della sua esposizione debitoria». Nulla di tutto questo è accaduto e la Privilege non è riuscita a far fronte neanche alle «piccole spese». Infatti sei fornitori con un credito complessivo di «soli» 900 mila euro hanno ottenuto il fallimento dell'azienda. Ma forse quello del naufragio era un destino ineluttabile, visto che nel maggio del 2014, nella domanda di concordato preventivo, la società aveva «rappresentato l'esistenza di un'esposizione debitoria complessiva superiore a 200 milioni di euro (risultante dall'elenco dei creditori allegato alla domanda)».

Tra chi probabilmente resterà a bocca asciutta c'è anche la Banca popolare dell'Etruria dell'ex vicepresidente Pierluigi Boschi, papà del ministro Maria Elena. L'istituto, oggi commissariato, rischia di aver perso 34 milioni di euro.  La Privilege avrebbe dovuto restituire quel denaro entro il 31 dicembre 2014, ma l'istituto aveva deciso di procrastinare di 18 mesi i termini del rientro per 30 di questi, evitando di inserire nel bilancio del 2014 quei soldi come «sofferenza». Circa 20 milioni di euro erano la quota di Etruria nel prestito da 100 milioni erogato alla Privilege da un pool di banche; a questi andavano aggiunti 10 milioni di scoperto di conto corrente. Altri 4 milioni erano stati concessi per fidejussioni e leasing. Ma quello dell'Etruria non è il solo istituto penalizzato dal fallimento di Privilege. Inizialmente l'azienda mise a bilancio prestiti bancari per 180 milioni di euro e nel 2011 venne acceso, come detto, un ulteriore «finanziamento di euro 100 milioni sottoscritto in data 21 febbraio 2011 con un pool di banche costituito da Banca Etruria (capofila), Unicredit, Intesa San Paolo, Monte dei Paschi di Siena e Banca Popolare di Milano».

L'unico commento ufficiale sul fallimento della Privilege è stato affidato a Guglielmo La Via, consigliere d'amministrazione, classe 1990: «Siamo stupiti» ha sospirato. Il padre Mario, amministratore delegato e ideatore del progetto, è irrintracciabile. È lui il personaggio più enigmatico della vicenda, a lungo indagato da Interpol e Guardia di finanza. Abruzzese, 74 anni, «finanziere internazionale» residente a Roma in una villa alla James Bond, presentò Privilge come una costola della Ultrapolis 3000 «una multinazionale» con holding alle isole Bermuda; il presidente era l'ex segretario dell'Onu Perez de Cuellar e tra i presunti soci, oltre a La Via, figuravano pure il sultano del Brunei e Robert Miller, azionista di Louis Vuitton e Cnn. Un dream team che oltre che negli yacht si è cimentato senza fortuna anche nella realizzazione di colossali parchi dei divertimenti e di studios cinematografici.

Di fronte a tutti questi misteri il segretario del consiglio d'amministrazione di Privilege, Antonio Battista taglia corto: «Non ho intenzione di rilasciare alcuna dichiarazione». Il presidente Giovanni Verdicchio, generale della Guardia di finanza in pensione, prova a smarcarsi: «Io non vado al cantiere da almeno due anni e non vengo pagato da moltissimo tempo. Non so nulla». È un fuggi fuggi. Anche perché i magistrati di Civitavecchia coordinati dal procuratore Gianfranco Amendola insieme con la Gdf stanno indagando su questa controversa azienda e, come annunciato a febbraio da Libero, ci sono diversi fascicoli penali aperti. Sono lontani i tempi della posa della prima pietra (aprile 2007) e della benedizione del cantiere da parte del Segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone (settembre 2008).

In entrambe le occasioni erano presenti molti dei protagonisti dell'impresa, tutti personaggi di primissimo livello. Per esempio l'ex ministro Dc Vincenzo Scotti è stato presidente per alcuni anni della Privilege fleet management co., la finanziaria del gruppo, in liquidazione dal 2011, mentre Gianni Rivera, sottosegretario alla Difesa in tre governi di centro-sinistra, è stato l'amministratore delegato e attualmente è il liquidatore. Nel cda di Privilege yard si sono avvicendati Mauro Masi, all'epoca capo di gabinetto del vicepremier Massimo D'Alema, Giorgio Assumma, ex presidente della Siae, tuttora presente nel cda, e altri professionisti del calibro di Tommaso Di Tanno, Alessandro Perrone, Serafino Gatti. Tra gli sponsor del progetto c'era anche l'imprenditore e manager pubblico Giancarlo Elia Valori, studioso e acclarato punto di riferimento del mondo massonico: «È l'uomo che ha caldeggiato la scelta di Civitavecchia presso i nostri committenti» ha dichiarato La Via.

di Giacomo Amadori

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Commenti all'articolo

  • BO45MARPASS

    26 Giugno 2015 - 13:01

    un poco poco di galera mai?e sicuramente questa una affermazione ironica. (atrimenti si passa per giustizialisti) e non sai mai

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  • Bolinastretta

    26 Giugno 2015 - 12:12

    200 mio 50 di sicuro nelle tasche di qualche furbetto IM-boscato che sta ridendo coi boschi!!

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  • deltabravo

    25 Giugno 2015 - 15:03

    Dopo il 30 giugno queste banche sanno dove prendersi il loro sporco denaro dato a piene mani ad amici degli amici sempre sinistronzi con il diritto legale di appropriarsi dei risparmi dei pensionati che hanno fatto le formiche x decenni ed ora ci pensano loro a rubare legalmente questi risparmi gente svegliatevi ci stanno salassando e restiamo inermi dove sono avvocati che possono difenderci o no

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  • accanove

    25 Giugno 2015 - 15:03

    leggiamo i nomi e capiamo perchè questi hanno avuto credito per 200 ml mentre a Rossi Mario piccolo imprenditore non hanno dato 20.000 euro per cambiare il tornio. I 20.000 di Rossi Mario non si sarebbero dimezzati per strada tra tangenti etc. Il mondo è sempre lo stesso non è mai cambiato.

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