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Ma quale "Habemus Papam"

Le ragioni dell'addio del Papa
in un suo testo scritto nel '91

La coscienza di Joseph ha ispirato il pontefice. Più di 20 fa l'allora cardinale Ratzinger affrontava i segni apocalittici: "La Chiesa minacciata dal relativismo culturale"

Joseph Ratzinger nel 1986

Joseph Ratzinger nel 1986

di Andrea Morigi

Prima o poi, spiegherà le ragioni profonde del suo gesto. Quanto a sé, Joseph Ratzinger aveva già risolto pacificamente e da tempo la discussione che ora, dopo le sue dimissioni, andrà scatenandosi sulla presunta crisi d’identità del Papa. Tutt’altro che un dubbio amletico, da antieroe moderno, quel dramma personale che va consumandosi in queste ore trova il suo fondamento in una certezza che si ritrova nel suo magistero: l’obbligo di conformarsi alla verità.

Il suo predecessore, il beato Giovanni Paolo II, nell’autocomprensione del proprio delicato incarico, si era soffermato spesso sul brano del Vangelo di san Luca che riferisce le parole di Gesù Cristo: «Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”». È una chiave interpretativa intimistica, che lascia il giusto spazio all’azione della Grazia di Dio provvidente nel governare il mondo.

Ma nel caso attuale non è certamente autentica quanto quella proposta dallo stesso Benedetto XVI, «nella crisi attuale della Chiesa», quando scrive L’elogio della coscienza. Fino a oggi, quel testo del 1991, preparato ed esposto come una lectio magistralis all’Università di Siena, quando l’autore era il prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, poteva apparire niente più di un esercizio filosofico, per quanto intenso, svolto a commento di una frase celebre del beato cardinale John Henry Newman: «Certamente se io dovessi portare la religione in un brindisi dopo pranzo, cosa che non è molto indicato fare, allora io brinderei per il Papa. Ma prima per la coscienza e poi per il Papa».

Eppure ora quelle parole suonano come una specie di annuncio e allo stesso tempo assumono il valore di un testamento, quando Ratzinger scrive che «più delle direttive della gerarchia è la capacità di orientamento della memoria della fede semplice che porta al discernimento degli spiriti». Se quello era l’interrogativo centrale sul rapporto personale della creatura con il Creatore, era anche il punto di partenza per arrivare a una considerazione ben più estesa, che coinvolge la Chiesa nell’universalità del suo messaggio: «Solo in tale contesto si può comprendere correttamente il primato del Papa e la sua correlazione con la coscienza cristiana. Il significato autentico dell’autorità dottrinale del Papa consiste nel fatto che egli è il garante della memoria cristiana. Il Papa non impone dall’esterno, ma sviluppa la memoria cristiana e la difende. Per questo il brindisi per la coscienza deve precedere quello per il Papa, perché senza coscienza non ci sarebbe il Papa».

Così, proseguiva, «tutto il potere che egli ha è potere della coscienza: servizio al duplice ricordo, su cui si basa la fede e che dev’essere continuamente purificata, ampliata e difesa contro le forme di distruzione della memoria, la quale è minacciata tanto da una soggettività dimentica del proprio fondamento, quanto dalle pressioni di un conformismo sociale e culturale».

Per i sette anni del suo pontificato, ha lottato contro quelle tendenze che in un primo momento diventano idee e poi si trasformano in fatti, talvolta orrendi. Le ha viste farsi strada all’interno della Chiesa, come era già accaduto per le eresie nei primi secoli cristiani. Con una differenza. In questa fase storica, in cui si intravvedono segni apocalittici come la grande apostasia, il Santo Padre sembra aver colto, nell’orazione, l’esigenza di una decisione che non è esclusivamente sua, ma che si dichiara esplicitamente ispirata come una risposta a un invito divino.

Eppure chi si è limitato alla visione della recente opera cinematografica di Nanni Moretti, Habemus Papam, s’immaginerà un pover’uomo, anziano e lacerato, incapace di governare se stesso. Figurarsi la Chiesa, un miliardo e 200 milioni di cattolici, i rapporti con le altre confessioni, il potere globalizzato. 

Decisamente l’argomento si prestava più a interpretazioni teologiche sulla presunta differenza fra la Cattedra di Pietro e la persona del sommo Pontefice. Ne aveva trattato a lungo Joseph de Maistre, nel suo Il Papa, l’opera del 1819 che si rivelerà decisiva sulla definizione dell’infallibilità del Pontefice al Concilio Ecumenico Vaticano I. E aveva concluso che non sarebbe mancata l’assistenza dello Spirito Santo. Nemmeno al prossimo conclave.

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Commenti all'articolo

  • afadri

    12 Febbraio 2013 - 18:06

    Io penso e credo che il Papa si sia dimesso perché in Curia regna un gran caos e la lotta che una parte di prelati gli hanno fatto da sempre hanno sfiancato questo Papa. Il caso del suo maggiordomo è l'ultimo l'esempio lampante di come parte della Curia abbia messo in piedi questo affare. Per non citare il caso Orlandi. Da sempre in Curia se non sei ben voluto ( perché metti il naso negli sporchi affari loro) ti fanno fuori. Giovanni Paolo I ne sa qualche cosa. Lo hanno zittito dopo appena 33 giorni.

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