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L'alimento che divide

Olio di palma, quanto è difficile sostituirlo

Olio di palma, quanto è difficile sostituirlo

Lo scontro attorno all'olio di palma utilizzato per le preparazioni alimentari continua a salire di tono. Ma probabilmente è appena all'inizio. Nutrizionisti, ecologisti, ma anche economisti e grandi esperti di sostenibilità: tutte le categorie interessate al tema non perdono occasione per dividersi e dar vita a roventi polemiche. Non si è ancora spenta l'ultima, innescata dalla campagna pubblicitaria promossa dall'Aidepi, la Confindustria dei dolci, che ha pubblicato su tutti i maggiori quotidiani pagine pubblicitarie con lo slogan: "Olio del frutto di palma, parliamone".
Dallo scorso dicembre, quando il nuovo regolamento sull'etichettatura dei prodotti alimentari ha reso obbligatorio indicarne la presenza in etichetta, è tutto un susseguirsi di elenchi: le 23 creme alla nocciola che contengono il palmito, da evitare naturalmente. I 101 biscotti all'indice (assieme ai 12 «consigliati)».

Le 11 merendine politically correct - Perfino all'Expo il tema tiene banco e non ha mancato di sollevare l'inevitabile polverone. Tutto è iniziato quando il padiglione della Malesia, secondo produttore mondiale di olio di palma, ha cominciato a parlarne con insistenza crescente, ogni qualvolta un giornalista si avventurava nel percorso espositivo.Ma fra tante voci poco di dice sulla possibilità di sostituire l'ingrediente contestatissimo con altri grassi.
Se non ci possiamo dimenticare la sostenibilità ambientale delle coltivazioni di palma da olio, non ha senso neppure fingere di ignorare la sostenibilità economica per chi impiega l' olio di palma. Vale a dire l'industria alimentare. E qui arrivano le brutte notizie: non esiste un altro grasso, animale o vegetale, capace di competere sul costo.

Ma andiamo con ordine, cominciando dal più classico dei sostituti, scalzato progressivamente da quarant' anni a questa parte nelle preparazioni dolciarie, proprio dall'ingrediente esotico ora sotto accusa: il burro. E in effetti il più classico fra i derivati del latte è oggetto di un «revisionismo» colturale e scientifico. Dopo un cinquantennio in cui il grasso animale per eccellenza era additato come il nemico pubblico numero uno per la salute dei consumatori, nutrizionisti e scienziati di tutto il mondo si stanno ricredendo. Il punto di svolta è stata la pubblicazione e il successo di The Big Fat Surprise, un libro con cui la giornalista americana Nina Teicholz, dopo nove anni di ricerca, dimostrava come a partire dagli anni Sessanta, la comunità scientifica abbia demonizzato i grassi animali, ma soprattutto come questa visione sia stata sfruttata dall'industria americana del food per giustificare il ricorso a grassi di origine vegetale. A basso costo ma anche di bassa qualità.
Un clamore che ha raggiunto l'apice quando, era il giugno dello scorso anno, il settimanale Time titolava: «Eat butter», mangiare burro, con un sottotitolo altrettanto eloquente: «Gli scienziati avevano etichettato il burro come un nemico.
Perché si sbagliavano». Ma c' è una alternativa assai più recente all'olio di palma, tuttora in fase di studio all'università inglese di Bath. Si tratta di un lievito chiamato Metschnikowia pulcherrima, già impiegato in Sudafrica nella produzione di vino. Dal lievito, che ha un profilo lipidico molto simile all'olio del palmito, si ricavano 20 grammi ogni litro di grasso utilizzabile immediatamente dall' industria alimentare. La sperimentazione richiederà ancora tempo, ma l' ostacolo principale alla sua diffusione è rappresentato dal costo.

Una tonnellata di grasso ricavato dallo Metschnikowia pulcherrima costerebbe da 800 a 900 dollari. Il palma oil ne costa appena 500. Il burro addirittura 1.800. Costi sostenibili soltanto a condizione di agire sui prezzi di vendita al pubblico dei prodotti dolciari finiti. Rialzandoli Musiche coinvolgenti, ballerine colorati e tanto verde e oro hanno caratterizzato il national day del Brasile, festeggiato ieri all' Expo. A rappresentare la nazione sudamericana una nutrita delegazione capeggiata dal ministro del Turismo, Henrique Eduardo Alves, mentre per l' Italia ha presenziato il sottosegretario per le riforme costituzionali, Ivan Scalfarotto. «La leadership del Brasile nella produzione di beni alimentari - ha sottolineato Alves - è frutto di decenni di lavoro basato su ricerche e sulla capacità commerciale».

Attilio Barbieri

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Commenti all'articolo

  • Roberto La Pira

    10 Settembre 2015 - 12:12

    Nell'articolo si dimentica di dire che artefice della campagna contro l'invasione dell'olio di palma è il sito ilfattoalimentare.it che ha promosso una petizione su change.org raccogliendo oltre 158 mila firme. Sul nostro sito abbiamo l'elenco completo dei 200 biscotti che non contengono olio di palma come pure delle 50 merendine e delle 25 creme alla nocciola e decine di snack Roberto La Pira

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  • lepanto1571

    10 Settembre 2015 - 09:09

    Il solo motivo dell'uso dell'olio di palma è il basso costo; anche se risulta quello a più alto contenuto di precursori del colesterolo, cioè una porcheria sanitaria. Si potrebbero usare altri oli di semi senza incidere drammaticamente sul costo. Esistono dei dolci e sono prodotti dalla Dileo senza olio di palma!

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  • egenna

    10 Settembre 2015 - 07:07

    Hai capito!,...loro risparmiano attentando alla nostra salute. Ma andate a scopare il mare. Cordiali saluti

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  • fausta73

    09 Settembre 2015 - 16:04

    L'olio di palma costa poco, ma i prodotti costano molto ugualmente. per non parlare poi del sapore: i biscotti con olio di palma sanno di dolciastro e del profumo non piacevole.

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