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Il processo

Processo a Bossetti, i verbali dei genitori di Yara

Processo a Bossetti, i verbali dei genitori di Yara

Di seguito il verbale delle deposizioni rese da Fulvio Gambirasio e Maura Panarese, i genitori di Yara.

LA MAMMA - Quel 26 novembre 2010 sono rientrata alle 16 e 35. A casa c' era soltanto Yara: stava finendo i compiti seduta in sala. Era tranquillissima e ha suonato il flauto. Keba era già uscita verso le 15 e 45 per andare ad allenarsi. Sapendo che Yara doveva andare al centro sportivo a consegnare un registratore all' insegnante di ritmica, io stessa le ho detto di uscire con un po' di anticipo; lei mi ha risposto che appena finiti i compiti sarebbe andata.

Alle 17 e 20 circa si è cambiata i vestiti, ha messo in tasca le chiavi di casa con la cordicella azzurra, ha preso il telefonino, l' Mp3, i guanti, ed è uscita a piedi promettendo di non rientrare più tardi delle 18 e 45. Aveva il pumino nero e la coda di cavallo. Chiese: «Mamma, abbiamo un sacchetto?». Figurati se guardano tutti te che porti lo stereo, è stata la mia risposta.

Alle 19 e 10, lo ricordo bene, visto il ritardo ho chiamato per capire dove fosse. Ma il suo telefono ha fatto uno o due squilli e poi è scattata la segreteria come se fosse spento. Ho riprovato alle 19 e 15, poi alle 19 e 20 e via di seguito, ma niente. Alle 19 e 30 mio marito è uscito: non ho voluto allarmarlo, io però - a quel punto - avevo iniziato a preoccuparmi e così sono andata a cercarla alla palestra. Le insegnanti e le amiche di Yara erano già andate via: le ho chiamate al telefono e tutte mi hanno detto che mia figlia aveva portato lo stereo, si era seduta a bordo campo a guardare un po' di allenamento e poi, alle 18 e 30, è uscita dicendo che io l'aspettavo a casa e che non voleva farmi preoccupare. Alle 20, quando sono tornata a casa, Yara non c'era ancora, così ho telefonato a mio marito che è rientrato in mezz' ora. Siamo andati cercarla con due auto. Ho continuato a chiamarla sul cellulare, ma il telefono era sempre irraggiungibile. E lo è stato per tutta la notte, e per sempre.

Proprio il giorno della sua scomparsa aveva portato a casa il pagellino, era felicissima perché i risultati erano ottimi e io le avevo mostrato grande apprezzamento. Mi è stato chiesto se lei potesse avere rapporti di simpatia con persone di età superiore alla sua, io questo lo posso assolutamente escludere, me lo avrebbe detto. Mi confidava tutto. Lei non dava confidenza a nessuno, non voleva nemmeno andare a prendere il pane perché aveva vergogna del panettiere. La vita di Yara era circoscritta alla casa, alla scuola e alla palestra, stop. Lei non avrebbe mai accettato un passaggio da chi non conosceva.

Sarebbe forse possibile che si sia avvicinata a qualcuno che le può avere chiesto informazioni, perché per noi è una regola di buona educazione e lei l' avrebbe seguita. No, mia figlia non frequentava la panchina "poco raccomandabile" a ridosso della palestra come adesso mi chiede la difesa dell' imputato, e voglio anche aggiungere che negli ultimi mesi del 2010 "quella panchina malfrequentata" era chiusa. Se Yara avesse avuto qualcosa, qualche amicizia o una conoscenza particolare, lo avrebbe detto a sua sorella e Keba lo avrebbe detto a me, sono sicura. Noi ci confidavamo tutto. Era forte e veloce, agile e scattante: non deve essere stato facile per chi l'ha aggredita e uccisa. Me la vedo tirare calci e alzare le mani. Lei lo avrebbe fatto, Keba no. Mi è stato detto che aveva una scarpa e il reggiseno slacciati, ma vi assicuro, lei non si sarebbe mai spogliata volontariamente davanti a uno sconosciuto.

E di sconosciuti non ce n' erano nella sua vita. Yara non aveva avuto rapporti sessuali, noi ne parlavamo apertamente, in modo schietto. Siamo sempre stati molto aperti fra noi in famiglia. Se conosco l' imputato? Per me è uno sconosciuto.

IL PAPÀ - Erano circa le 20 quando, quella sera, mia moglie mi chiamò per dirmi che Yara non era rientrata. Ero uscito da mezz' ora per cenare con alcuni colleghi. Allarmato, sono tornato subito indietro, perché non era mai successo che Yara tardasse e non avvertisse almeno con un messaggio.

Maura disse di avere parlato con le amiche e le insegnanti di ginnastica e che nessuna, dopo le 18 e 30 (una volta che lei era uscita dalla palestra) l' aveva più vista. Abbiamo capito subito che poteva esserle successo qualcosa di grave. Sono andato a controllare ovunque, in giro per Brembate, intorno a casa, da mia sorella… inutile, Yara non c' era. Non capivo, non sapevo cosa pensare: non ho mai ricevuto minacce tantomeno richieste di denaro da chichessia e Yara è sempre stata puntuale. Non ha mai avuto problemi con noi. Ero orgoglioso di lei. Era il collante e il sale della nostra famiglia. Dopo 4 giorni, non sapendo più cosa pensare le ho anche scritto questo messaggio: «Sono passati quattro giorni eh ... devo cominciare a preoccuparmi? Fatti sentire ... fatevi sentire...».

Mi è stato chiesto se pensavo fosse con qualcuno e chi fosse questo qualcuno. In realtà io e Maura eravamo disperati, le abbiamo provate tutte, sapevamo che non era in compagnia di qualcuno, ma abbiamo provato di tutto senza voler intendere niente di preciso. Anzi, dentro di me, speravo che le mie sensazioni fossero sbagliate, che magari Yara avesse davvero fatto una scappatella. Sono sempre stato convinto che lei si sia trovata al posto sbagliato al momento sbagliato. Aveva poco tempo per guardare fuori dal suo mondo: la palestra, le gare, noi. Sapevo che non poteva essere un 18enne o un giovane a ucciderla. Era mia convinzione, fin dall'inizio, che fosse stato un uomo adulto e ho sempre ripetuto agli inquirenti: «Se siete convinti del contrario, siete fuori strada!».

Se conosco l'imputato? Il nome e la faccia li ho appresi dalla tv. E quando ho visto le foto, mi sono ricordato che forse l'avevo visto in paese 25 anni fa, quando era ragazzo. Ma non lo conosco. Ho sempre avuto il terrore che potesse essere arrestata una persona conosciuta e frequentata; mi avrebbe creato disagio e sconforto. Quando ho sentito il nome di Bossetti Massimo, mi sono tranquillizzato: perché non ci ho mai avuto a che fare.

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Commenti all'articolo

  • afadri

    12 Settembre 2015 - 13:01

    Ma siamo certi che il padre della Yara non avesse qualche conto in sospeso (di tipo professionale) con qualc'uno. Perché ieri sembra abbia affermato, senza che nessuno lo chiedesse, di non avere nessun conto aperto con chicchessia. Una affermazione che sa quasi di autodifesa a qualcosa che invece potrebbe essere accaduto.Questo non giustifica un efferato delitto come questo. Ma indagini ulterior

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